Un'Italia in compressione
«La crisi si sta aggravando, servono soldi veri su alcuni punti essenziali». Sabato a Palermo al convegno biennale della Piccola Industria, Emma Marcegaglia non ha usato mezzi termini sull'entità della crisi. La crisi «è un'emergenza vera. Non è una boutade mediatica» ha detto Emma Marcegaglia, sottolineando con forza che questo «è il momento di usare il linguaggio della verità: rischiamo di perdere i veri campioni del made in Italy». «Tacere - ha aggiunto - significherebbe tradire il Paese». Poi ha rivolto un appello direttamente al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: «Se non si agisce in fretta e non si stanziano fondi veri» le imprese rischiano di fallire. «È venuto il momento - ha scandito - di una risposta da parte sua, signor presidente. Adesso servono soldi veri». Gli industriali, ha spiegato la loro leader, chiedono un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, l'avvio dei cantieri anche più piccoli e uno sgravio fiscale per «le imprese che fanno uno sforzo importante nel capitalizzare». «Non vi è dubbio - ha infatti aggiunto la leader degli industriali - che le aziende con poco capitale non riusciranno a sopravvivere». Il credito è la prima cosa che industriali chiedono, «perché è essenziale per la sopravvivenza delle imprese. Non vogliamo vedere i conflitti istituzionali che oggi vediamo - ha detto Marcegaglia -, ma una grande collaborazione tra Banca d’Italia e Governo, tra imprese e banche perché da questo dipende la sopravvivenza delle imprese». «Ripristinare il credito» è la parola d’ordine anche dei ministri finanziari G20 riuniti in Inghilterra in vista della riunione dei leader di governo fissata per il 2 aprile a Londra. «La nostra priorità chiave - è scritto nel comunicato finale - è ora quella di ripristinare il mercato del credito affrontando con forza, dove necessario, i problemi nel sistema finanziario attraverso il continuo sostegno alla liquidità e la ricapitalizzazione delle banche«. «I G20 - si legge inoltre nel comunicato finale del summit di Horsham - ha compiuto azioni decise, coordinate e ampie per rilanciare la domanda e l'occupazione e siamo preparati a prendere qualunque misura necessaria fino a quando non ripartirà la crescita».
Il fatto è però che, per ora, in Italia gli interventi pubblici puntano più sulla speranza che l’effetto annuncio abbia ripercussioni sull’economia reale, che non su iniziative concrete. Pare che questa strategia abbia funzionato con le banche, dove la promessa fatta dal Governo di tutelare i risparmi ha evitato ondate di panico e ha contribuito alla sostanziale tenuta degli istituti di credito, ma il rischio è che ora il Governo (senza idee originali e con poche risorse reali da mettere sul piatto) si limiti ad osservare la situazione. In questo momento, servirebbero invece due cose: rassicurazioni collettive e iniziative mirate. Anche se in questa fase è difficile dire quali potrebbero essere le iniziative realmente efficaci, anche perché le variabili, specialmente quelle estere, sono molte e di difficile decifrazione. Di questo abbiamo discusso nel corso di un convegno organizzato dal Partito democratico isontino col titolo «Nuovi scenari, nuove sfide» che si è svolto nella giornata di sabato presso l’Enoteca «Serenissima» di Gradisca d’Isonzo.
