Navigazione
 
27/01/2009

Pietro Ichino e Umberto Veronesi

Due sono le cose che vorrei proporre alla discussione: le minacce a Pietro Ichino (una vita dalla parte degli operai) e la lettera di Umberto Veronesi (una vita dalla parte del progresso delle scienze) alla vigilia del dibattito parlamentare sulle proposte di legge sul Testamento biologico.

 

Le minacce a Ichino. Gli hanno gridato «massacratore di operai». Come se fossero loro – tardi emuli delle Br, chiusi nel loro delirio -  quelli dalla parte degli operai e non lui, Pietro Ichino, che ha dedicato tutta una vita a studiare formule e strumenti concreti per migliorare le condizioni di chi lavora e vuol lavorare. Che cosa c’entrano loro, invece, con il mondo del lavoro? Com’è che, a quarant’anni dalla fiammata del terrorismo, siamo ancora a chiederci, con Ichino, «perché chi si occupa di lavoro in Italia rischia tutti i giorni»?

 

Riporto di seguito la lettera di Umberto Veronesi pubblicata ieri sul Corriere della Sera:“Caro direttore, domani inizierà il dibattito in Parlamento sulle proposte di legge sul Testamento biologico, uno strumento di autodeterminazione del paziente per il quale mi batto da anni facendomi portavoce di migliaia di cittadini, di malati, dei loro familiari e di liberi movimenti di pensiero. Ho il dovere morale quindi di lanciare un allarme, perché, a un passo dall' approvazione di una legge auspicata fortemente da chi crede nei diritti della persona - quelli che si rifanno alla «Dichiarazione dei diritti dell' uomo e del cittadino», che la Francia regalò al mondo nel 1789 e sono la pietra fondante della società moderne -, si profila il rischio che venga approvata una legge che invece calpesta e nega tali diritti, ripiombandoci culturalmente al potere assoluto dello Stato sulla vita dei suoi cittadini. Sappiano i parlamentari di entrambi gli schieramenti che sarebbero chiamati a votare una legge anti-costituzionale. Una legge che nega sé stessa, perché da un lato riconosce il diritto a veder rispettate le volontà della persona circa i trattamenti sanitari che possono essere messi in atto nel caso si perda la capacità di intendere e volere, ma dall' altro esclude che fra tali trattamenti figurino la nutrizione e l' idratazione artificiale, che sono le condizioni per mantenere in vita un corpo in stato vegetativo permanente. In sostanza il Testamento biologico, nato per poter rifiutare una vita artificiale, al contrario la imporrebbe per legge anche a chi, per sue convinzioni personali, non la vuole in nessun caso. Una legge dunque che viola lo spirito profondo della Costituzione italiana e va contro a tre suoi articoli: l' articolo 32 che definisce la tutela del salute come diritto fondamentale dell' individuo e stabilisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge, la quale comunque non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana; l' articolo 13, che dichiara che la libertà personale è inviolabile, non è ammessa alcuna forma di restrizione ed è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone; l' articolo 3, che stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. La spinta verso il Testamento biologico è nata in Europa e negli Stati Uniti dal timore di una parte della popolazione di essere mantenuta in una condizione di vita artificiale per anni o decenni, nel cosiddetto stato vegetativo permanente, senza pensiero, senza parola, senza capacità sensoriali, cioè senza vista e senza udito, senza percezione del dolore, della fame, della sete. Una vita quindi simile a quella di una pianta. Per secoli la gente ha avuto paura di morire, ma ora nasce una nuova paura perché le capacità di intervento della medicina moderna sono cresciute fino a raggiungere la possibilità di mantenerci tecnologicamente in vita all' infinito. Più che vita, uno stato intermedio tra la vita e la morte, che ci può inquietare più della morte stessa. Solo l' intensità e la diffusione insospettata di questa paura può spiegare l' attenzione quasi ossessiva della gente e dei media al caso di Eluana Englaro: difficile ricordare una vicenda di cronaca che abbia analoga continuità di presenza e spazio su giornali, web e televisioni. Ci pensi bene il Parlamento quindi ad approvare una legge che non tenga conto di questa paura e che neghi ai cittadini italiani la possibilità di poterla scacciare, esprimendo in piena coscienza e lucidità il rifiuto dei trattamenti che imporrebbe loro questo limbo di esistenza. Del resto, per l' articolo 32, un malato ha il diritto di rifiutare l' alimentazione forzata e, se informa il suo medico, la sua volontà deve essere rispettata, anche in base all' articolo 51 del Codice deontologico medico. Se un malato decide di rinunciare a mangiare e bere, nessuno può cacciargli una siringa in vena per alimentarlo; sarebbe un atto «di violenza fisica e morale» e come tale perseguibile dalla legge. Chi vuole affossare il Testamento biologico sostiene che nutrizione e idratazione non sono cure ma «provvedimenti di sostegno», che combattono la disidratazione e di conseguenza sono un atto medico non terapeutico. Questa posizione è irrilevante per quanto riguarda la volontà espressa dal paziente, e ci metterebbe in difficoltà anche in altri casi. Per esempio per le trasfusioni di sangue, anch' esse un atto medico non terapeutico. Noi oggi rispettiamo il rifiuto della trasfusione di sangue, anche in caso di gravissima emorragia, da parte di un gruppo religioso, i testimoni di Geova, la cui fede la proibisce, anche se può salvare la vita. Se vi è diritto a rifiutare la trasfusione, vi è diritto a rifiutare la nutrizione artificiale. La mia impressione è che comunque si stia combattendo una guerra delle parole, che sposta l' asse del vero problema in cui si è incagliata la legge sul Testamento biologico, senza risolverlo. Anzi, peggiorandolo. Il problema vero, che si presenta oggi sulle direttive anticipate, è che in una società multietnica e multiculturale è imprescindibile abbandonare gli integralismi, sia religiosi che scientifici, e abbracciare la libertà di pensiero, che può essere pensiero cattolico, musulmano, ebreo, ateo, o scientista. Nessuno chiede ai credenti di rinunciare a testimoniare la loro fede, ma tutti chiediamo loro di non imporre le loro scelte agli altri. Voglio citare a questo proposito Indro Montanelli che proprio su questo giornale scrisse in uno dei suoi ultimi pezzi della «Stanza»: «A me sembra che l' insegnamento della Chiesa debba valere per chi crede nella Chiesa, cioè per i fedeli. Ma non per i cittadini fra i quali ci sono - e in larga maggioranza - i miscredenti, gli agnostici, i seguaci di altre religioni. Finché la Chiesa opera e si appella alla Legge Divina, è libera di fare ciò che vuole. Ma quando cerca d' influenzare la Legge Civile, commette un abuso perché toglie al cittadino una scelta che gli appartiene»”. Com’è che si corre ancora il rischio di approvare norme che calpestano e negano i diritti della persona?

 

 

Azioni sul documento