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26/12/2008

Un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e contraddetto

La riunione della Direzione nazionale del Pd ha sancito, venerdì scorso, un tregua interna. I problemi sono stati rinviati. E Veltroni ha incassato il sostegno dei maggiorenti del partito almeno fino alle europee: poi si vedrà. Veltroni ha detto parole chiare. Sulla questione morale e sulle inchieste giudiziarie, sulla modernizzazione economica e sociale, sulle alleanze. E ha rilanciato anche alcune proposte concrete che riecheggiano lo «spirito del Lingotto»: a partire dalla riorganizzazione del welfare attraverso il contratto unico, il sussidio unico di disoccupazione e il salario minimo.

 

Condivido l’urgenza del cambiamento. Ma la crisi del partito è anzitutto il frutto di un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e contraddetto. In discussione, dunque, è proprio la nostra credibilità nel proporre e perseguire davvero politiche nuove. E quindi il rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e i suoi elettori. Un rapporto che, dopo l’ultima fallimentare esperienza di governo e col riemergere della questione morale, sembra si stia sfaldando.

 

Per come la vedo io, oggi il nostro «peggior problema» è lo Stato. Cioè la gravissima crisi di efficienza e affidabilità del sistema politico-istituzionale. Una crisi che le immagini televisive squadernano ogni giorno sotto i nostri occhi: le inchieste giudiziarie e gli scandali, la guerra tra le procure, i rifiuti campani, lo stato della tv pubblica. E potrei continuare. Come molti italiani, ho ancora negli occhi la conferenza stampa del procuratore Maffei, l’intervista di Ferrara al generale Speciale o il video della Scientifica col corpo senza vita della povera Meredith trasmesso da una televisione privata. 

Ovviamente, la questione politica e quella giudiziaria non sono tra loro indipendenti. E nemmeno quella economica. Certo che oggi, l’economia italiana soffre di una malattia comune a molti paesi Ocse: un periodo di difficoltà (che non sappiamo ancora né quanto durerà né quanto sarà profondo) dovuto alla crisi finanziaria internazionale e al prezzo di alcune materie prime. Ma non dobbiamo dimenticare che a questa malattia si somma un malessere tutto italiano (una crescita inferiore alla media europea che dura ormai da più di vent’anni), le cui cause vanno ricercate esclusivamente all’interno del nostro paese. Naturalmente, è comodo per molti incolpare la globalizzazione, l’Euro e la Bce per nascondere le mancanze della politica economica italiana. Ma i nostri problemi sono interni. E vengono da lontano, visto che il declino del nostro sistema educativo e la stagnazione degli investimenti non nascono certo oggi.

 

Ma se le cose stanno così, il problema è l’idea di un partito «liquido»? Davvero all’origine del nostri guai c’è il partito all’americana, cioè un partito che non corrisponde alla realtà storica e politica del nostro paese? L’America non c’entra nulla. Sono le tradizioni, le culture politiche, da cui è derivato il Pd che hanno perso da tempo solidità e consistenza e che, ormai svuotate e prive di presa sulla realtà, sono inadeguate a interpretare le domande del paese. Ed è inadeguato un riformismo che non vuole pagare il prezzo delle scelte che da tempo invoca.

 

Vengo ad alcuni esempi. Il principale nodo irrisolto riguarda la forma di governo, cioè la qualità della forma di Stato. La nostra repubblica non è più quella di prima. E’ già cambiata (in modo magari involontario e imprevisto; al punto che Ilvo Diamanti la definisce argutamente una «repubblica preterintenzionale») e oggi risulta incompiuta, a metà. E’ da un pezzo che la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco. Al punto che si è fatto dell’investitura popolare diretta (o come se diretta) il perno attorno al quale ruota il sistema, senza, peraltro, introdurre alcun serio contrappeso. Sono passati quindici anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda alla base del referendum del ’93: sono i partiti o i cittadini a scegliere il governo, e questo risponde ai partiti o ai cittadini? E’ dal ’93 che ci siamo abituati ad eleggere direttamente sindaci, presidenti di provincia e (poi) di regione. Nel frattempo, nella considerazione degli italiani, i partiti e il Parlamento hanno toccato il punto più basso; basta leggere il titolo che, domenica scorsa, dominava la prima pagina di Libero: «Onorevoli ladri e drogati». E potrei continuare: nel 2001, i nomi di Rutelli e Berlusconi erano indicati sulla scheda elettorale; con le primarie scegliamo ormai d’abitudine i candidati per le cariche monocratiche e con le primarie abbiamo scelto il segretario nazionale e i segretari regionali del Pd, facendo volare le decisioni individuali di moltissimi cittadini là dove non erano mai arrivate, nella scelta dei massimi dirigenti. Senza contare che il quadro che emerge dalle trasformazioni degli ultimi vent’anni assegna ai vertici dell’esecutivo italiano il predominio e la regia della produzione legislativa, autosufficienza ed espansione organizzativa e il crocevia dei rapporti con gli enti locali e la comunità internazionale. Insomma, la politica presidenziale è diventata, ormai parte integrante della nostra scena nazionale. Ma l’elezione (come se diretta) del premier non è un surrogato di sistema presidenziale. Non si tratta di tornare indietro, ma di andare avanti. E bisogna ricostruire il sistema dei checks and balances tra poteri e istituzioni dello Stato. Anche perché intanto Berlusconi ne approfitta per governare per decreto come la maggior parte dei presidenti sudamericani. E’ questo, per dirla con Obama, il principale change we need. Perché è in questa crisi (dello Stato) che si nasconde il rischio di un impoverimento della democrazia.

