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06/12/2009

Sempre lo stesso film?

«Da nove giorni il futuro politico del sistema italiano sta girando attorno alle parole di un pentito di mafia»: è il punto politico sottolineato oggi da Luciano Violante in un’intervista al Corriere della Sera.  Le sorti della Repubblica sono appese alla voce di un pentito, Gaspare Spatuzza, detto «u tignusu» per la sua calvizie, che in poco più di 16 anni è passato dall’uccisione di don Pino Puglisi alla collaborazione con la giustizia arrivando a raccontare episodi di mafia (di cui sarebbe stato messo a conoscenza) che riguardano il premier Silvio Berlusconi e il senatore Marcello Dell’Utri. Un uomo gravato, per sua stessa ammissione, da sei stragi e 40 omicidi.

E’ probabile che si tratti solo di «una storia assurda» è di una «follia», come afferma indignato il presidente del Consiglio, ma è qualcosa che accentua fino al parossismo lo stress istituzionale. Al punto che, secondo Violante, la vicenda evidenzia la «fragilità strutturale» del sistema e testimonia l’urgenza di mettere mano a «riforme costituzionali, dentro le quali si deve rivedere anche il rapporto tra politica e giustizia». Come ha osservato ieri Stefano Folli sul Sole 24 Ore, «la posizione prudente di Bersani e del Pd rivela un’inquietudine crescente. Non si vuole far dipendere le sorti della Repubblica da un assassino che per convenienza si è fatto collaboratore di giustizia. Perciò si chiede alla magistratura di verificare e approfondire con ogni cura. Quanto più le accuse sono gravi, anzi inaudite, tanto più è indispensabile mostrare un eccezionale senso di responsabilità. L’idea di ricondurre la storia politica degli ultimi vent’anni a un fatto criminale è assai pericolosa. Ricorda da vicino il tentativo che fu nesso in opera all’inizio degli anni Novanta, quando si cercò di procedere nello stesso modo nei confronti della Democrazia Cristiana: dai processi di Andreotti alla crisi di Tangentopoli. Ma adesso gli esiti sarebbero più drammatici, visto che Berlusconi non ha intenzione di ritirarsi e un suo appello agli elettori avrebbe, con ogni probabilità, successo in una chiave tutta plebiscitaria».

Ieri, intanto, una folla variopinta si è radunata a Roma per gridare la propria indignazione nei confronti del capo del governo. Tanti giovani, tutti antiberlusconiani: «Silvio dimettiti», il coro più ripetuto. Il guaio è che per una persona che protesta ce ne sono almeno due che pensano che Berlusconi è un perseguitato e che chi lo odia lo fa solo per invidia. Non per caso, il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, prevede che «fra pentiti di mafia e girotondi di Di Pietro, Berlusconi rimarrà lì altri vent’anni». Resta il fatto che la manifestazione a molti è sembrata un film già visto (anche gli attori sono gli stessi), mentre un sacco di gente vorrebbe vederne finalmente uno diverso. Ne scrive Mario Ricciardi oggi sul Riformista: «Aspetto che il tempo passi. Che la sinistra si liberi da questa nevrosi, dall’ossessione che la imprigiona costringendola a ripetere ossessivamente la stessa triste litania.  Che finalmente i suoi leader abbiano il coraggio di dire ad alta voce quello che alcuni di loro sussurrano quando non c’è un microfono nelle vicinanze: che, nonostante tutto, Berlusconi piace. Che gli italiani che lo votano non sono ostaggi di un tiranno. Forse non sono troppo lungimiranti, hanno le idee confuse su democrazia e garanzie costituzionali, ma alla fine sono sicuri del fatto loro. In democrazia, vince chi ha più voti e, per il momento, loro sono la maggioranza, e vogliono Berlusconi. Così come è, con le escort, i capelli tinti, i sicofanti, le battute di cattivo gusto e il conflitto di interessi. Sono convinti che alla fine lo preferiscono ai suoi avversari. Che le sue indubbie doti di comunicatore e i suoi successi di imprenditore siano sufficienti per affidargli il proprio futuro e quello dei propri figli.  Aspetto. Sperando che prima o poi qualcuno a sinistra dica che da qui bisogna partire. Dalla comunicazione e dagli interessi. Dal Paese reale e dai suoi umori. Dagli ideali e dal modo in cui si mettono in pratica, nei limiti del possibile».

