Navigazione
 
22/12/2009

Per sfidare la politica della scappatoia...

 

Riporto di seguito il mio intervento al convegno di Area democratica che si è svolto a Cortona venerdì 18 e sabato 19 dicembre:

Per rispondere alle due domande - se esistano buone ragioni per costruire Area democratica e se sia opportuno costruirla -, vengo subito al quarto pilastro di cui ha parlato Michele Salvati, la collocazione del partito all’interno del sistema politico; vengo, cioè, al nucleo della posizione politica che abbiamo condiviso appoggiando Franceschini e al nucleo potenziale di Area democratica. Anche perché Salvati su questo punto - sulla legge elettorale e sulle prospettive future del sistema politico - intravede nel Pd un potenziale contrasto inconciliabile.

Le cose sono andate come sono andate. E oggi Casini non è l’unico a volere il ritorno al proporzionale e ai governi fatti e disfatti in Parlamento. E, dunque, un ritorno al passato, l’abbandono del bipolarismo e dell’alternanza. Lo vogliono in parecchi anche nel Pd. Il fatto è che D’Alema e gli altri sostenitori di un ritorno al proporzionale, escludono che, in futuro, le preferenze degli elettori possano cambiare. «L’Italia è un Paese sostanzialmente di destra», dicono , e l’unica strategia perseguibile è quella della creazione di un centro indipendente con il quale il Pd possa allearsi. In altre parole tutto il confuso discutere di alleanze ha origine nella «sfiducia», di una parte del Pd, nelle possibilità di crescita autonoma del partito. Messe così le cose, il rischio del Pd  è quello di agevolare una dinamica centrifuga, regalando a soggetti fuori di sé, fuori dal partito, capacità di attrazione e un ruolo decisivo nella composizione delle alleanze.

Ma dove sta scritto che un partito del 30 per cento sia condannato a rimanere per sempre tale? Non c’è dubbio che, nei paesi avanzati, si vince con il consenso degli elettori di «centro». Ma li si conquista adeguando l’offerta politica. Ogni volta. Sia in Germania che in Gran Bretagna, il centro dell’elettorato è stato conquistato da partiti capaci di presentare proposte innovative dai lineamenti culturali espansivi. Lo hanno fatto sia socialdemocratici e laburisti con il Neue Mitte e il New Labour negli anni ’90, sia il centrodestra, recentemente, con Angela Merkel e David Cameron. Del resto, in un sistema bipolare, non è al centro politico che bisogna guardare, ma al «centro sociale». Cioè alle forze dinamiche e potenzialmente «centrali» della società: ai giovani, ad esempio, all’inventiva e alla capacità di adattamento della micoroimpresa, al «saper fare» di tanti lavoratori che mantengono su livelli medio alti la produttività del lavoro, alla vivacità di quella parte del mondo della ricerca e dell’università che chiede di premiare il merito e i risultati, ecc. In questo senso, la scelta di Rutelli è gravata da un «tradizionalismo speculare» a quello di Bersani. Rappresenta il «centro» come un luogo geometrico da sempre e per sempre immobile. Da occupare con una forza centrista e moderata che aspira al ruolo di ago della bilancia. Da qui l’idea di tornare ad un sistema proporzionale.

Dunque, sbaglierò, ma continuo a ritenere che sia un bene che i cittadini affermino pienamente la propria sovranità superando quella democrazia che affidava ai rappresentanti di fare e disfare i governi in Parlamento. Non è trascorso molto tempo, eppure si tende a dimenticare la situazione di regime che ha caratterizzato la Prima Repubblica e che aveva ben pochi casi analoghi tra i paesi democratici, al punto che lo Stato e i partiti di regime erano diventati una cosa sola, favorendo una confusione pericolosissima, una concezione patrimoniale, privatistica della cosa pubblica. Prima dell’apparire del Caimano. E continuo a ritenere che il Pd debba scommettere sul fatto che possa avvenire, in futuro, un mutamento nelle propensioni degli elettori. Ma, se è così - e se è cosi per tutti noi - per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. La piattaforma del Lingotto aveva rappresentato l’avvio di questo sforzo di cambiamento. E oggi servirebbe più coerenza tra parole e fatti, l’aperto e dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni, e non il ritorno alle vecchie certezze.

