Tu vuò fa l’americano…
Dai e dai, qualcosa si muove. In un articolo apparso sul Messaggero Veneto tra Natale e Capodanno, Gianfranco Moretton è tornato sulle ragioni della sconfitta elettorale del Pd e del centrosinistra in Friuli Venezia Giulia.
Con i chiari di luna che ci sono nel mondo e in Italia, dalla guerra di Gaza alla crisi del gas, occuparsi del problemi del Pd, e per giunta del Friuli Venezia Giulia, potrebbe sembrare vagamente ridicolo. Ma in democrazia, quando l’opposizione è in condizioni di così grande debolezza ed incertezza, è meglio prestare attenzione al decorso della malattia. Anche con questi chiari di luna, anche in Friuli Venezia Giulia.
A ben guardare, nell’articolo in questione, Moretton sembra preoccupato soprattutto iscriversi tra gli homines novi e di mostrarsi proteso verso il futuro, verso un’epoca nuova. Non si capisce in che cosa consista, sul piano concreto, l’«innovazione» e il «radicale rinnovamento» cui Moretton fa continuamente riferimento; e colpisce che il cambiamento venga invocato proprio da chi gode da tempo di poteri molto ampi sulla linea politica e sul gruppo consiliare del Pd e forse, da tempo, ha esaurito la propria capacità di innovazione. Due cose però si afferrano.
La prima: la colpa per come sono andate le cose è di Illy che non ha voluto aderire al Pd. «Illy – sostiene Gianfranco Moretton - non ha recepito che era arrivato il momento delle grandi aggregazioni per sviluppare quel processo innovativo che nei cinque anni di governo era stato avviato». Diciamo che, sicuramente, Illy non l’ha «recepito». Ma davvero Moretton ritiene che se Illy e i suoi «Cittadini per il presidente» avessero aderito al Pd avremmo vinto le elezioni? Che cosa glielo fa credere? Non trova che sia venuto il momento di cominciare a porsi qualche domanda proprio sul «processo innovativo» avviato nei cinque anni di governo? Possiamo provare finalmente a chiederci se il cambiamento fatto sperare c’è stato davvero? Davvero la colpa è della gente che non ci ha capito? O siamo stati noi, piuttosto, a non capirne i bisogni? Certo che nella nostra esperienza di governo in Regione ci sono stati molti aspetti positivi. Certo che ci siamo dati un gran daffare per introdurre miglioramenti significativi in molti settori della vita pubblica. Ma nella nostra politica riformatrice c’è stata anche una timidezza in contrasto stridente con le attese e le aspirazioni che si erano diffuse in una società, quella regionale, profondamente trasformata. Indubbiamente le resistenze esplicite e quelle più sotterranee, che nascono dagli interessi consolidati di gruppi e ceti e, più ancora, da culture e orizzonti mentali radicati, possono spiegare molte delle difficoltà della nostra esperienza. Ma al fondo di una prova avara di novità c’è stato un freno potente, una specie di pilastro cui si sono aggrappati alcuni settori del centrosinistra: quello della «continuità» e al tempo stesso della «centralità» dei vecchi riferimenti sociali e culturali tradizionali della vecchia politica democristiana (e comunista). A cominciare da una cultura della privatizzazione delle strutture pubbliche a favore delle corporazioni che vi lavorano. Questa impostazione ha reso progressivamente marginali proprio quei settori della politica e della società regionale che al centrosinistra guardavano non come ad una sciagura, ma come un’occasione, una sfida riformatrice. Visto che Moretton suggerisce (giustamente) di far tesoro delle esperienze politiche e democratiche d’oltreoceano, non sarebbe male tenere a mente che, come ha scritto Gerald F. Seib (un americano), «le elezioni qualche volta cambiano l’America e qualche altra volta ci dicono che essa è già cambiata». Ecco, per come la vedo io, probabilmente il centrosinistra al governo della Regione avrebbe dovuto tener in maggior conto il fatto che l’elezione di Illy era forse destinata a cambiare la Regione, ma intanto aveva certamente mostrato come la Regione era già cambiata.