Vengo al «Paese reale e ai suoi umori». A pagina 29 del Corriere di oggi c’è la notizia che i ritardi della giustizia costano alle imprese 2,6 miliardi di euro. La stima, riferita al 2007, è stata calcolata dalla Cgia di Mestre sommando i costi di cui le aziende italiane devono farsi carico per i ritardi  nelle procedure fallimentari (1,03miliardi ) i ritardi nelle procedure civili (1,09 miliardi) e le spese relative alle procedure fallimentari (532 milioni). E seri interrogativi sul funzionamento del sistema giudiziario italiano vengono anche dagli Stati Uniti dopo la condanna di Amanda Knox a ventisei anni. I media hanno criticato «il mancato isolamento della giuria» e più di un aspetto dell’impianto accusatorio. Ciò che più colpisce la stampa americana è la debolezza della prova del dna a carico di Amanda. E diversi luminari del foro statunitensi hanno giudicato scandaloso il verdetto. «La giustizia italiana è molto diversa dalla nostra, pensate che il Pm ha definito Amanda “il Diavolo” nella requisitoria» (Cnn);  «la giuria è condizionata dai gossip che girano in città, qui tutto assomiglia a un circo» (Paula Newton, Cnn);  «Sin dall’inizio gli italiani hanno visto in Amanda un gelido killer dagli occhi azzurri» (Barbie Nadeau, Newsweek);  «Ci troviamo di fronte a una demonizzazione dell’imputata che evoca il ricordo di Giovanna d’Arco, c’è da chiedersi in quale secolo viviamo» (Timothy Egan, New York Times). The Daily Beast contesta le scelte della famiglia che «non sollevò obiezioni all’inizio dell’indagine quando la polizia dimenticò di interrogare Amanda». E sono i «vizi iniziali dell’inchiesta» a essere indicati come la genesi di una vicenda di malagiustizia. «Ciò che più colpisce di questo processo è come gli inquirenti siano sempre rimasti attaccati alla prima interpretazione che diedero come se tenessero più a salvare la propria faccia che non ad applicare i codici», commenta ancora Egan, celebre premio Pulitzer, sul NYT. Ecco, visto che non sono tutti sul libro paga di Berlusconi, forse converrebbe rifletterci su. O no?

Sempre a proposito di paese reale, in tutto questo trambusto, gli ultimi sviluppi sull’iter della legge finanziaria in Parlamento sono finiti a pagina 43 del Corriere della Sera di ieri. Eppure il cammino resta piuttosto accidentato, tanto che i deputati della Commissione Bilancio dovranno lavorare anche durante il ponte dell’Immacolata. E dopo vari tentativi di correzione in corsa, il governo e il relatore di maggioranza hanno deciso di riscrivere gli articoli 2 e 3 della manovra. I due articoli sono stati riassunti dal relatore in un maxiemendamento («del tutto inusuale» come ha rilevato l’opposizione), che raccoglie tutte le proposte di modifica presentate dal governo e quelle ritenute praticabili dalla maggioranza.  Nel maxi-emendamento vengono confermanti la Banca del Mezzogiorno, il rifinanziamento del 5 per mille, i fondi per il ponte sullo Stretto di Messina e quelli per finanziare il credito di imposta alle imprese sulla ricerca. Vedremo come andrà a finire. «Da domani sera, e per quanto ci riguarda senza limiti prefissati, voteremo tutti gli emendamenti a cominciare da quelli che rappresentano per il Partito democratico la cartina tornasole della manovra: sostegno ai lavoratori, ai redditi, alle famiglie, alle imprese». Lo dichiara il capogruppo Pd in commissione Bilancio, Pierpaolo Baretta. «Il governo - continua - ha dovuto prendere atto della nostra posizione per la restituzione dell'Ici ai comuni e per le scuole paritarie, stanziando risorse in questa direzione. L'emendamento unico presentato dal relatore - spiega Baretta - è comunque un mostro procedurale. Di fatto è come se si chiedesse la fiducia in commissione. Ma anche il quadro di coperture risulta ancora incerto. Per questi motivi, la sessione di bilancio, che si apre nel concreto domani sera, acquista un particolare valore di confronto non solo fra l'opposizione e la maggioranza, ma anche tra la maggioranza e il governo».

