Legge finanziaria 2010. Discussione sulle linee generali
Seduta n. 255 di mercoledì 9 dicembre 2009
Resoconto stenografico dell'Assemblea
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, da molti anni il nostro Paese e la sua economia nel concetto dei Paesi avanzati sembrano, per usare un'espressione di Salvatore Rossi, «suonare in controtempo». Addirittura sin dagli anni Settanta, mentre le imprese degli altri si ingrandivano le nostre iniziavano a rimpicciolirsi, ponendosi in una condizione che si rivelerà poi successivamente svantaggiosa. In seguito, nei primi anni Novanta, all'avanzare della globalizzazione, noi siamo rimasti attardati in una specializzazione settoriale e obsoleta. Mentre gli altri sfruttavano la rivoluzione tecnologica per diventare più produttivi e per arricchirsi, noi abbiamo stentato a mantenere l'efficienza e il tenore di vita media, accrescendo soltanto le disuguaglianze sociali e dello sviluppo della finanza innovativa non abbiamo colto gli aspetti che più sarebbero serviti a far evolvere l'assetto proprietario e dimensionale delle nostre imprese. Ora ci piove addosso la crisi globale e ci coglie di nuovo in controtempo, impreparati. Stavamo cercando di trovare rimedio alla debolezza strutturale del nostro sistema produttivo attraverso un faticoso processo di ristrutturazione quando la crisi è divampata. Per fare in modo che la ristrutturazione iniziata possa proseguire, sarebbe, perciò, necessario fare i conti con quelle forze che, più di altre, vincolano e tengono frenate la società e l'economia italiana, costringendole, da decenni, a procedere in controtempo rispetto ai Paesi più avanzati. È forse il caso di tenere a mente che se l'Italia uscirà dalla crisi, crescendo come prima della recessione - cioè, pochissimo - ci vorranno quindici anni solo per tornare ai livelli di benessere precedenti la crisi.
Vi è un lungo elenco di cose da fare per far ripartire il Paese, basta scegliere; ma questo Esecutivo non è capace di definire le priorità, e neppure di rispettare gli impegni presi con il Paese. La Finanziaria oggi in discussione, in attesa tra pochi giorni della posizione della questione di fiducia, non sarà leggera, perché prevede una manovra lorda di quasi 9 miliardi di euro; non sarà di sviluppo, perché è priva di idee e, soprattutto, di quelle riforme che ci servono per tornare a crescere; non affronta i problemi strutturali del Paese, né sostiene la domanda interna; non sarà di rigore, perché non chiude i rubinetti di spesa aperti, e ne apre di nuovi, che sarà, poi, difficilissimo chiudere (rubinetti alimentati, peraltro, da entrate una tantum, che pregiudicano entrate future, come quelle dello scudo fiscale); non sarà nemmeno una Finanziaria di equità, perché non interviene per ampliare la platea dei beneficiari, e dei modestissimi interventi di contrasto alla povertà varati nel mezzo della peggiore crisi del dopoguerra. Si controlla l'indebitamento e si tappano i buchi alla meglio, aspettando la ripresa mondiale che verrà.
L'Italia - vengo all'ambito della politica estera - tuttavia, negli ultimi quindici anni, ha fatto indubbi progressi sullo scacchiere internazionale, ma anche qui, come accade per l'economia, il Paese deve affrontare la sfida dell'adattamento allo scenario globale. Con la fine della Guerra fredda, tutta l'Europa ha perso la sua centralità strategica e vi è il rischio di un progressivo allontanamento del nostro Paese dalla nuova storia che si sta creando.
Da qui, la preoccupazione per il rango del Paese e il timore per l'esclusione; da qui, un'ossessione per la personalità, per i rapporti personali e per l'immagine come fattore determinante nelle relazioni internazionali. Da qui, l'approccio di Berlusconi verso i leader degli altri Paesi e la convinzione che, assecondandoli, si possano ricavare vantaggi significativi per l'Italia, a scapito - e qui sta il problema - di una visione di più lungo termine, strutturale, delle relazioni bilaterali ed internazionali, che si combina con una debolezza storica dello Stato, con il risultato che alla politica estera rischiano di mancare solide fondamenta.
Vengo ai numeri, che parlano da soli. Alle esigenze di politica estera dell'Italia, viene destinata una percentuale pari al solo 0,4 per cento della spesa complessiva dello Stato. Ciò testimonia una preoccupante inadeguatezza degli stanziamenti finanziari assegnati al Ministero degli affari esteri, rispetto ai compiti e ai servizi all'estero che esso è chiamato a fornire, nonché del peso che il Governo assegna alla politica estera italiana, soprattutto in confronto a ciò che avviene negli altri Paesi europei, dove i dati sono molto diversi.
Rispetto alle previsioni, per il 2009, gli stanziamenti al Ministero degli affari esteri fanno registrare una diminuzione complessiva di oltre 89 milioni di euro, che si aggiunge a quella assai consistente di circa 500 milioni di euro operata lo scorso anno, che rende difficile, ormai, addirittura l'attività ordinaria del Ministero. Come è già avvenuto per il 2009, con i fondi stanziati, sarà molto arduo, nel 2010, non soltanto garantire il funzionamento della rete diplomatico-consolare e il livello dei servizi forniti ai cittadini e alle imprese italiane all'estero, ma sarà anche difficile adempiere agli obblighi conseguenti agli accordi internazionali e agli impegni contratti a livello internazionale dal nostro Paese.
