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30/06/2011

Rinvii e rimedi

Una buona notizia e una cattiva. Comincio da quest’ultima. I gravi problemi della maggioranza continuano, eppure la legislatura sembra rotolare verso l’approdo naturale del 2013. Con un governo che vuole sopravvivere e non ha alternative. Il guaio è che il governo continua a non far nulla per la crescita del paese e rinvia ai futuri governi l’onere politico dell’aggiustamento fiscale.

«Rinviare il compito dell’aggiustamento dei conti a dopo le elezioni – ha scritto oggi Romano Prodi sul Messaggero - non solo costituisce un’atto di sfiducia nei confronti dell’attuale maggioranza da parte della maggioranza stessa ma è una decisione estremamente arrischiata e pericolosa. Non è difficile infatti interpretarla come segno dell’incapacità di prendere le necessarie misure da parte del governo e quindi come una manifestazione della poca credibilità di tutta la manovra. Così come è segno di debolezza insistere sui tagli lineari, che dimostrano la mancanza di coraggio nella scelta fra le diverse priorità che il futuro dell’Italia impone. Ricordo le violente critiche che furono rivolte al mio governo anche da parte della mia stessa maggioranza quando, insieme al ministro Padoa Schioppa, si decise di accompagnare il programma finanziario con la così detta “spending review“, che era un’espressione forse un po’ esotica ma certo chiarissima nel suo significato, che cioè spese e tagli dovevano essere decisi in  conseguenza delle priorità politiche messe sul tavolo del consiglio dei Ministri in modo chiaro e trasparente. La politica è scelta: i tagli uguali per tutti sono il segnale che non si è in grado di scegliere e anche questo, oltre che ingiusto, non è certo gradito ai mercati internazionali».

E’, invece, una buona notizia l’accordo tra Cgil, Cisl Uil e Confindustria sulle nuove regole della contrattazione e sulla rappresentanza. L’accordo compie passi in avanti importanti su due aspetti cruciali: il decentramento della contrattazione e l’esigibilità dei contratti. Tito Boeri oggi scrive su Repubblica:«L'accordo siglato ieri rafforza il peso della contrattazione decentrata, azienda per azienda. Lo fa stabilendo che i contratti nazionali possano contenere "clausole d'uscita" come quelle in vigore ormai da vent'anni in Germania. Offrono alla contrattazione aziendale la possibilità di derogare ai minimi salariali fissati dalla contrattazione nazionale «al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico e occupazionale dell'impresa». È la clausola che ha permesso alle imprese dell'Est della Germania di contenere le emorragie occupazionali dopo l'unificazione e che, durante la Grande Recessione ha permesso di evitare massicce perdite di posti di lavoro (in Germania la disoccupazione è addirittura diminuita nel 2009!) grazie a scambi virtuosi fra, da una parte, riduzioni di orari e salari e, dall'altra, mantenimento dei livelli occupazionali. Questa innovazione esplicitamente introdotta in un accordo interconfederale è molto importante in un paese come il nostro dove c'è moltissima eterogeneità nell'efficienza delle imprese: alcune si possono permettere di pagare salari molto più alti di quelli fissati dal contratto nazionale, mentre altre vengono sospinte verso il sommerso da minimi retributivi troppo alti per gli standard di produttività che riescono a conseguire. L'accordo compie passi in avanti significativi anche sul piano dell'esigibilità dei contratti, vale a dire della natura vincolante degli impegni che il sindacato può prendere in sede di negoziato con i datori di lavoro. È il nodo emerso nei casi di Pomigliano, Mirafiori e Garlasco dove un sindacato diviso non poteva garantire il rispetto da parte di tutti degli accordi presi prima dell'attuazione del piano di investimenti proposto dall'azienda. Un sindacato che non può prendere impegni vincolanti non può negoziare e un investitore non accetterà mai di mettere tanti soldi in un'azienda se sa che l'accordo raggiunto può essere rimesso in discussione dopo che l'investimento è stato attuato». E Pietro Ichino ieri ha scritto sul sito www.lavoce.info : «Per farsi un’idea dell’importanza dell’accordo firmato martedì dalle tre confederazioni sindacali maggiori con Confindustria, basti pensare che esso può forse avviare a conclusione la lunghissima fase del cosiddetto “diritto sindacale transitorio”, aperta nel 1944 con l’abrogazione del regime corporativo e finora mai chiusa, perché restano a tutt’oggi in larga parte inattuati gli ultimi tre commi dell’articolo 39 della Costituzione repubblicana in materia di contrattazione collettiva. Ma l’accordo, anche se non sarà seguito da un intervento legislativo volto ad attuare o modificare quella norma costituzionale, segna comunque la fine di un decennio di relazioni sindacali rissose e poco concludenti. E volta pagina rispetto a un triennio nel quale il ministro del Lavoro si è intensamente adoperato per costruire un sistema di relazioni industriali capace di funzionare escludendo la Cgil. Le divergenze tra quest’ultima confederazione e le altre due non sono superate; ma il nuovo accordo interconfederale detta le regole di democrazia sindacale che consentiranno di dirimere i contrasti, là dove essi si presenteranno come insanabili. Può essere che la firma di questo accordo segni anche l’apertura di una nuova stagione di unità d’azione fra le tre confederazioni maggiori. Ma, anche se così non sarà, le nuove regole condivise consentiranno di evitare che i dissensi tra sindacati – fisiologici in un regime di vero pluralismo sindacale – si traducano in paralisi delle relazioni industriali e perdita di rilevanza pratica della contrattazione collettiva, come troppo sovente è accaduto negli ultimi anni».

Suggerisco, infine, per dare un’occhiata a quel che capita intorno a noi, una capatina sul sito di Policy Network (www.policy-network.net) un thinktank internazionale dedicato allo sviluppo delle politiche progressiste e al rinnovamento della socialdemocrazia. C’è un’intervista a David Marquand che, nel suo libro «The End of the West», sostiene che molti dei problemi dell’’Europa derivano da una percezione antiquata del potere globale e auspica un cambiamento drastico nella governance europea per fermare lo scivolamento del continente nell’irrilevanza:«Has Europe's extraordinary postwar recovery limped to an end? It would seem so. The United Kingdom, Belgium, France, Italy, and former Soviet Bloc countries have experienced ethnic or religious disturbances, sometimes violent. Greece, Ireland, and Spain are menaced by financial crises. And the euro is in trouble. In The End of the West, David Marquand, a former member of the British Parliament, argues that Europe's problems stem from outdated perceptions of global power, and calls for a drastic change in European governance to halt the continent's slide into irrelevance». Watch David Marquand's speech to mark the book's launch on the Policy Network YouTube Channel.

Inoltre, il thinktank s’interroga sull’incremento, la diffusione e il modo in cui la preoccupazione pubblica circa l’immigrazione influenza la fiducia nei politici e nelle istituzioni. Dopo il paper (scaricabile dal sito) «Immigration and polical community: the impact of immigration on polical trust», Policy Network ha promosso un interessante seminario su «Community, identity e solidarity: Fostering trust in diverse polical comunity».

 

 

 

 

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