Per finire ancora con uno sguardo agli interessi e agli ideali, da lunedì saremo tutti (idealmente) a Copenhagen a fare il tifo per un buon accordo sull’ambiente. Il fatto è che trovare il modo di produrre energia con sorgenti pulite, rendere meno inquinante il nostro parco automobilistico e i nostri riscaldamenti, costa. E su come distribuire lo sforzo ci sono opinioni discordanti. Che il negoziatore indiano ha riassunto così: «Il cielo è pieno di gas serra prodotti dai paesi ricchi. E’ ora che essi facciano un po’ di spazio anche ai nostri, visto che finalmente anche noi stiamo migliorando le nostre condizioni di vita». Anche nell’atmosfera, tanto per capirci, lo spazio occupato da un cittadino di un paese ricco è diverse volte più grande di quello occupato da un cittadino di un paese povero. Dovremmo tenerlo a mente.

 

Azioni sul documento

estremismo malattia infantile..

Inviato da cuciuti il 08:02, 08/12/2009

Il post è ampio ed articolate e merita qualche commento approfondito. Segnalo solo che scrivere "Il guaio è che per una persona che protesta ce ne sono almeno due che pensano che Berlusconi è un perseguitato e che chi lo odia lo fa solo per invidia." fa pensare a commenti da maggioranza silenziosa. Park fu l'unica a rifutarsi di alzarsi da quella seggiola del bus, eppure il bus era pieno di neri che non lo fecero e di bianchi che biasimarono il comportamento di Rosa. Anche quando manifestavano gli operai all'inizio del secolo scorso forse tanti altri pensavano fossero degli scioperati e fannulloni. E persino quando tre fiorentini all'inizio del trecento immaginarono di rivoluzionare il concetto di donna e amore in letteratura l'intera cerchia dei letterati guardò a loro con sospetto e avversione, mentre la stragrande maggioranza di persone li ignorarono bellamente perchè in altre faccende affacendati. Eppure quei tre - "Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io.. - cambiarono la letteratura italiana e forse mondiale. Fortunatamente la storia è a testimoniare che partecipazione e progresso sociale sono elementi inscindibili. Il tema credo sia capire quale sia la migliore strategia per cacciare Berlusconi dal potere. Quella delle manifestazioni è una, condivisibile o meno. Ma quella del pd qual'è? tirare a campare per non tirare le cuoia per dirla con Andreotti? La litania che è stato eletto e quindi deve governare non regge più. In tutti i paesi democratici l'opposizione lavora per mettere in difficoltà il governo e tentare di appofondirne le difficoltà dinanzi all'opinione pubblica per prenderne il posto. anche prima delle elezioni. Ricordo infatti che Berlusconi all'opposizione promosse diverse manifestazioni contro il governo in carica. e, a non voler far i provinciali per la messa sotto accusa di Clinton i repubblicani non aspettarono la fine del mandato. ma da quelle parti non hanno una classe politica terminale che ha paura che le prossime elezioni possa definitivamente mandarla a casa. qual'è la proposta del PD in tema di giustizia, Quale in tema di riforma degli enti locali, di miglioramento dell'efficacia della PA, di riforma dell'Università, tanto per citare i temi sui quali il governo è intervenuto o si accinge a intervenire? nel perdurare la latitanza di proposte del maggior partito d'opposizione la gente si organizza altrimenti.. per le altre osservazioni riportate sull'articolo mi riservo di intervenire successivamente.