Promossi o bocciati?
Il sito online Foreign Policy, diretto da Moisès Naìm, ha chiesto a studiosi, giornalisti e uomini politici di dare un giudizio sui primi cento giorni alla Casa Bianca del presidente Barack Obama. E la pagella che Obama porta a casa è, tutto sommato, molto buona: si va dai 9 convinti di Walter Russell Mead (ricercatore emerito presso il Council of Foreign Relations) e Parag Khanna (dirige la Global Governance iniziative presso la New American Foundation), che apprezzano soprattutto il volto nuovo dell’America in politica estera e la radicale rottura con l’eredità dell’amministrazione Bush, ai 7 dati da Ivan Krastev (presidente del Center for Liberal Strategies di Sofia), Michalel O’Hanlon (esperto di analisi militari della Brookings Institution) e Gianni Riotta. Voto largamente insufficiente, invece, da parte di Elliot Abrams (ricercatore emerito presso il Council of Foreign Relations) che scrive: «il 4 è per aver abbandonato quegli uomini e quelle donne coraggiosi che in tutto il mondo lottano per i diritti umani». Obama, ha scritto invece Gianni Riotta, Direttore del Sole 24 Ore, «è consapevole dei rischi della crisi, ha evitato di diffondere paura e ha sostenuto il mercato limandone gli eccessi. Contrariamente ai suoi colleghi europei, il presidente Obama non si è lasciato andare al populismo, né ha evocato il risentimento di classe. Ha invece tenuto insieme il Paese. Promosso fino agli esami di autunno».
Veniamo a noi. In vista delle elezioni europee, non mancano certo gli avvenimenti in grado di offrire materia di riflessione e che dovrebbero stimolare la competizione fra le forze politiche. Basta pensare alla crisi economica (che ha reso ancora più evidente come, per usare le parole di Luigi Einaudi, la sovranità nazionale sia «polvere senza sostanza») e alla nuova Presidenza americana (mai le condizioni erano state così favorevoli al di la dell’Atlantico per la crescita del soggetto politico europeo). Entrambe le circostanze dovrebbero stimolare un diverso, più consapevole atteggiamento verso l’integrazione europea e rilanciarne la necessità agli occhi dei cittadini del nostro continente. La crisi economica e finanziaria ha rivalutato il modello di sviluppo europeo, qualche volta deriso perché troppo attento alla solidarietà e poco flessibile rispetto alle sfide della globalizzazione; la moneta comune si è rivelata una salvaguardia e la cultura della governance sopranazionale, oggi riscoperta da tutti, ha ridato centralità alla cultura comunitaria, all’esperienza di oltre mezzo secolo di sovranità condivisa. Proprio per questo l’Unione europea non solo deve uscire dallo stallo istituzionale ratificando il Trattato di Lisbona, ma deve anche dotarsi di istituzioni forti e consapevoli, soprattutto quelle, come il Parlamento e la Commissione, che sono espressione di un potere federale. E come ha ben scritto Sandro Gozi sull’Unità del 19 marzo, firmando un appello collettivo al Pd: «Il Parlamento europeo ha bisogno di persone … per le quali il futuro e non il passato sia un elemento decisivo della propria prospettiva politica, desiderose di impegnarsi e mettersi in gioco piuttosto che trovare un sereno e confortevole ambito di rappresentanza».
Promossi, allora? Neanche per sogno. Anzi, «bocciati, senz’altro bocciati», come recitava Alberto Sordi in uno dei suoi capolavori più spassosi. Da un lato, il Pdl candida attrici e miss con la benedizione del Cavaliere che rivolgendosi alle candidate accomunate da un passato nel modo della televisione e dello spettacolo avrebbe detto:«Voglio volti giovani, facce nuove, per rinnovare l’immagine del Pdl e dell’Italia in Europa». Dall’altro lato, il Pd è in una situazione di grave debolezza e le candidature in molti casi, come ha scritto Andrea Romano, «si avviano a superare la soglia dell’imbarazzo». Motivo in più per cercare almeno di qualificare i contenuti della campagna elettorale. Stavolta non basterà il tradizionale europeismo del centrosinistra italiano, che con lo slogan «UE!», cerca di presentare l’Unione europea come la soluzione ai problemi che affliggono il paese di contro all’indifferenza mostrata dal governo. L’Unione europea non può essere presentata come un benevolo genio della lampada in grado di esaudire ogni richiesta e desiderio, che a tutto provvede e tutto risolve. Oggi gli italiani, il popolo più europeista d’Europa fino a ieri, appare disilluso. E l’Unione europea (che nel recente passato è stata una risorsa compensativa al patologico deficit di fiducia nelle istituzioni di governo degli italiani) tende ad essere percepita sempre più come un costo, un vincolo, una fonte di incertezza. Non si può incantare l’opinione pubblica italiana con uno slogan ricalcato dai tempi ormai lontani in cui lottavamo per entrare nella moneta unica e potevamo permetterci una «tassa sull’Europa». Di fronte alla crisi economica le ragioni dell’Europa hanno un’occasione per essere ripensate e riformulate. Un’occasione da non perdere. Anche perché il tempo del vincolo esterno è scaduto e dobbiamo fissare un vincolo interno.