La seconda cosa che si capisce è che, secondo Gianfranco Moretton, «il Pd non può entrare a far parte del Ps» (europeo, presumo). Sul punto mi limito a riportare quel che ha detto Veltroni nel suo intervento all’ultima riunione della direzione nazionale del Pd: «La nostra collocazione e il nostro ruolo in Europa sono definiti da due punti fermi. Il primo è l’autonomia dell’identità «democratica» del PD, irriducibile alle attuali famiglie politiche europee. Un’identità che deve essere messa al servizio della costruzione di un grande campo di centrosinistra in Europa. La seconda è il progetto di trasformazione del quadro politico europeo, per il quale intendiamo batterci e attorno al quale intendiamo costruire una rete di alleanze in Europa, a cominciare dalla famiglia socialista. Così vogliamo essere: con la nostra identità, ma non isolati».
Dobbiamo perciò intenderci: l’anomalia italiana non sta nel fatto che le diverse tradizioni culturali e politiche riformatrici del paese si sono raccolte in un grande partito, ma nel fatto che il partito nuovo, come quelli vecchi, non è (ancora) capace svolgere quella funzione che nei principali paesi europei è svolta dai partiti socialisti e socialdemocratici. Il punto è che la «politica, riformista e innovativa scelta dal Pd», paragonata a quella di quei partiti, non è poi così riformista e innovativa. Moretton forse si illude di essere «oltre» rispetto all’esperienza dei partiti socialisti europei. Ma non siamo oltre, siamo ancora al di qua. Per esempio, dobbiamo definire ancora l’autonomia del partito riformista rispetto ai sindacati e non riusciamo ancora a calibrare il tono e i contenuti di un’opposizione post-ideologica a Berlusconi.
Ma «innovazione» vuol dire prima di tutto contenuti. Un esempio? Il welfare. In Italia per decenni abbiamo chiamato il nostro sistema sociale lo Stato assistenziale. Era una definizione più corretta, perché distingueva l’originale versione democristiana dai sistemi edificati dalle socialdemocrazie europee. Poi abbiamo cominciato a chiamarlo welfare. Ma il welfare in Italia non esiste. Non è Lord Beveridge il padre dello Stato assistenziale all’italiana. «Il nostro modello - ha scritto Antonio Polito - è piuttosto figlio della cultura del mutuo soccorso, di origine sindacale e del solidarismo cattolico, il cui peso piano piano è stato trasferito sulle spalle dello Stato. Il soggetto di questa assistenza non è il singolo, il cittadino individuato nella sua neutralità come avviene in Inghilterra, ma la sua appartenenza ad un gruppo sociale protetto, ad una associazione, una gilda, una corporazione». Il sistema italiano non è fondato sull’individuo, ma sulla famiglia; e «le rimesse dello Stato, essenzialmente sotto forma di pensioni, sovvenzionano il nucleo familiare, che poi funziona al suo interno come distributore di ricchezza». Tanto per capirci, dopo sedici anni di Thatcher, in Gran Bretagna il sostegno ai giovani in cerca di lavoro, la cura degli anziani, dei malati di mente dei bambini è compito dello Stato. In Italia sono compiti della famiglia. Ora, che non si possa andare avanti così, ce lo dicono da tempo studiosi e osservatori. In primo luogo, perché le famiglie diventano più piccole e la rapida riduzione delle dimensioni del nucleo familiare rende sempre più marginale il ruolo della redistribuzione operata dalla famiglia. In secondo luogo, perché la redistribuzione all’interno della famiglia è resa sempre più difficile dall’aumento della disoccupazione fra gli adulti: con essa, aumentano le famiglie in cui nessuno lavora. Infine, perché la famiglia usata come «ammortizzatore sociale» comporta dei costi in termini di efficienza: presuppone la condivisione dell’abitazione (fattore che ostacola la mobilità della forza lavoro) ed è legata alla bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro perché assegna a mamme e mogli importanti funzioni di cura. Ma senza le donne l’Italia non può tornare a crescere, soprattutto a crescere bene. Perché glielo impedisce un circolo vizioso: troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri. Non per caso, le donne sono diventate il vero motore dell’economia mondiale: nell’ultimo decennio l’incremento dell’occupazione femminile nei paesi sviluppati ha contribuito alla crescita del PIL globale (quello di tutto il pianeta) più dell’intera economia cinese.