L’impressione che si coglie in questi mesi è che la crisi sia vissuta molto individualmente e poco collettivamente. Su questo si è soffermato il prof. Daniele Ungaro, che ha parlato di una compressione sociale selettiva. Anche per il Censis, che nel «Diario della crisi» di questo mese ha parlato di una «Italia in compressione» (e respinge una lettura indistinta della situazione che rischia di suscitare un disorientamento generalizzato e controproducente proprio ai fini di un’auspicabile reazione collettiva), la crisi si presenta a «mosaico» ed è concentrata soprattutto in alcuni focolai. «È una crisi – scrive il Censis - che tocca individualmente e individualmente viene affrontata: le difficoltà sono assai differenti ed esistono strategie differenti per affrontarle, anche se tutte sono improntate all’adattamento e all’assestamento continuato. E giovano, in tal senso, i personali ammortizzatori e le forme di compensazione, come la rete di protezione e sostegno familiare o i risparmi accumulati. I disagi restano distanti, e anche per questo non si assiste a nessuna mobilitazione collettiva, le reazioni semmai sono individuali: difficoltà differenti e con intensità differenti non innescano reazioni sociali, ma solo, almeno per il momento, tanti piccoli adattamenti personali. Il rischio, quindi, se questa situazione dovesse perdurare, è quello che in Italia si determini una situazione di progressiva compressione. Una situazione in cui chi può, o chi non può farne a meno, mette sotto pressione gli anelli della filiera a sé contigui, innescando così un meccanismo di compressione a catena: le imprese premono sui lavoratori atipici e sui subfornitori, non rinnovando o riducendo l’orizzonte temporale dei contratti; la grande distribuzione preme sui fornitori, spuntando condizioni migliori e riducendo i margini; i tour operator premono sugli albergatori per avere prezzi più bassi, con riduzioni anche del 30% rispetto all’anno precedente; molti clienti finiscono per mettere sotto pressione i prestatori di servizi ritardando i pagamenti; le banche mettono sotto pressione i clienti, specialmente le Pmi, non tanto rispetto alla concessione dei mutui, quanto magari rallentando gli anticipi sulle fatture emesse; gli importatori premono sui produttori locali, cercando di immettere prodotti a prezzi più vantaggiosi, specie nel settore alimentare, in cui esistono grandi scorte, deperibili, stoccate e invendute, anche in molti Paesi Ue; infine, anche il consumatore è molto più consapevole che in passato della sua capacità di mettere sotto pressione, con le sue scelte, tutto il sistema della produzione e distribuzione. Si tratta evidentemente di categorie molto differenti tra loro e il cui livello di pressione è assai differenziato: per ora è difficile, quindi, che possano aggregarsi o che possano riconoscersi in un movimento che in qualche modo le rappresenti. Una compressione di questo tipo potrebbe anche avere effetti benefici, almeno finché rimane a questi livelli, perché potrebbe contribuire a razionalizzare il sistema nel complesso e a renderlo in definitiva più efficiente. Inoltre, la compressione favorisce la selezione dei soggetti all’interno dello stesso universo: tenderanno ad emergere i migliori, i più capaci o i più forti, anche se per ora è troppo presto per sviluppare analisi sugli effettivi risultati». Si tratta insomma di una crisi economica e sociale in una società individualizzata. E, secondo Ungaro, l’incremento della distanza sociale che si registra nella nostra provincia sembra indicare un aumento dei processi di individualizzazione della società.
Oggi tutti sollecitano a ripartire dalla politica. Perché, si dice, processi devono essere governati. Giusto. Ma mi chiedo: in cima ai nostri problemi non c’era (e c’è) proprio la crisi della politica e, cioè, la gravissima crisi di efficienza e affidabilità del sistema politico-istituzionale? Senza contare che la crisi ha evidenziato, ad esempio, gravi carenze nella regolazione e nel funzionamento dei mercati finanziari. Ma le regole erano cattive non perché ci sia qualcosa di sbagliato nel capitalismo, ma perché si era consentita troppa vicinanza (non troppo poca) tra politica ed economia. E ora, specie in un paese come il nostro, c’è il rischio che il ritorno della politica si traduca nella rivendicazione di quanto avevamo tentato di lasciarci alle spalle. Si invoca la politica (e le provvidenze dello Stato) a difesa di tornaconti privati o corporativi per poi disprezzarla e denigrarla e farne (politica e Stato) il parafulmine di ogni disastro. Col rischio di perdere l’occasione della crisi per un atto di coraggio culturale e politico. Ad esempio, oggi ascoltiamo da più parti l’invito a «imparare da Obama», con riferimento all’imponente piano di intervento pubblico predisposto dalla Casa Bianca. «Ma - si è chiesto Andrea Romano - cosa esattamente si raccomanda di ricopiare da quella sua ampia lavagna? Non