Assemblea regionale del PD del Friuli Venezia Giulia
Pasian di Prato (Ud), sabato 8 novembre 2008
Intervento di Alessandro Maran
Ora che in piazza ci siamo andati per rianimare l’unica opposizione che abbiamo e che Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, è venuto il momento di condurre una discussione trasparente – e quindi comprensibile - sulle linee politiche. Lo sbandamento, dopo la sconfitta, andava messo nel conto. E andava anche messo nel conto che una leadership scossa dalla sconfitta badasse anzitutto a raccogliere il malcontento. Ma ora dobbiamo cercare di rimediare allo squilibrio tra l’intenzione di «salvare l’Italia dal declino politico, economico e morale al quale la destra contribuisce con le proprie decisioni»e la pochezza delle soluzioni che dovrebbero delineare un diverso modo di governare. C’è differenza tra un’opposizione propagandistica e un’opposizione che vuole costruire la possibilità di un altro governo. Per quanto dura e gridata, un’opposizione che dovesse puntare solo a raccogliere la delusione verso il governo – specialmente con una crisi alle porte che non sappiamo ancora né quanto durerà, né quanto sarà profonda -, non sarà capace di costruirsi come prospettiva credibile e convincente di un diverso governo dei problemi del paese.
Le nostre proposte risentono ancora troppo del passato (dell’ultima fallimentare esperienza di governo e anche delle due tradizioni, ormai svuotate e prive di presa sulla realtà, da cui il Partito democratico è derivato) e tradiscono una persistente sottovalutazione delle ragioni del favore degli elettori nei confronti del centrodestra. E la lista è lunga: dalla giustizia all’università. Qualcuno si era forse illuso di essere «oltre» rispetto all’esperienza dei partiti socialisti europei. Ma non siamo oltre, siamo ancora al di qua. Per esempio, dobbiamo definire ancora l’autonomia del partito riformista rispetto ai sindacati e non riusciamo ancora a calibrare il tono e i contenuti di un’opposizione post-ideologica a Berlusconi. Come si fa a dichiarare chiusa la stagione della guerra civile italiana e poi, dopo appena qualche mese, sostenere che siamo nella Russia di Putin? Come si fa a proporre un progetto a vocazione maggioritaria e poi appendere di nuovo il centrosinistra del futuro ai tavoli con Giordano e con Di Pietro? C’è da stupirsi se il tutto si traduce in una identità debole ed evanescente?
Non possiamo curarci con l’illusione di vivere le vite degli altri, quella degli americani in questo caso, confidando che la vittoria di Obama cambierà anche noi. All’indomani della sconfitta, abbiamo tardato ad aprire una discussione politica che non fosse soltanto d’analisi, ma anche e soprattutto di progettazione. E continua la difficoltà di far emergere linee politiche e di condurre una discussione trasparente su queste; è più facile, stare nella opacità del conflitto interno tra «tribù» separate non dalla politica ma dalla vecchia appartenenza «etnica»: popolari e prodiani, veltroniani e dalemiani. Ma nuovi gruppi dirigenti, nuove personalità politiche possono formarsi solo attraverso il confronto politico.
La conferenza programmatica, ad esempio, può essere un’occasione, la nuova partenza del Pd. Ma non deve essere soltanto una passerella di interventi. Deve essere un evento politico: con la definizione precisa dei temi sui quali discutere e sui quali arrivare a una decisione attraverso il voto. Dalla conferenza programmatica si deve uscire con posizioni chiare e con la verifica di una maggioranza interna su queste posizioni. Come fa, ad esempio, il Labour Party nella Conference Party che si svolge ogni anno. Malgrado in Italia si scriva che i partiti anglosassoni sarebbero troppo leaderistici, in Inghilterra il capo del Partito Laburista, anche quando è a capo del governo nazionale, è obbligato dallo statuto a definire, discutere e scegliere nel suo partito quale politiche adottare.
Vale, ovviamente, anche per la nostra Regione. Dopo aver a lungo vagheggiato una transizione separata, si è fatta finalmente strada la convinzione che il Friuli partecipa in tutto e per tutto alle grandi questioni che oggi investono l’esperienza di tutti gli italiani. Era ora. Ma è possibile che prima la Regione fosse tutto e ora non è niente? Ovviamente, non era tutto allora e non è niente oggi. E la sconfitta non può essere attribuita al destino. Una disgrazia come l’uragano Katrina. Nello tsunami elettorale non c’è niente di naturale e, dunque, di predestinato. La politica è sinonimo di scelta. E’ il contrario di destino e necessità. Possibile che non abbiamo ancora trovato il modo di concentrarci su quella sconfitta che per noi rimane - anche dopo la manifestazione del 25 ottobre e la vittoria di Obama –lo spartiacque tra il prima e il dopo?