Aggiungo che il nostro sistema di protezione sociale, come è stato ampiamente documentato, è fra quelli che meno contribuiscono a ridurre le disuguaglianze in Europa non soltanto perché è largamente incentrato sulle pensioni, ma anche perché le risorse lasciate libere dalle prestazioni pensionistiche sono male utilizzate.
Per questo l’Italia ha urgente bisogno di un nuovo e più efficace sistema di welfare; e il motivo per cui in Italia il modello di Stato sociale universalista socialdemocratico non si è sviluppato ha a che fare sia con la natura familistica democristiana di quello che è stato costruito (con i suoi pregi e i suoi molti difetti), sia con il modo sempre assai incerto con cui la sinistra italiana ha coltivato il suo rapporto con il riformismo europeo. Per quanto si vogliano attribuire al Pci dei grandi meriti nell’aver disciplinato alla condotta democratico costituzionale una sinistra italiana da sempre massimalista e al Psi di aver comunque garantito a tutto il mondo progressista lontano dal comunismo luoghi di dibattito e di rappresentanza, non ci sono dubbi che essi sono rimasti troppo a lungo «estranei» alla cultura riformista europea. Mi chiedo, allora: il centrosinistra italiano può restare separato ancora una volta (ieri perché c’erano i «comunisti» e oggi perché è diventato «democratico») dai processi di rinnovamento che ha vissuto e sta ancora vivendo la socialdemocrazia europea? Possiamo rinunciare a fare del paese un attore più incisivo del processo di integrazione? E possiamo estraniarci dalla cultura riformista europea oggi che (dappertutto) il problema fondamentale per la sinistra del nuovo secolo è come, in prospettiva, essa possa svolgere la sua missione di difesa dei ceti deboli, dislocati in aree sociali emarginate, e nello stesso tempo fare propria quella domanda di «auto-realizzazione» e di promozione dello sviluppo (non è forse questo il cuore della questione settentrionale?) che viene da quei ceti che sono i «propulsori» dello sviluppo? Può essere che l’Europa per noi sia tutto soltanto nei giorni di festa? Insomma, il paese è finalmente parte del nuovo «attore globale» che sarà l’Europa, sì o no?
Sbaglierò, ma la rivendicazione della specificità e dell’eccezionalità italiana (che come sempre diventa un modello universale e anticipa addirittura le tendenze del futuro prossimo, quasi che il nostro «particolare» sia l’unica misura accettabile) rischia di rivelarsi nient’altro che una manifestazione di provincialismo. Come ha scritto Arthur M. Schlesinger (un altro americano), una cosa è certa: «non raggiungeremo un sistema politico funzionante solamente gingillandoci con le regole e le strutture dei partiti, né tentando di richiamare in vita, con un atto di volontà un passato ormai scomparso. Lo raggiungeremo soltanto ricordando che la politica è, in fondo, l’arte di risolvere problemi di sostanza». La scelta positiva che non possiamo più tardare è quella di trasformare il nostro Stato assistenziale in un vero Stato sociale. Si tratta di un compito che, in modo particolare in Italia, è già un programma di governo, anzi, a dire la verità, di una successione di governi. Gli sprechi nella pubblica amministrazione, secondo le stime più prudenti, ammontano a 80 miliardi di euro l’anno. Recuperandone, gradualmente, anche solo la metà, potremo assicurare ai cittadini le quattro cose essenziali che sono tuttora drammaticamente carenti in Italia: asili nido, assistenza agli anziani (e ai non autosufficienti), politiche contro la povertà, ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori e non solo per chi ha la fortuna di lavorare in una grande impresa. Quest’ultimo punto, probabilmente, è il più importante in questo momento, in cui le prime imprese cominciano a chiudere, le ore di cassa integrazione aumentano, la disoccupazione torna a salire: proprio perché, per riprendere a crescere, le imprese inefficienti vanno lasciate al loro destino, è essenziale garantire a chi perde il lavoro una rete di protezione universale, facendo cadere una volta per tutte l’odiosa distinzione fra lavoratori di serie A, difesi dalla legge e dai sindacati, e lavoratori di serie B, dimenticati da tutti.