certo il coraggio della leadership, né il tratto pragmatico e post-ideologico della sua sfida politica. No, ciò che queste voci invitano a riscoprire nell’esempio americano sono in realtà le nostre tare più antiche. L’idea che la mano pubblica sia sempre e comunque la migliore, la convinzione che il nostro welfare funzioni alla perfezione, la certezza che la sinistra non abbia alcun futuro se non dentro i suoi confini più tradizionali. Gli stessi confini che ad uno sguardo anche solo superficiale appaiono ben più angusti di quelli della sinistra americana e anglosassone, dove nell’ultimo quindicennio l’articolazione di stagioni e posizioni è stata straordinariamente più estesa di quella conosciuta in Italia. C’è in questo l’effetto del celeberrimo provincialismo della sinistra italiana, che dal 1989 in avanti spinge a cercare nella modellistica d’importazione la soluzione ai dilemmi di cui non si riesce a trovare soluzione in proprio. Ma c’è anche di più. E in particolare la difficoltà a trovare le parole giuste per raccontare al proprio mondo le ragioni della crisi economica e la direzione per uscirne. Le parole trovate da Obama sono in piena discontinuità con il percorso seguito fin dai primi anni Novanta dal progressismo statunitense e anglosassone, la cui ispirazione riformatrice è stata messa in crisi dall’incrinarsi della fiducia nella globalizzazione. Il ricorso a politiche di forte spesa pubblica è la sanzione finale alla chiusura della lunga stagione della Terza Via clintoniana e blairiana, proprio là dove quella stagione aveva mosso i suoi primi passi. Ma è una sanzione che non ha alcun tratto di restaurazione ideologica di uno “status quo ante”, presentandosi invece come il tentativo per l’appunto pragmatico e post-ideologico di ricostruire la fiducia dei ceti medi e dei mercati. I risultati del piano americano dovranno naturalmente essere valutati nella loro concretezza e non è detto che di qui a qualche mese il giudizio di quei mercati e di quei ceti medi sia positivo. Così come non vanno sottovalutati i rischi del nuovo populismo a cui Obama sembra voler attingere per dare forza alla sua iniziativa politica. Ma quello che già oggi possiamo dire è che Obama può permettersi giganteschi livelli di intervento pubblico perché fa affidamento su una dose altrettanto rilevante di anticorpi sociali, politici e culturali ai rischi dello statalismo. Quegli anticorpi che uniscono la società americana nella cultura del mercato, nella centralità del consumatore, nella diffidenza verso il corporativismo e l’assistenzialismo».
Inoltre, è appena il caso di sottolineare che nel nostro Paese la limitatissima fiducia nello Stato e nelle istituzioni si è ulteriormente ridotta. In altre parole, oggi «è proprio lo Stato il nostro peggior problema». Di nuovo, cioè, la gravissima crisi di efficienza e affidabilità del sistema politico-istituzionale. E la dirompente sfiducia nello Stato ne investe ormai ogni livello territoriale e non viene più surrogata dalla fede in un superiore destino europeo. Per capirci, in Italia, un’agenda «pour la libération de la croissance» in condizioni di giustizia sociale sarebbe un’altra cosa rispetto a quella che il rapporto Attali ci consegna per la Francia. Perché? Perché quello che più sorprende un italiano che legga il rapporto Attali è il costante ricorso a misure che implicano un intervento delle amministrazioni pubbliche o a misure legislative che stabiliscono sanzioni e incentivi per cittadini e imprese. Qual è insomma il presupposto? Il presupposto è che l’intervento delle pubbliche amministrazioni ci sarà e sarà efficace e che le misure legislative incideranno effettivamente sul comportamento dei cittadini e delle imprese. Ma proprio questa premessa in Italia non può essere data per scontata. Perché è un paese in cui la legge in generale è poco osservata, le amministrazioni pubbliche sono mediamente poco efficienti e lo Stato, in alcune regioni, non riesce ad assolvere nemmeno al primo dei suoi compiti, quello di essere l’unico titolare della violenza sul territorio. Inoltre, in Italia gli effetti redistributivi dell'intervento pubblico sono molto deboli. Mentre in Spagna, nei paesi del Nord e in Olanda, dopo l'intervento pubblico i redditi sono molto meno concentrati, in Italia il livello di concentrazione diminuisce di pochissimo. E, quel che è più grave, la nostra posizione in graduatoria dei 15 paesi Ue è migliore prima dell'intervento pubblico (10ª posizione), che dopo (14ª). Per le forze di centrosinistra, si tratta di un dato drammatico. Il centrosinistra giustifica l'intervento dello Stato proprio in nome dell'aiuto a chi è «lasciato indietro» dal mercato. Lo Stato è infatti chiamato a correggere e integrare il mercato quando questo non funziona o produce risultati ingiusti, ma lo Stato è così poco efficace che - a paragone con gli altri paesi Ue - peggiora il risultato di «eguaglianza» ottenuto dal mercato. Per