 

Oggi in molti (anche tra quanti sono intervenuti nella discussione di venerdì scorso) prendono atto che non è possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma continuano a ritenere che quella forma della partecipazione politica e quel sistema politico siano i migliori. E dunque cercano di avvicinarsi a quel modello e di salvare più elementi possibile di quella esperienza. Ma questo atteggiamento nasce da una visione statica e conservatrice. Il vecchio sistema dei partiti non torna più, neppure ripristinando proporzionale e preferenze. Nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello Stato e dello Stato. Adesso che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l’unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello Stato. Non è una questione tecnico-istituzionale. E’ una questione etico-politica. Caduti gli stimoli del passato, come si riattiva la partecipazione alla politica? Non è per questo che abbiamo scelto le primarie?

 

Il punto è che oggi solo la leadership può essere una risposta alla crisi di legittimazione. Basterebbe ricordare che il ricorso alle primarie per eleggere il segretario del Pd è venuto dopo la (delegittimazione della) vicenda Unipol. Ma c’è dell’altro: oggi la supplenza della classe politica nei confronti di uno Stato inconsistente non è più possibile. E’ da questa supplenza che nasce uno storico male italiano oggi al centro di molte inchieste: il rapporto verticale tra patrono (che dispone delle cose pubbliche) e cliente. Paul Ginsborg nei giorni scorsi ha ricordato che «Andreotti lo teorizzò nel ’57, quando disse che la domenica mattina anziché riposare, lui e gli altri democristiani si prendevano cura delle famiglie disagiate». Ma come si fa a spezzare questo rapporto (che ha tra le sue cause la ricerca di protezione) se non con quello che gli americani chiamano “empowerment of individuals”? Non è forse l’unico modo per rimediare al fatto che se una volta più spesa pubblica voleva dire più stato sociale e meno disuguaglianze, oggi vuol dire solo privilegi? Oggi che il federalismo è tornato una priorità, non sarebbe male tenere a mente che una delle componenti del pensiero federalista è sempre stata la ricerca di spazi di autonomia e libertà per i cittadini, proprio attraverso forme di contenimento e di distribuzione articolata del potere pubblico. E la riforma non può essere pensata come una mera operazione di trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni (un centralismo che non viene cioè riformato, ma frantumato e riprodotto lasciandone intatta la sostanza intrusiva): deve essere l’occasione di un ripensamento del rapporto cittadino-autorità nel nostro sistema costituzionale.

 

Vale anche per il punto più caldo della giustizia, quello del rapporto con la politica. Ho molto apprezzato le soluzioni proposte da Tenaglia per ridurre i tempi della giustizia, salvaguardando correttezza e garanzie, ma questo resta un nodo da sciogliere. Le garanzie di indipendenza della nostra magistratura sono tra le più elevate nell’ambito dei regimi democratici consolidati. Difatti per trovare una magistratura con prerogative simili bisogna considerare quella iraniana. Uno studioso attento come Carlo Guarnieri sostiene che «il rafforzamento del potere giudiziario, che ha caratterizzato il nostro sistema politico negli ultimi 40 anni, ne ha reso problematica la compatibilità con i principi di fondo di un regime democratico». Le riforme del periodo repubblicano ne hanno fortemente rafforzato l’indipendenza, sganciandolo completamente dalla tradizionale influenza del ministro della Giustizia e assimilandolo progressivamente allo status del Giudice. «In questo modo però – insiste Guarnieri - una larga fetta di decisioni di politica criminale è stata sottratta al circuito della responsabilità democratica. In linea di principio, non c’è alcuna necessità che il pubblico ministero sia sottoposto alle direttive dell’esecutivo, anche se questa (va detto) è la tradizione dell’Europa continentale. Visto però il ruolo cruciale che il pubblico ministero svolge nel processo penale, qualche forma di responsabilità deve pur esserci, se non altro per verificare il modo con cui esercita la discrezionalità di cui inevitabilmente dispone. Bisogna prendere il toro per le corna, perché in mancanza di soluzioni che permettano di affrontare la questione della responsabilità, la proposta della Lega – l’elezione popolare dei pubblici ministeri, sul modello del prosecutor di alcuni Stati degli Usa - rischia di farsi strada. Perché, in democrazia, non ci può essere un grande potere senza una proporzionata responsabilità. Non dico che la soluzione giusta sia quella della Lega. Ci possono essere diverse soluzioni. Ma è giusta la domanda. E se non cominciamo a porci le domande giuste, le risposte giuste faticheranno ad arrivare. Il punto è sempre lo stesso. Come ammoniva Karl Popper, dobbiamo di norma aspettarci di avere i leader peggiori e soltanto sperare di avere i migliori. E la domanda che dobbiamo porci anche stavolta, non è «Chi deve governare?» (e poi rispondere, inevitabilmente, «i migliori», «i più sapienti», ecc.); dobbiamo invece chiederci: «come possiamo organizzare le istituzioni in modo da impedire che governanti (o magistrati) cattivi o incompetenti facciano troppi danni?». E’ questa la domanda sottesa alla società aperta.