Proprio Obama ha affermato, nel suo primo discorso dopo la vittoria, a Chicago:«La vittoria non è il cambiamento che volevamo, ma è soltanto l’opportunità per noi di procedere al cambiamento». Possiamo provare finalmente a chiederci: c’è stato quel cambiamento? Davvero la gente non ci ha capito? Certo che nella nostra esperienza di governo in Regione ci sono stati molti aspetti positivi. Certo che ci siamo dati un gran daffare per introdurre miglioramenti significativi in molti settori della vita pubblica. Ma ha colpito anche la timidezza della nostra politica riformatrice, in contrasto stridente tanto con le riflessioni che ne hanno accompagnato la nascita, quanto con le attese e le aspirazioni che si erano diffuse in una società, quella regionale, profondamente trasformata.
Indubbiamente le resistenze esplicite e quelle più sotterranee e carsiche, che nascono dagli interessi consolidati di gruppi e ceti e, più ancora, da culture e orizzonti mentali radicati, possono spiegare molte delle difficoltà della nostra esperienza. Ma al fondo di una prova avara di novità c’è stato un freno potente, una specie di pilastro cui si sono aggrappati alcuni settori del centrosinistra: quello della “continuità” e al tempo stesso della “centralità” dei vecchi riferimenti sociali e culturali tradizionali della vecchia politica democristiana e comunista. A cominciare da una cultura della privatizzazione delle strutture pubbliche a favore delle corporazioni che vi lavorano. Questa impostazione ha reso progressivamente marginali proprio quei settori della politica e della società regionale che al centrosinistra guardavano non come ad una sciagura, ma come un’occasione, una sfida riformatrice. E, in queste condizioni, è apparsa debole anche il tipo di risposta che a finito per prevalere: il pragmatismo apparentemente realista e la scelta di privilegiare la mediazione politica.
Se ci torno su, non è per recriminare, è perché il cambiamento non potrà avvenire se faremo ritorno allo stesso modo di fare le cose. E visto che adesso non si fa che parlare di Obama, aggiungo che Obama ha vinto perché si è concentrato sull’America; su quegli individui, quelle persone, che devono costituire la preoccupazione ultima di ogni politica. E quella di Obama non è una vittoria comunitarista dei «black», ma al contrario un’emancipazione generale, dove i bianchi e i neri, i grandi e i piccoli, i wasp e i sudisti, sfuggono alle loro paure, ai loro egoismi e ai loro pregiudizi tradizionali.
Il messaggio di Obama è un messaggio inclusivo. Il contrario del messaggio che ha trasmesso Riccardo Illy. Che strada facendo (e per me inspiegabilmente) ha fatto suo il tentativo di reagire alle sfide del nuovo quadro competitivo opponendo alla (logora) bandiera del mercato quella (esclusivista) della comunità. Ma, lo ripeto, ciò che in America, ha spinto a farsi avanti persone che per così tanto tempo hanno disertato le urne, è il messaggio inclusivo di Obama. Con le sue parole:«Neri, bianchi, ispanici asiatici, gay, eterosessuali, disabili, giovani e vecchi, ricchi e poveri: tutti americani che hanno inviato al mondo il messaggio che non siamo mai stati un insieme di Stati rossi e Stati blu. Noi siamo e sempre saremo gli Stati Uniti d’America». Siamo in grado di fare altrettanto? Ce la facciamo finalmente a rivolgerci alle persone, agli uomini e alle donne che compongono la società regionale, chiedendo loro, una volta tanto, non da dove vengono ma dove vogliono andare?
Oggi i tempi chiedono una nuova fase. E servono una politica e una leadership. Cioè un diverso programma e una diversa leadership. Perché il futuro appartiene a chi sa immaginarlo. L’arma di Obama, che ha trascinato alle urne milioni di cittadini e ha travolto McCain, si chiama credibilità personale. Il Pd, così com’è combinato, è percepito dagli elettori come il residuo di un passato che non vuole passare, come un partito nato per conservare un’oligarchia. Ma qualsiasi pretesa di incarnare l’innovazione rimanendo uguali a se stessi e senza mai rischiare niente in proprio, è svuotata di ogni credibilità. A Roma, a Trieste, dappertutto, l’unica e vera salvezza del partito è rappresentata dalla possibilità di innescare, già oggi, una competizione di idee e personalità. I democratici americani non sono arrivati a Denver da un giorno all’altro, ma dopo un anno di scontri appassionati dopo i quali si sono stretti attorno ad Obama. Non attraverso lo scontro o gli accordi tra capibastone, ma con il libero e creativo scontro di idee e di ricette che anima i partiti più dinamici. E che serve a far emergere una piattaforma e una figura in grado di ripartire e di giocarsi una nuova partita con qualche speranza. Gli effetti della rivoluzione obamiana arriveranno dalle nostre parti solo se il successore di Veltroni, o il successore di Bruno Zvech, chiunque sia, vorrà provare mostrarsi finalmente credibile assumendosi il rischio di provare a cambiare le cose. La preoccupazione degli italiani non è che il partito sia cambiato, ma che non sia cambiato abbastanza.














