Un’Italia spaccata in due…
Ieri, mentre dalle nostre parti De Mita e un gruppo di amici di vecchia data continuavano a baloccarsi con il «Grande Centro», l’Avvenire (il quotidiano dei vescovi) ha messo i piedi nel piatto e, con un editoriale firmato da Antonio Maria Mira, ci ha esortato a smettere di «non vedere». Che cosa? La realtà di un’Italia spaccata in due.
L’articolo di Mira comincia così:«Rosarno, Italia: cinquemila immigrati, in gran parte irregolari, pagati (quando va bene) 18-20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro a raccogliere agrumi, ammucchiati in ex fabbriche senza acqua e senza luce, sfruttati da imprenditori e mafiosi, dimenticati da enti locali e istituzioni regionali e nazionali. Val di Non, Italia: settemila immigrati, tutti regolari, pagati 6,90 euro all’ora per 8 ore di lavoro a raccogliere mele, con vitto e alloggio assicurato dai datori di lavoro, sotto il rigoroso controllo della provincia di Trento e dei Comuni della zona. Dietro alla drammatica rivolta degli immigrati africani della Piana di Gioia Tauro, dietro la reazione degli abitanti, sfociata ieri sera in due feroci gambizzazioni, c’è ancora una volta questa Italia spaccata in due, questo Paese che, come ha denunciato più volte il capo dello Stato, viaggia a velocità diversissime. Due Italie, forse addirittura due pianeti diversi». E, ha aggiunto Mira, «lo diciamo chiaro e forte, perché nessuno può accusarci di trito e becero antimeridionalismo». Perché «Avvenire, con la stessa identica passione della Chiesa italiana e dei suoi vescovi, è da sempre attento alla realtà del Sud: al male che la affligge e al tanto bene che offre».
Forse dovremmo davvero (presi come siamo dal tentativo di abbattere Berlusconi per via giudiziaria) sforzarci di smettere di «non vedere». Berlusconi è quello che è, ma il nodo irrisolto della storia della Repubblica non è forse il dualismo italiano? Il punto su cui si concentra la crisi non è forse il divario terribile fra il Sud e il Nord? Non è forse questo il vero punto di rottura? Non è da qui che è sorta l’idea federale? «Quell’idea che – come osserva Biagio de Giovanni nel suo ultimo libro – da allora non sarebbe più uscita dal dibattito politico, con – da destra a sinistra: ecco il senso dell’egemonia! – la parola d’ordine “tutti federalisti” (…) qualunque sarà il destino politico effettivo di questo orizzonte, il suo ingresso nel lessico politico ne ha mutato definitivamente la scena (…) E oggi si parla di federalismo fiscale anche come possibile risposta in positivo ai problemi del Mezzogiorno (…) e la Lega federalista sembra addirittura diventare paladina di un rinnovamento possibile (l’unico, si comincia a dire) del Mezzogiorno: quante cose può significare l’egemonia!»
Dico di più. Berlusconi è quello che è, ma non è che prima dell’apparizione del Caimano l’Italia fosse tutta rose e fiori. La mafia, la corruzione, il terrorismo, l’evasione fiscale, il disastro della scuola, di Alitalia, delle ferrovie, l’inefficienza dell’apparato pubblico, l’illegalità edilizia, il divario Nord-Sud, c’erano anche prima dell’arrivo di Berlusconi. Il Cavaliere ha fatto poco o nulla per rendere migliore l’Italia. Ma di certo non è la sola fonte di tutti i nostri guai. E visto che nel decennale della scomparsa di Bettino Craxi si sostiene che il giudizio sul leader socialista debba essere un giudizio sereno, e cioè un giudizio più ampio, non limitato alla sola Tangentopoli, forse converrebbe abbandonare l’illusione che una volta sparito il Caimano, ritornerà l’età dell’oro. E piantarla con la sottovalutazione della dimensione storico-politica di Berlusconi. O si pensa davvero che Berlusconi sia il fascismo? Che sia vero quel che va dicendo Di Pietro che il Cavaliere somiglia a Mussolini? Non scherziamo: Berlusconi non ha la cultura politica del duce e in Italia non c’è una dittatura fascista. Anzi Berlusconi ha aiutato la costituzionalizzazione della destra. Perché gli serviva, certamente. Il che non toglie che abbia contribuito anche all’evoluzione della democrazia italiana. Al punto che non sarebbe fuori luogo chiedersi: e se Berlusconi svolgesse una funzione democratica? Non è una boutade, se si considera che Berlusconi è riuscito ad integrare la destra fascista nelle istituzioni italiane ed europee e sta tenendo a bada un partito secessionista.
