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17/05/2009

Razzisti? No, populisti…

L’Italia sta diventando razzista? Non direi. Il fatto è che l’inquietudine e la diffidenza sono diventate senso comune. Da tempo Ilvo Diamanti insiste sui lineamenti di una società insicura e, da tempo, indagini e libri (quello, per esempio, di Maurizio Barbagli, Immigrazione e sicurezza in Italia, edito dal Mulino) confermano che la paura (e, in particolare, la paura della crescente criminalità tra gli immigrati) è oggi un sentimento diffuso. Se una maggioranza robusta di cittadini avverte la sicurezza (o meglio, la propria insicurezza) come tema assillante, una ragione ci deve essere. E la ragione sta proprio nell’accelerazione dei processi di immigrazione, cioè nei caratteri nuovi (per il nostro paese) della società che si va delineando. Siamo stati un paese di emigranti, non di immigrati.

Nel suo libro più recente (A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? pubblicato da Marsilio) Biagio De Giovanni ha scritto:«... quando una società assiste al mutamento relativamente improvviso delle forme della propria convivenza, non c’è predica buona che conti, e il tema va visto nella sua crudezza. Va compreso, governato, pensato, legiferato, non gridato, da qualunque parte giunga il grido. A questo sentimento, che proviene dall’irrompente novità indicata, si aggiungono oggi gli effetti della crisi che dilaga nella società e nell’economia e che sembra ridurre la possibilità di accoglienza e aumentare senso di rischio e insicurezza per il cittadino medio: nella morsa della crisi perfino nell’Inghilterra liberale lavoratori britannici scioperano contro lavoratori italiani! Anche lì sta irrompendo il razzismo?». C’è, in altre parole, insofferenza, intolleranza, disconoscimento. Ma il razzismo (ossia, un’idea di superiorità e disprezzo per una razza come tale e la tendenza a considerare la razza fattore determinante nello sviluppo della civiltà) è un’altra cosa, che persiste, ad esempio, nei residui dell’antisemitismo che oggi si nascondono sotto la maschera dell’antisionismo. Non ha niente a che fare con i disagi prodotti dall’immigrazione, che possono essere combattuti con leggi opportune, con una attenta strategia di integrazione anche cultuale, con un aperto riconoscimento delle diversità. E qui le insufficienze e le magagne del centrodestra sono sotto gli occhi di tutti.

Per far passare il disegno di legge sulla sicurezza il governo ha posto ancora la fiducia. Il provvedimento consente alla Lega e al governo di dire, in vista delle elezioni, che adesso si fa sul serio, che adesso è iniziata una guerra (finalmente) inflessibile contro l’immigrazione clandestina. In altre parole, che il centrodestra chiude quella porta che la sinistra aveva irresponsabilmente spalancato rincorrendo le sirene buoniste. Insomma, quel che davvero conta è appiccicare addosso al centrosinistra l’etichetta di chi accetta i clandestini. Ovviamente, le cose non stanno così. Fassino, Rutelli e D’Alema hanno ricordato nei giorni scorsi che anche i governi di centrosinistra applicarono quando poterono i respingimenti e che il centrosinistra seguì questa politica con notevole successo nei confronti dell’Albania. Bisogna naturalmente garantire che le richieste d’asilo politico vengano accuratamente vagliate. Ma questo si può fare anche nei consolati dei paesi di partenza. Come ha sottolineato Antonio Polito, «la soluzione è sempre diplomatica, non muscolare. E costa». L'idea che invece ha guidato la redazione del progetto di legge è che una tale guerra possa essere condotta disseminando di controlli sulla regolarità del soggiorno (affidati anche a figure «civili», come gli insegnanti o i medici) tutti i passaggi più essenziali e delicati della vita delle persone: l’istruzione, le cure sanitarie, il matrimonio, la fissazione della dimora, la dichiarazione di nascita dei figli. Che questo tipo di norme siano davvero efficaci nei confronti dei delinquenti, resta da dimostrare. Gli extracomunitari entrati clandestinamente e dediti al crimine probabilmente già oggi evitano di andare in ospedale per farsi curare, non denunciano la nascita dei figli e non li mandano a scuola, non intendono far conoscere il loro domicilio e non stipulano regolari contratti di locazione, non chiedono di sposarsi regolarmente, non cercano un lavoro pulito per poter ottenere e conservare il permesso di soggiorno. Presumibilmente, le norme proposte dal governo finiranno invece per indurre gli irregolari più miti e operosi, magari entrati regolarmente, ma con un permesso di soggiorno scaduto, a vivere come «clandestini». Sono norme sbagliate come parte di una seria politica sull’immigrazione (su cui questo governo balbetta almeno quanto i suoi predecessori), ma hanno anche un difetto molto più grave: minano diritti fondamentali ed inalienabili della persona (come la formazione della famiglia, il riconoscimento alla nascita, la cura e l’istruzione dei figli) la cui tutela non può dipendere dalla disponibilità o meno del permesso di soggiorno dei genitori. Allo stesso tempo, vengono fatti gravare oneri crescenti su quanti sono regolari o richiedono di essere regolarizzati: ad esempio, il contributo per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno sale da 72 fino a 200 euro. Mentre oggi corrisponde ai costi amministrativi per il rilascio (che è quanto si richiede ad un cittadino italiano per ottenere la carta di identità o la patente), domani diventerà una specie di tassa. Quanto all’estensione del periodo di fermo nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie), una direttiva dell’Unione Europea dice che gli stati membri possono trattenere un cittadino di un paese terzo per prepararne il rimpatrio solo se sussiste un pericolo di fuga o se l’immigrato ostacola la preparazione dell’allontanamento. Nel progetto del governo, una persona può essere tenuta coattivamente nei Cie per un periodo fino a sei mesi anche se il paese da cui proviene non coopera al suo rimpatrio o ci sono ritardi nell’ottenimento da parte di amministrazioni straniere della documentazione necessaria; quindi per ragioni indipendenti dalla sua volontà. Salvatore Vassallo si è chiesto giustamente:«cosa direbbero gli avvocati garantisti del premier se misure molto meno arbitrarie fossero applicate alla libertà di “persone eminenti”?»

Detto questo, quello che abbiamo di fronte è un governo razzista? A ben guardare, mi sembra piuttosto preda del populismo. Il governo ha senza dubbio delle responsabilità nella diffusione dell’intolleranza; nella sommarietà burocratica verso i richiedenti asilo; nel sentimento di divisione che, soprattutto la Lega, rilancia in ogni occasione. Inoltre, il centrodestra è poco sensibile all’impostazione di una vera politica di integrazione lasciando prevalere gli aspetti restrittivi e separanti. Non è un mistero per nessuno che l’idea di territorio della Lega, che piace a molti comunitaristi, tende infatti a produrre un sentimento di esclusione che va molto oltre il problema dell’immigrazione. A questo si può aggiungere che la destra ha utilizzato politicamente il senso di insicurezza  (anche perché la sinistra lo ha trascurato, considerandolo ideologicamente di destra), ha puntato più sulla repressione che sull’integrazione, ha spianato la strada agli aspetti di inimicizia sociale. Ma è in questi vuoti, in queste ambiguità, che deve entrare l’opposizione, correggendo, proponendo, discutendo dentro e fuori del parlamento, affrontando i problemi reali senza condanne sommarie, senza evocare fantasmi. Basterebbe rifarsi alle cose sensatissime che ha detto domenica scorsa Fassino. Ricordando che la sicurezza è il primo diritto di libertà per il cittadino comune. Se, infatti, nelle nostre città, dovesse venir meno la sicurezza, come faremo ad esercitare la libertà?

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