Una discussione e, infine, un voto…
La settimana scorsa l’assemblea dei deputati del gruppo del Partito democratico ha dato il via libera allo sbarramento per le europee nel modo che dovrebbe essere consueto: attraverso una discussione e, infine, un voto. Era ora. I gruppi parlamentari devono poter esprimere una posizione maggioritaria senza incartarsi in ragionamenti che esprimono solo la paura di divisioni che invece devono essere considerate fisiologiche. Ora (giustamente) anche il gruppo del Senato si propone di arrivare a un voto sul Testamento Biologico. Le questioni etiche o bioetiche non sono questioni indecidibili: devono essere decise perché si interviene in sede legislativa. Dunque un partito, o un gruppo parlamentare, è del tutto legittimato a prendere una posizione di maggioranza (ed è tenuto a farlo, per correttezza verso i suoi elettori), fatto salvo il diritto di chi dissente di manifestare le sue posizioni.
L’accordo sullo sbarramento al 4% è stato un fatto positivo. Le polemiche dei partiti piccoli sono comprensibili, ma del tutto fuori luogo. I partiti devono essere liberi di organizzare la loro presenza nel territorio, ma non possono pretendere di accedere alle sedi della rappresentanza istituzionale anche quando non riescono a conquistare il consenso di una quota significativa di elettori. In tutti i principali paesi europei la clausola di sbarramento esiste da tempo e in Italia è prevista anche nelle elezioni per il Parlamento nazionale. Oltretutto, la frammentazione è tra le cause storiche della scarsa influenza italiana nel Parlamento europeo. In questa legislatura i 78 deputati italiani sono stati eletti in 15 diverse liste elettorali e si sono sparsi in ben 7 gruppi. E non solo vi sono eurodeputati italiani in tutti i gruppi politici europei (compresi i non iscritti), ma vi sono spesso più partiti italiani all’interno dello stesso gruppo. Va da sé che la dispersione della delegazione italiana a Strasburgo (che discende da un sistema elettorale che consente anche a formazioni con lo 0,5% di eleggere parlamentari europei) ha un prezzo altissimo in termini di influenza. Anche perché in ciascun gruppo gli incarichi di direzione politica sonno affidati in relazione al peso di ciascuna componente nazionale. In altre parole, in prima battuta, vengono premiati i gruppi più grandi e, in seconda battuta, le delegazioni nazionali più numerose all’interno dei gruppi più grandi. E’ una delle ragioni per cui i tedeschi, gli inglesi ed anche gli spagnoli, sono più influenti di noi a Strasburgo.
E’ inoltre appena il caso di sottolineare che le riforme di sistema non possono essere guidate da considerazioni puramente tattiche. Non possiamo confezionare sistemi elettorali in relazione a ipotesi di alleanze al centro o a sinistra o, insieme, al centro e a sinistra. Intanto, ho molti dubbi che sia sensato seppellire quella «vocazione maggioritaria» senza la quale non c’era bisogno di fare il Pd e che un’alleanza che si estenda dal «centro» di Casini ai residui frammenti della vecchia sinistra comunista sia un progetto più realistico e di maggiore appeal. Ma quel che più conta è che questioni così importanti per la vita democratica italiana non possono essere piegate agli obiettivi della lotta politica - anche interna. E il centrosinistra italiano non può essere, a giorni alterni, maggioritario e proporzionalista, referendario e antireferendario, per aumentare i poteri del premier (se vince) per diminuirli (se perde). Rafforzare il bipolarismo e ridurre la frammentazione serve al Paese e non al Pd. Punto. Il proporzionalismo esasperato ha già fatto troppi danni al Paese. E il Pd nasce con l’obiettivo esplicito di contribuire a una radicale ristrutturazione del sistema politico. Non per caso nel nostro programma elettorale eravamo a favore di collegi uninominali maggioritari a doppio turno, associati a primarie, regolate per legge, per la scelta dei candidati. Non era questo, a nostro giudizio, il sistema più efficace per scegliere insieme rappresentanza e governo? E puntare sulla ristrutturazione del sistema politico non ha niente a che fare con le «vaste alleanze» del tempo che fu; significa invece puntare sull’idea di libertà come empowerement del maggior numero possibile di cittadini. Per come la vedo io, questo è il nodo di fondo.
Allargare l’alleanza e ampliare l’area del radicamento, sono, infatti, due strategie molto diverse. Nel primo caso, si sommano i voti che ciascuno apporta, custodendo gelosamente la propria identità. In questo modo, ciascuno può rimanere com’era prima, identico a se stesso. Bertinotti può restare comunista e Mastella democristiano. Ma, come abbiamo sperimentato, la cosa non funziona; e la contraddizione tra unità dell’alleanza e diversità delle sue parti genera instabilità e, prima o dopo, esplode. Nel secondo caso, si tratta invece di ridisegnare la propria identità. Il processo è più lungo e complicato: il successo di Tony Blair venne dopo dieci anni di lavoro sul campo. Ma il punto è proprio questo: se si punta ad ampliare l’area di consenso, bisogna mettere in discussione la propria identità. Perché per conquistare nuovi elettori, bisogna liberarsi di vecchi schemi ideologici e guardare la realtà senza pregiudizi. In altre parole, bisogna cambiare. Come dappertutto ha cercato di fare in questi anni la sinistra europea, ridefinendo la propria funzione e i tratti essenziali del proprio programma: il rapporto tra Stato e mercato, l’organizzazione dello Stato sociale, le relazioni con i sindacati e il rapporto tra politica, singoli cittadini e società civile. Insomma, per ampliare l’area del consenso, il centrosinistra deve cambiare (uomini e programmi) finche non entrerà in sintonia con la maggioranza degli italiani. Questo è il problema sul quale dovremmo concentrarci. Discutendo e votando, volta per volta, senza fare tante tragedie.














