Riforme o niente ripresa…
L’analisi del Governatore della Banca d’Italia è severa ma lo spirito è fiducioso. Secondo Mario Draghi, in Italia la crisi determinerà quest’anno una caduta del Pil attorno al 5 per cento e la disoccupazione potrebbe toccare il 10 per cento; le banche devono fare il loro sforzo per sostenere le imprese in difficoltà, ma servono le riforme (previdenza, liberalizzazioni, legislazione della spesa pubblica, semplificazione normativa, pubblica amministrazione, ecc.) cominciando da quella «organica e rigorosa» degli ammortizzatori sociali, perché siccome «ogni Paese affronta la crisi con le sue forze, le sue debolezze e la sua storia, la riposta alla crisi è anche nazionale: i suoi effetti saranno per noi italiani più o meno gravi a seconda delle scelte che noi stessi faremo». Un passaggio delle sue Considerazioni finali di cui il governo dovrebbe far tesoro.
Il problema è che l’Italia ha messo sotto il tappeto della crisi i guai della sua economia, guai che c’erano prima dell’apocalisse e che ci saranno dopo, al risveglio dei mercati. La sintesi (e la diagnosi) dell’inquilino di Palazzo Koch è perfetta:«Negli ultimi vent’anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte. Bisogna cambiare». Ora che, stando alle previsioni pubblicate venerdì dal Financial Times, la recessione sta rallentando e che, come ha detto il Governatore Mario Draghi, nel 2010 dovrebbe tornare la crescita, è giusto ricominciare a parlare dei nostri mali. Magari (caso Noemi permettendo, si capisce...) per risolverli prima possibile. Anche perché, come ha osservato Lucio Caracciolo (in un numero di Limes intitolato non per caso «Esiste l’Italia? Dipende da noi»), «il tempo del vincolo esterno, in ogni sua declinazione, è scaduto. O fissiamo un vincolo interno o andiamo alla deriva».
Infatti, stando ai sondaggi, l’Europa che uscirà dalle urne sarà sempre la stessa. Le proiezioni dicono che gli equilibri non cambieranno: il Partito popolare rimarrà il primo gruppo parlamentare, seguito dal Partito socialista europeo, con i Liberldemocratici che continueranno a fare da ago della bilancia. L’andazzo è lo stesso anche per i governi e le opposizioni, che continuano a trasformare le elezioni europee in sondaggi nazionali e per i cittadini, che continuano a disertare le urne: l’ultimo sondaggio dice che l’astensione sarà del 51%, un po’ meglio del 66% previsto da Eurobaromentro ad aprile. Inoltre, stando ai sondaggi nazionali si scopre che gli euroscettici, gli eurofobici, gli eurocritici, di destra e di sinistra, avanzano dappertutto. Pare che almeno il 25% degli elettori esprimerà, per una ragione o per l’altra (per punire il proprio governo nazionale o perché i partiti più estremi rappresentano «l’unica opposizione» all’eurounanimismo delle grandi famiglie politiche tradizionali), delle riserve nei confronti dell’Europa. Al punto che Hans Pöttering, il presidente del parlamento uscente, ha lanciato un allarme:«Se la gente non vota, il pericolo è che ci siano più partiti estremisti». In fondo, la questione essenziale l’ha posta qualche settimana fa il presidente francese Nicolas Sarkozy quando ha chiesto:«L’Europa vuole la pace oppure vuole solo essere lasciata in pace?». La seconda che hai detto, mi pare…














