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Assemblea congressuale regionale dei Democratici di Sinistra del Friuli Venezia Giulia

Cervignano del Friuli, 22 settembre 2006

Intervento di Alessandro Maran

Care compagne, cari compagni,

Visto il poco tempo disponibile, dirò due cose. La prima sulla questione friulana. La mia opinione è che nella nostra Regione e nelle società di oggi il problema non sia quello di dare identità a una "parte". Oggi vince piuttosto chi riesce a dare un corredo concettuale comune, come hanno fatto Bush e i neoconservatori, indicando, come dicono gli americani, un set di valori comuni.

La domanda di senso del nostro agire in società intrise di tecnologia e la ricerca di valori fondanti della convivenza (in modo particolare oggi che la sicurezza collettiva è diventata l’imperativo numero uno non solo dei governi, ma delle opinioni pubbliche), pongono dilemmi che riguardano le nostre società nel loro complesso e non una parte di esse. E la sinistra può tornare a vincere non se si rinserra nell’ideologia, ma se torna a parlare un linguaggio universale. Non se si scopre "parte" ma se si rilancia come guida e riesce a valorizzare valori e aspirazioni comuni che parlino alla maggioranza delle nostre società e alle sue ansie e alle sue preoccupazioni. E’ una sfida che non ha molto a che vedere con la mobilitazione etnica o il varo annunciato di nuove formazioni autonomiste e che piuttosto si caratterizza per le nuove modalità di esercizio della leadership e della responsabilità politica, quella che gli inglesi chiamano accountability. Non è infatti un mistero per nessuno che nel 2003 l’imprenditore Illy, il cosmopolita Illy – un candidato diverso dai politici tradizionali e naturalmente "estraneo" ai cliché del politico di centrosinistra – sia apparso più competente (e allo stesso tempo più indipendente e credibilmente nuovo) della esponente della Lega impegnata nella promozione di una idea ento-culturale delle diversità del Friuli Venezia Giulia. Anche tra quanti non erano del tutto persuasi dai partiti che lo sostenevano. Semmai oggi il problema è che il "presidenzialismo" italiano è apparso contraddittorio e deludente specie sul terreno decisivo dello scontro politico, che è quello della struttura statale; cioè proprio nella sfida per innovare uno strumento antiquato come la pubblica amministrazione. E la personalizzazione ha finito per rappresentare un incentivo ad interventi ravvicinati, privi di quel respiro programmatico che rafforza le visioni – e le identità – collettive sui tempi lunghi. Ma proprio per questo ci vuole un partito nuovo; ci vogliono forze politiche nuove, adeguate ai tempi. E proprio per questo sindaci e presidenti si devono sobbarcare accanto ai molti onori della seduzione, anche l’onere della costruzione. Facendosi promotori e interpreti di quel processo di rifondazione statale senza il quale non c’è orizzonte, né per loro, né per il Paese.

Vengo alla seconda questione: il partito che verrà.

L’ultimo volta che mi è capitato di partecipare al Parteitag dellaSpö a Klagenfurt, il Congresso si aprì con le ballerine, proiettarono un filmato sulla vita di Peter Ambrozy, candidato alla presidenza del land, che ricordava il fotoromanzo che Berlusconi ci ha spedito a casa, e si concluse con Alfred Gusembauer e lo stesso Ambrozy che ballavano sul palco. E potrei continuare. A Brighton, il Labour ha introdotto il proprio congresso con una funzione religiosa nella quale Gordo n Brown leggeva i salmi. E non deve stupire perché nel Nord protestante la vicinanza tra chiesa e partiti laburisti è un dato storico. In altre parole, non c’è modo di trovare nella socialdemocrazia di oggi il vecchio Pci o qualcosa che gli somigli.

Certo che in tutti i paesi europei c’è la sinistra, ci mancherebbe altro. Ma è un’altra sinistra. E finché non lo diremo a chiare lettere sembrerà solo che ci vogliamo spostare cinicamente a destra in un mondo in cui le distinzioni tra destra e sinistra sono immutabili. E non riusciremo a capire perché Schröder abbia rinunciato alla cancelleria pur di non allearsi con il Linke. Oltretutto, dicendo: "non sarò mai così irresponsabile da riportare i comunisti nei palazzi del potere". E sembrerà normale che quanti oggi difendono il socialismo europeo – difendono cioè quelle stesse idee che in passato avevano combattuto - poi propongano l’espulsione di Tony Blair dal Pse (senza che nessuno ricordi loro che quella che regolava in questo modo il proprio di battito interno, come sappiamo per contiguità geografica con l’ex Jugoslavia, era un’altra Internazionale, quella comunista). La sinistra europea non è una ortodossia è una realtà culturale complessa dove socialismo, liberalismo, personalismo cristiano stanno convergendo nella costruzione di una nuova politica dello sviluppo e dell’inclusione.

I partiti socialisti europei sono dei veri e propri crocevia culturali che sono stati capaci di metabolizzare e addirittura egemonizzare le tendenze innovative sorte su altri terreni. E, anche in Italia, c’è l’esigenza di costruire la sinistra come crogiuolo dei diversi filoni che si sono variamente intrecciati nella sinistra europea, quale condizione del suo radicamento, che ci porti all’altezza politica, elettorale, culturale della sinistra europea. In altre parole, il compito mancato tra il 1989 e il 1994, della formazione di un grande partito socialista – ma davvero europeo - è sempre di fronte a noi. Io credo che un partito capace di svolgere in Italia la funzione politica che nei grandi paesi europei svolgono i grandi partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti, possa nascere solo dal concorso e dalla fusione delle tradizioni, delle esperienze, delle culture politiche di cui sono espressione oggi i partiti di Uniti nell’Ulivo. Senza prendere lucciole per lanterne e senza confondere l’Ulivo con un sogno a lungo inconsciamente coltivato, quello cioè dell’incontro tra cattolici e comunisti, come se si trattasse del tardivo inveramento di un compromesso storico inscritto nel Dna della Repubblica. Perché il partito democratico, riformista o come si chiamerà, si possa realizzare occorrono infatti alcune condizioni di possibilità, e tra queste, una cultura politica del primato dell’individuo, delle libertà, della cittadinanza e un programma fondamentalmente liberale.Oggi la socialdemocrazia è già un compromesso liberal-socialista. E se c’è una differenza con altre formazioni liberaldemocratiche questa sta proprio nel profilo di cittadinanza al centro del messaggio socialista: l’uguaglianza.

Dirsi socialisti oggi significa dire che il socialismo come dottrina segnata dalla lettura del capitalismo come sistema irrazionale è sostanzialmente morta. Che la sinistra riconosce che il mercato è il contesto migliore per giungere ad una economia efficace e razionale e che il nodo da sciogliere è piuttosto quello per conciliare nella realtà della globalizzazione un’economia competitiva con una società equa. Ma, detto questo, i socialisti possono sostenere anche che se c’è ancora un problema permanente di redistribuzione del reddito secondo equità e se questo problema può essere affrontato solo mediante un’azione organizzata socialmente e politicamente, allora bisogna continuare a "tenere la sinistra". Certo, la sinistra! Ma un’altra sinistra. Poi possiamo chiederci se c’è davvero differenza tra partito democratico e partito socialista, tra socialisti e kennediani, o se non vogliamo tutti la stessa cosa.

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