Il capitolo della cooperazione allo sviluppo e della gestione delle sfide globali ha subito una riduzione di ulteriori 38 milioni di euro nel 2010, quasi totalmente sottratti agli interventi nel settore della cooperazione, dopo aver visto dimezzare, lo scorso anno, lo stanziamento da oltre 700 a circa 350 milioni di euro. Ciò a fronte degli impegni contratti dal nostro Paese sul piano internazionale, in particolare, relativamente alla lotta alla povertà globale e al rispetto degli obiettivi del millennio, a seguito dei quali, l'Italia avrebbe dovuto, gradualmente, elevare gli stanziamenti in favore della cooperazione ad una percentuale uguale allo 0,7 per cento del PIL, quando, al contrario, si è avuta un'ulteriore diminuzione degli stanziamenti, rispetto al passato, da un già insufficiente 0,22 per cento del PIL ad una percentuale inferiore allo 0,15 per cento. Per questo motivo, abbiamo presentato emendamenti per arrivare almeno al livello previsto dal Governo Prodi. Potrei continuare. Solo grazie all'approvazione di un emendamento presentato dal Partito Democratico al Senato, risulta essere rifinanziato per un milione di euro il Fondo per lo sminamento umanitario, sul quale l'Italia aveva assunto precisi impegni.
Gli interventi in favore delle comunità italiane nel mondo sono stati penalizzati gravemente. Nel programma «Italiani nel mondo e politiche migratorie e sociali» si è avuta, infatti, una riduzione complessiva degli stanziamenti nell'ordine di 21 milioni di euro, in particolare, sul versante della Direzione generale per gli italiani all'estero e le politiche migratorie.
Ad esempio, sono stati ridotti i contributi agli organismi istituzionali di rappresentanza degli italiani all'estero che garantiscono il collegamento tra le comunità emigrate e l'Italia, quali Comites, e sono stati ridotte le spese dirette alla tutela e all'assistenza dei connazionali e delle collettività italiane all'estero e dei cittadini dell'Unione europea nei Paesi terzi.
È curioso che mentre nel disegno di legge finanziaria sono presenti gli accantonamenti destinati alla ratifica della Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo e alla ratifica dell'Accordo tra Italia ed Emirati arabi relativo alla cooperazione nel campo della difesa, mancano del tutto gli accantonamenti necessari per procedere a tutte le altre ratifiche, circa 60 accordi bilaterali e multilaterali di natura prioritaria sottoscritti dall'Italia per un importo complessivo nel 2010 dell'ordine di circa 47 milioni di euro.
Il provvedimento non prevede nessun finanziamento per le missioni internazionali. Sì, i soldi si troveranno per il prossimo semestre, ci è stato detto, e si troveranno altrove. Ma a partire dal 2003 e fino al 2007 le missioni internazionali sono state finanziate attraverso un fondo, dando luogo ad una programmazione triennale stabile. Alla fine del 2009 questo impegno scade e il disegno di legge finanziaria per gli anni 2010-2012 ha cancellato il consueto rifinanziamento. Non si tratta di un problema quantitativo, perché per le singole missioni si troveranno, di volta in volta, i finanziamenti necessari, in particolare mediante il decreto-legge sulle missioni internazionali, ma è un'importante opzione politica: la scelta indica che le missioni internazionali e la nostra presenza militare, invece di essere valutate sulla base di un'analisi politica realistica della situazione degli impegni assunti dall'Italia, saranno valutate sulla base delle disponibilità contingenti che la Ragioneria dello Stato e il Ministero dell'economia e delle finanze indicheranno di volta in volta. Questo non potrà giovare all'immagine del nostro Paese all'estero, soprattutto nell'ambito di quegli organismi internazionali che governano le missioni internazionali in cui le nostre forze militari sono particolarmente impegnate.
È dall'origine dello Stato nazionale che l'Italia si interroga su quale debba essere il suo posto fra le nazioni. La Commissione affari esteri in questi mesi ha proposto un interessante dibattito sul ruolo dell'Italia nelle relazioni internazionali, a cui rimando. Ma per l'Italia, come per gli altri Stati oggi, è importante mettere l'accento sull'interazione tra la politica estera e quella interna. È infatti difficile che la politica estera raggiunga i suoi obiettivi se poggia su una base interna debole. Se l'Italia facesse progressi nei vari ambiti in cui ha bisogno di riforme come l'economia, le istituzioni dello Stato, la democrazia interna - ricordo che è preoccupante che l'Italia sia scivolata al quarantanovesimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa - o sull'equilibrio tra nord e sud, questo di per sé le darebbe maggior potere nel mondo e più risorse per perseguire i suoi obiettivi. Per quanto significative, azioni come quella in passato di ospitare sul territorio italiano gli euromissili o oggi di inviare truppe nel Libano non possono sostituirsi alla capacità di gestire le proprie questioni interne. Solo se il nostro Paese riuscirà ad affrontare seriamente i suoi problemi interni, i problemi di immagine e di status troveranno una soluzione, non con le pacche sulle spalle del nostro Presidente del Consiglio. Il rango dell'Italia dipenderà dal grado di competitività del suo sistema produttivo nell'economia mondiale, da riforme istituzionali che rendano più spedito il meccanismo legislativo, il meccanismo di governo del Paese, da una struttura delle comunità internazionali che privilegi le regole e le istituzioni rispetto alle alleanze occasionali e rispetto ai suoi rapporti di forza.
PRESIDENTE. La prego di concludere, onorevole Maran.
ALESSANDRO MARAN. Concludo, signor Presidente. I fondamentali sono presto detti: conti pubblici in attivo, solidità interna ed efficacia del Paese e della sua struttura pubblica, certezza delle regole, un'economia e una società agili e innovative, non gravate da mafia e consorterie corporative, demografia in crescita, valorizzazione della componente femminile. Questo può sembrare un programma costoso, ma costa molto di più riempirsi di debiti clientelari e continuare a declinare come media potenza, piuttosto che investire nel futuro dell'Italia (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).