Dico questo perché (insisto) non sta scritto da nessuna parte che una volta sparito il Caimano, ritornerà l’età dell’oro. Potremo ritrovarci messi anche peggio: con, al Nord (un Nord ormai largamente disponibile ad una separazione consensuale come quella «di velluto» della Cecoslovacchia), un enorme partito secessionista, a questo punto in grado di rompere l’argine emiliano e, al Sud, un’alleanza tra clan, formazioni autonomiste e quel che rimarrebbe del Pdl. Non per caso Luciano Violante ha detto in un’intervista (Corriere della Sera, 6 dicembre 2009): «Dobbiamo fare le riforme. Urge un gesto sano per il nostro Paese che, oggi, ha un unico perno attorno cui bene o male ruota: il presidente del Consiglio. Il Pdl è un partito carismatico, fondato sulla forza del capo e, per il grande peso di quel partito e di quel capo stiamo diventando un regime carismatico». E «l’indebolimento del carisma del capo mette in crisi partito e sistema. Possono naufragare entrambi». Per questo, sostiene Violante, dobbiamo «consolidare il sistema attraverso le riforme».
Non sarebbe male tenere a mente che è la Lega a costituire il punto di rottura (originario) del sistema italiano. Una Lega che oggi comincia a raccogliere i risultati del suo lavoro. Perché il tasto su cui batte da vent’anni (il peso ormai insopportabile del Mezzogiorno, improduttivo, preda dell’illegalità criminale, parassita e succhiatore di risorse del Nord) è ormai diventato senso comune. Consacrato oltretutto dal fallimento nel Mezzogiorno dell’esperienza dei sindaci e del compito rinnovatore che si era dato il centrosinistra.
Non è un caso che Vittorio Feltri e il suo Giornale scelgano un titolo altamente provocatorio nell'apertura dell'edizione di oggi dedicata alla «caccia al negro» scatenatasi a Rosarno:«Anziché ai negri, sparate ai mafiosi». Feltri è durissimo con i calabresi e li invita a centrare il vero bersaglio, non tanto gli immigrati stagionali ma la 'ndrangheta. «Se i calabresi - si legge nel sottotitolo dell'apertura - combattessero la 'ndrangheta con la stessa foga con cui si ribellano agli immigrati, risolverebbero i problemi della loro regione. Ma preferiscono i criminali agli africani che sgobbano al posto loro: peccato...». Feltri nel suo editoriale ribadisce come già ha fatto ieri, che «i negri hanno ragione» e che ci troviamo davanti al «primo episodio allarmante di intolleranza». Perché, continua il direttore del Giornale, il rischio è che «la rabbia di Rosarno possa essere contagiosa e fare danni in varie altre zone del Mezzogiorno dove l'agricoltura si avvale di 'schiavi africani' per essere competitiva e sopperire alla mancanza di manodopera locale». Aggiungo inoltre che non è neppure un caso che, come ha osservato Renzo Guolo (Il Piccolo, 9 dicembre 2009), «ormai a Nord, la Lega viva la Chiesa, almeno quella che si oppone a xenofobia e tramonto del solidarismo, con insofferenza crescente. La posta è l'egemonia culturale sul territorio. Del resto, la Lega è storicamente insediata in terre di tradizione cattolica ed è più forte laddove, in passato, il voto bianco otteneva percentuali altissime: Brianza, valli bergamasche, Pedemontana veneta. Da qui la necessità, prima per radicarsi, poi per espandersi elettoralmente, non solo di aderire ma di riplasmare, in direzione di un ritorno a un cattolicesimo preconciliare e dell’etnicizzazione della religione, il senso comune locale. Nel momento in cui fa sentire la sua voce dissonante su temi come immigrazione, pluralismo religioso, discriminazione, la Chiesa, tanto più se autorevole per azione e guida, come quella milanese o triveneta, contrasta palesemente questo progetto. Le sue parole e azioni cozzano contro quelle di un partito che, costretto a abbandonare il folcloristico paganesimo delle origini, rilegge la tradizione cristiana in modo del tutto indifferente ai contenuti del Vangelo. Un cristianesimo senza Cristo, declinato come una sorta di religione civile padana. Un cristianesimo iperpolitico, in cui la Croce è essenzialmente un'arma da impugnare conto gli ”altri”. Un cristianesimo ridotto a cultura locale, privo di dimensione universale».
Dobbiamo prendere sul serio l’esigenza delle riforme. Abbiamo ripetuto fino alla noia che il Novecento è ormai finito. Perciò non possiamo restare impantanati nelle macerie del vecchio sistema di idee e di poteri. Ha scritto ancora De Giovanni:«Se non si riesce a pensare nel nuovo contesto si resta nel vecchio, dove la gran parte dei dirigenti è stata allevata, e aggirandosi tra i suoi frammenti vi si resta impigliati, e si ritrova quella parzialità delle anime riformiste, quell’avviticchiarsi a spezzoni di idee che non hanno più la forza di una visione complessiva, quel sedersi sulla resistenza di grandi e piccole corporazioni che di volta in volta costituiscono i punti di forza:ora gli studenti, ora i magistrati, ora gli immigrati, spesso elevati, loro malgrado, a soggetti generali della storia». Dobbiamo provarci sul serio.















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Dobbiamo provarci. Il "vecchio paradigma" si sta sgretolando e il nuovo è in formazione, è il momento di mettere in atto l'azione riformista, e abbandonare la coperta di Linus, così rassicurante quanto inutile o dannosa. ciao