Anche per la nostra Regione, ci sarebbe un campo di sperimentazione molto vasto e si potrebbe attingere da esperienze regionali innovative che possono essere generalizzate e perfezionate. Resto dell’opinione che ci sia un solo modo per radicare il partito nuovo e che sia quello di rispondere alla domanda posta da Sergio Chiamparino nell’ultima riunione della direzione nazionale:«Siamo utili a qualcosa e a qualcuno?». Se questa domanda ce la ficchiamo bene in testa, forse saremo in grado (beninteso, se non abbiamo esaurito la capacità di apprendimento e di innovazione) di fare opposizione anche se «non ci sono argomenti o proposte di legge da esaminare» e di recuperare fiducia (l’urgenza immediata), la fiducia dei nostri elettori nei riguardi del Partito democratico. Ovviamente, può darsi benissimo che le mie siano valutazioni che, come scrive Moretton, «certamente non si possono considerare proiettate verso un futuro innovativo, riformista e di progresso socio-culturale». Mi piacerebbe però sapere una cosa: perché? Quanto all’America, Gianfranco Moretton sfonda una porta aperta. Certo che dobbiamo tenere conto (sarebbe sempre ora) delle esperienze d’oltreoceano. Con una sola avvertenza: nel nostro paese, tutte le cose americane diventano molto rapidamente sudamericane. Basta pensare a Berlusconi…















American Dreamz
Sempre pensato che noi Italiani importiamo dagli States tutte le mode quando loro le hanno già superate (qui impazzava la Scarsdale quando loro parlavano ormai di dieta mediterranea, tanto per dirne una)e, come se ciò non bastasse, le condiamo in salsa nostrana, tanto per sottolineare la nostra "specialità", come al solito. D'altra parte la nostra paura per la globalizzazione ci ha portato dritti dritti alla creazione delle "piccole patrie" e a tutta quella serie di rivendicazioni di autonomie locali, culturali, linguistiche o amministrative che siano. Il che è inevitabilmente in stridente contrasto con il messaggio inclusivo di un Obama che ha vinto perchè è riuscito ad unire un elettorato trasversale per estrazione sociale, cultura, provenienza geografica e, persino, impostazione ideologica in nome di un programma che forse aveva un po' troppi facili slogan, ma era comprensibile e inequivocabile. Qui da noi, con le varie esternazioni del tipo "non tanto, quanto" "sì, però" "non nel, ma con il (PSE)" stiamo perdendo una visione unitaria e con essa gli entusiasmi, le speranze e le convinzioni dei nostri elettori. Serve, e al più presto, una chiamata a raccolta: ben venga dunque l'affissione delle tesi e che siano sintetiche, puntuali, concrete, che sappiano riunire quelli che hanno progetti precisi di riforma e quelli che sul serio vogliono realizzarli. Un impegno a fare, quindi, ricordando che "Si può fare" non ha lo stesso vigore di "Yes, we can". E lo si è visto!