 

Concludo. Ammaestrati dall’esperienza, alle elezioni stavolta abbiamo scelto (giustamente) non di allargare l’alleanza (sommando i voti che ciascuno apporta custodendo la propria identità) ma di ampliare l’area del radicamento. Ma se si punta ad ampliare l’area di consenso, bisogna mettere in discussione la propria identità. Non c’è verso: per conquistare nuovi elettori, bisogna liberarsi dei vecchi schemi ideologici e guardare la realtà senza pregiudizi. In altre parole, bisogna cambiare. Come dappertutto ha cercato di fare in questi anni la sinistra europea, ridefinendo la propria funzione e i tratti essenziali del proprio programma: il rapporto tra Stato e mercato, l’organizzazione dello Stato sociale, le relazioni con i sindacati e il rapporto tra politica, singoli cittadini e società civile. Il punto è proprio questo. E’ venuto il momento di combattere quella battaglia culturale all’interno del proprio «mondo di riferimento» che il centrosinistra italiano ha molte volte annunciato (tutti ricordiamo la promessa di una «rivoluzione liberale»), ma differenza di quanto è accaduto negli altri paesi europei, non ha mai voluto combattere. Ma si passa da lì: solo in questo modo si può affermare una cultura politica del primato dell’individuo, delle libertà, della cittadinanza e quell’attenzione «strutturalmente diversa» (per usare le parole di Paolo Mieli) che merita il Nord. Bisogna cambiare in profondità. Ciò significa mantenere le parole che abbiamo detto in campagna elettorale e batterci perché le riforme si facciano e non per bloccarle. Niente a che vedere, dunque, con il recupero di un sistema di alleanze costruito sul logoro asse dell’antiberlusconismo. Ma se le cose stanno così, mi chiedo: la tregua interna ci aiuta davvero? Per radicare il nuovo partito servono identità e politiche in grado di rispondere, ad esempio, agli interrogativi cui ho accennato. Cioè nuove politiche. Se c’è da discutere, si faccia il Congresso. Il problema non è rompere l’alleanza o il partito, il problema è scegliere. Perché per andare fino in fondo nel cambiamento e nel rinnovamento ci vogliono politiche nuove. Non ci servono nuovi interpreti di vecchie scelte. E nuovi gruppi dirigenti, nuove personalità politiche, possono formarsi solo attraverso il confronto politico.

 

Sbaglierò, ma ritengo che al nostro gruppo dirigente manchi la credibilità per proporre e perseguire politiche nuove. Credo che il suo tempo sia finito e che il suo compito oggi sia soprattutto quello di fare emergere linee politiche e di permettere una discussione trasparente su queste. Senza smarrire, certo, come ha detto Fassino, il senso del percorso. Ma l’unico modo per non perderci e per parlare al paese è quello mantenere quella promessa che abbiamo fatto molte volte e molte volte contraddetto. Cominciando con l’affiggere, come Lutero, le nostre tesi sul portone della cattedrale.

 

 

 

 

Azioni sul documento

La Riforma

Inviato da Utente anonimo il 07:34, 27/12/2008

Mi sta bene il paragone con Lutero. Ma a volerlo portare fino in fondo, le 95 tesi erano volte principalmente a denunciare lo scandalo delle indulgenze e mi sembra che il tema (dall'indulto alla riforma della giustizia) è in grado di scatenare diverse battaglie interne al PD. Come dire, un percorso in salita. Ben vengano, però, anche perchè è funzionale al ripulisti che dovrebbe esser fatto. Senza il quale le nostre tesi rimarrebbero lettera morta, proclami senza seguito. E in questi tempi di restrizioni, è anche opportuno ricordare, come diceva il buon Lutero, che "si deve insegnare ai cristiani che è meglio dare a un povero o fare un prestito a un bisognoso che non acquistare indulgenze. Poiché la carità cresce con le opere di carità e fa l'uomo migliore, mentre con le indulgenze egli non diventa migliore ma solo più libero dalla pena." Ahimè. Di uomini liberi dalla pena ne conosciamo tanti, ma pochi sono quelli che definiremmo "i migliori". Bridget

La Riforma

Inviato da Paola il 11:24, 29/12/2008

Condivido il pensiero dell'on. Maran in ogni dettaglio e non mi capacito dell'ennesimo rinvio quanto all'ineludibile improcrastinabile confronto politico sulle idee che lui esprime. Disconosco l'attuale inaffidabile leadership del PD perchè mi rendo conto che non è più capace di innovazione autentica, consunta com'è nell'arte di barcamenarsi reinterpretando vecchie formule ormai in disuso al punto da non essere più minimamente credibile quando parla di innovazione. Sarebbe stato vitale farlo prima delle elezioni Europee,