Un voto per l’Europa e al Partito Democratico
In queste settimane di Europa si è parlato pochissimo e le elezioni europee sono diventate un grande sondaggio sugli orientamenti politici degli italiani. Comunque vadano le cose, però, siamo giunti al punto conclusivo della parabola di Berlusconi, sia nel caso in cui il Pdl raggiunga l’atteso «trionfo», sia nel caso in cui, dopo averlo annunciato, il successo gli sfugga.
Berlusconi è stato l’interprete di una versione locale, «fatta in casa», di quel rapporto tra conservazione politica e modernità economica che ha aperto con Reagan e la Thatcher (con la sua celebre affermazione «quella cosa chiamata società non esiste»; in altre parole, siamo tutti individui, e soli) l’età dell’ultima rivoluzione tecnologica. Ma oggi il dato più importante che emerge dalla crisi è che il liberismo si è rivelato perfettamente in grado di mettere in moto il cambiamento, ma non è stato capace di elaborare poi gli strumenti istituzionali e culturali per gestirne in modo adeguato le conseguenze. Insomma, tutto quel quadro di certezze e di convinzioni che l’ideologia di questo ventennio aveva cercato di contrabbandare come leggi «naturali» dello sviluppo è andato in pezzi. Ed è questa realtà che sta spingendo, dovunque in occidente, verso un ritorno in campo della politica, proprio nella forma che era sembrata la più vecchia e superata, quella statale e nazionale. Al punto che oggi le destre al potere si vedono frettolosamente costrette a praticare politiche tutte interne alla più scontata tradizione progressista: nazionalizzazioni, pressione statale sul mercato, sostegno pubblico della domanda.
Questo scenario rimette in gioco la sinistra e aiuta a creare premesse più favorevoli. Ovviamente, quello di cui adesso c’è bisogno non è semplicemente un ritorno alle vecchie ricette, al mondo che abbiamo perduto. Anzi, come ha scritto Aldo Schiavone è «una politica del tutto diversa quella che dobbiamo riuscire a immaginare: una “buona” politica della responsabilità e della misura (…) con meno gestione burocratica - meno “governo dell’economia” - ma più controllo democratico sul mercato, sulle dinamiche del sistema dell’informazione e dei media, e sulle relazioni tra tecnica e vita; in cui l’individualismo globale di massa possa essere l’elemento di un progetto sociale fondato sul merito e sull’emancipazione». Che poi significa «due cose che è complicato tenere strette, ma dovremo essere in grado di combinare: più modernità (e cioè più scienza, più saperi, più ricerca, più mobilità, più cura dei giovani) e persino più mercato, ma insieme più regole, più legame sociale, più eguaglianza».
Per questo l’iniziativa dei progressisti ha bisogno di una dimensione globale (specie se le cause della crisi sono quelle di cui oggi parlano tutti: eccesso di disuguaglianza, eccesso di debito in Usa, eccesso di risparmio (pubblico) in Cina, assenza di sedi per quel governo mondiale in grado di riassorbire gli squilibri, ecc.) e dovremo approfittare della leadership globale di Obama.
Per questo è il momento dell’Europa. La crisi economica e finanziaria ha rivalutato agli occhi del mondo il modello di sviluppo europeo, talvolta irriso perché troppo attento alla solidarietà e poco flessibile rispetto alle sfide della globalizzazione. La moneta comune si è rivelata una salvaguardia. La cultura della governance sopranazionale riscoperta universalmente ha ridato centralità alla cultura comunitaria, all’esperienza di oltre mezzo secolo di sovranità condivisa.
Per questo è il momento del governo locale. Perché non basta fornire i giusti incentivi alle imprese (cioè ad soggetti individuali, isolati), perché queste intraprendano un percorso innovativo da cui verranno benefici complessivi per il Paese. Per crescere e rafforzarsi, le imprese (anche quel nutrito gruppo di medie imprese di buona qualità) hanno bisogno (tanto nei settori più tradizionali che in quelli più innovativi) di interventi che non possono produrre da sole in misura adeguata: infrastrutture materiali (logistica, comunicazioni), formazione professionale, servizi collettivi che accrescano la capacità innovativa dei loro fornitori. E hanno bisogno di qualità sociale e urbana adeguate per attrarre collaboratori qualificati e innovativi. Hanno bisogno, cioè, di beni collettivi che si formano con la cooperazione dei soggetti locali. E’ il tempo di sostenere la mobilitazione delle società locali e delle città su obiettivi di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita.
Anche Berlusconi in questi anni ha decretato, come la Thatcher, la morte della società. Noi possiamo annunciare al Paese che «quella cosa chiamata società» rappresenta l’unica via d’uscita alla crisi della nazione. Per questo il voto per l’Europa e al Partito Democratico sono essenziali. Per dare uno sbocco positivo alla crisi italiana.















Grazie
Grazie per aver scritto correttamente Thatcher e non Tatcher come qualche solone che ha redatto il programma fondamentale del decennio del PD regionale, non solo citando la lady di ferro sbagliando pure la grafia, ma in alcuni passi quasi esaltando il thatcherismo, anzi il "tatcherismo". Forse si riferiva a Palmira Tatcher, oscura militante di un'ala oltranzista dei labour della Cornovaglia di cui noi poveri ignoranti non conosciamo le lotte per la liberazione delle pecore delle Shetland, ovviamente scherzo, ma non troppo ;-)