questo il progetto del Pd deve cambiare profondamente qualità e quantità dell'intervento statale per renderlo capace di aiutare davvero i più poveri; e deve chiamare di più il mercato a risolvere i problemi sociali. E’ venuto, insomma, il momento per uno sforzo grande di riforma dello Stato. Nelle pagine conclusive di una proposta di programma di diciassette anni fa (Partito democratico della Sinistra, «L’Italia verso il 2000», Editori Riuniti, 1992), Michele Salvati scriveva: «Questo è il compito nazionale della fase storica in cui stiamo vivendo, e per questo compito il Pds mette a disposizione le sue risorse, così come il Pci le mise a disposizione per il compito di ricostruzione democratica del paese durante la guerra e nel dopoguerra». «Oggi – insisteva Salvati - la situazione è meno drammatica, per fortuna, ma per alcuni aspetti più insidiosa. Allora venivamo dal fascismo e dalla guerra, vedevamo con chiarezza i guasti del totalitarismo e ci sembrava che la democrazia, una democrazia strettamente proporzionale, fosse la panacea di tutti i mali; di fatto i grandi partiti di massa riuscirono a legare una popolazione che mai aveva conosciuto la democrazia a istituzioni politiche profondamente democratiche. L’insidia, oggi, è che tutti vedono con chiarezza le degenerazioni della democrazia e alcuni possono essere tentati da rimedi autoritari e plebiscitari». Ecco, vent’anni dopo (dall’89 sono passati vent’anni: grossomodo la durata del fascismo) siamo ancora lì, allo stesso punto di allora. E’ ovviamente possibile costruire una democrazia capace di decidere, onesta, perfettamente in grado di gestire servizi pubblici efficienti e provvedere ad un sistema giudiziario ben funzionante. Ma bisogna cogliere l’occasione della crisi per un atto di coraggio culturale e politico. Quel di cui abbiamo bisogno non ha niente a che vedere con la riedizione di quel mix tra sindacalismo e assistenzialismo che ha avuto i ben noti e devastanti effetti sulla capacità di governo del centrosinistra. Gli italiani hanno pensato fin qui che fosse possibile vivere bene «nonostante» lo Stato. Ma oggi la crisi globale e le altre trasformazioni che hanno investito in modo profondo il nostro paese stanno provocando problemi crescenti alle capacità di adattamento della nostra società. Nel nostro piccolo sappiamo cavarcela da soli. Ma adesso che il mondo è diventato grande non è più sufficiente. E si tratta di convincere gli italiani della perdurante utilità dello Stato e delle istituzioni. Anche perché il vincolo interno non basta più e ci serve un vincolo interno.
Insomma, le crisi economiche non sono mai un bene, ma una volta dentro, possono diventare anche straordinarie opportunità che sarebbe un peccato sciupare. La crisi potrebbe essere l’occasione che ci costringe a compiere finalmente quelle scelte che avremmo dovuto già fare nei periodi di prosperità ma che non abbiamo trovato la forza di fare. Anche perché in Italia non solo, come dice Marcegaglia, la crisi «è un'emergenza vera» e non «una boutade mediatica», ma di crisi ce ne sono due. Certo, oggi, l’economia italiana soffre di una malattia comune a molti paesi Ocse: un periodo di difficoltà (che non sappiamo ancora né quanto durerà né quanto sarà profondo) dovuto alla crisi finanziaria internazionale. Ma non dobbiamo dimenticare che a questa malattia si somma un malessere tutto italiano (una crescita inferiore alla media europea che dura ormai da più di vent’anni), le cui cause vanno ricercate esclusivamente all’interno del nostro paese. Naturalmente, è comodo per molti incolpare la globalizzazione, l’Euro e la Bce. Ma i nostri problemi sono interni. E vengono da lontano, visto che il declino del nostro sistema educativo e la stagnazione degli investimenti non nascono certo oggi. Tanto per fare un esempio, la scelta positiva che non possiamo più tardare è quella di trasformare il nostro Stato assistenziale in un vero Stato sociale. Si tratta di un compito che, in modo particolare in Italia, è già un programma di governo, e forse di una successione di governi. Gli sprechi nella pubblica amministrazione, secondo le stime più prudenti, ammontano a 80 miliardi di euro l’anno. Recuperandone, gradualmente, anche solo la metà, potremo assicurare ai cittadini le quattro cose essenziali che sono tuttora drammaticamente carenti in Italia: asili nido, assistenza agli anziani (e ai non autosufficienti), politiche contro la povertà, ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori e non solo per chi ha la fortuna di lavorare in una grande impresa. Proprio perché, per riprendere a crescere, le imprese inefficienti vanno lasciate al loro destino, è essenziale garantire a chi perde il lavoro una rete di protezione universale, facendo cadere una volta per tutte l’odiosa distinzione fra lavoratori di serie A, difesi dalla legge e dai sindacati, e lavoratori di serie B, dimenticati da tutti. Proviamo a cominciare da qui.