Anche perché, com’è stato detto, «la rassicurazione identitaria ha un prezzo alto da pagare in seguito. Lo sanno i leader del Pci- Pds-Ds, che si sono dovuti affidare a Ciampi, a Dini, a Prodi, a Rutelli, e che dovranno tornare a farlo con personaggi analoghi se daranno corso al riflusso identitario». Senza contare che per levarsi dai piedi Berlusconi non basta che la sua credibilità diminuisca, deve crescere (specie dopo l’esperienza fallimentare del governo Prodi) la credibilità del centrosinistra. Altrimenti nessuna inchiesta giudiziaria, nessuna manifestazione di piazza, nessuna campagna scandalistica abbatteranno Berlusconi. Gli elettori possono cambiare idea, ma perché succeda, anche il Pd deve cambiare parecchie delle proprie idee, a cominciare da quelle più stantie. E dalla riforma istituzionale, alla giustizia, all’immigrazione, ci sono parecchie cose da cambiare. Proprio per stare dalla parte degli italiani, della gente. E, come in ogni battaglia riformista, ci vuole coraggio, e bisogna fare i conti con robusti e consolidati «muri mentali», offrire e sostenere idee e soluzioni nuove, per le quali rimboccarsi le maniche e lavorare.

Per questo serve Area democratica. Per questo è opportuna. Non si tratta solo di «mescolare» le nostre storie.  Il centrosinistra è l’immagine della conservazione. E dobbiamo sfidare quella che è stata descritta come la «politics of evasion», cioè la politica dell’evasione, della scappatoia, dello sfuggire ai problemi. L’idea della «politica dell’evasione» è stata sviluppata da due esponenti del progressive liberalism americano, William Galston e Elaine Karmack. Che usarono questa frase per riassumere quello che ai loro occhi era stato il ripetuto rifiuto dei democratici negli Stati Uniti di guardare in faccia la drammatica perdita di fiducia nel partito tra gli elettori, seguita da una serie di sconfitte consecutive nelle elezioni presidenziali. Troppi americani erano arrivati a vedere i democratici come disattenti ai loro interessi economici, indifferenti se non ostili ai loro sentimenti morali e inefficaci nella difesa della loro sicurezza nazionale. Invece di affrontare la realtà, troppi democratici scelsero di abbracciare la «politica dell’evasione», ignorando i problemi fondamentali del loro partito.  Diedero la colpa della sconfitta a ogni genere di cose: alle scarse sottoscrizioni e alla tecnologia inadeguata, alla debole presenza nei media, alle personalità, alle leadership «sbagliate», al fallimento nel mobilitare la «base tradizionale» e nel creare una «coalizione arcobaleno» di vari gruppi di interesse motivati da rivendicazioni concorrenti. In altre parole, costruirono scuse allo scopo di evitare di confrontarsi i problemi e le domande di fondo per un progetto di cambiamento. Problemi che senza dubbio sono veramente difficili, ma che è ora di affrontare.

 

 

Azioni sul documento

giusto!

Inviato da Marco Rossi il 11:09, 21/12/2009

Caro Sandro, condivido pienamente quanto tu dici. E' la ragione che la scorsa estate mi ha spinto a sostenere Franceschini e che oggi mi lascia assai perplesso rispetto alle uscite di D'Alema o Bersani. Come possiamo arrenderci all'impossibilità di crescere oltre il 30%? Il Pd è nato da appena 2 anni, dimentichiamo che ad esempio nel 2004 l'Ulivo ebbe il 34%? E si disse che non era andata bene come ci si aspettava? Da qui al 2013 dovremmo lavorare per crescere, magari perderemo ancora, ma potremo porre le basi per una spettacolare vittoria dopo ancora. Troppe volte, fino ad oggi, abbiamo vinto di misura e governato male perché incapaci di realizzare il NOSTRO programma di riforme, condizionati com'eravamo da altri minuscoli partiti. Non sarebbe forse così anche con l'UDC? Vogliamo forse perdere definitivamente la faccia di fronte agli elettori? Un partito riformista se non ambisce a cambiare la società, se crede di non essere in grado di farlo, allora è semplicement inutile, indipendentemente da con chi si allea. Una domanda: tu che ne pensi del dibattito sul Pd come "partito azionista di massa" che ha sollevato Repubblica recentemente?

giusto!

Inviato da Utente anonimo il 08:58, 23/12/2009

Caro Marco, a ben guardare, la polemica contro il "Partito d'azione di massa" che si è riproposta anche nel recente dibattito interno al PD è sintomo della persistenza di un conflitto tra due diverse (e in larga misura opposte) visioni della prospettiva politica del Paese. Quali sono queste due visioni? Utilizzo le parole che ha adoperato Enrico Morando all’assemblea annuale di Libertàeguale: «La prima è quella di un maturo bipolarismo organizzato - dal nostro lato - attorno ad un grande e unitario partito dei riformisti italiani, dotato di vocazione maggioritaria perché assume direttamente su di sé - sul suo profilo ideale e programmatico, sulla sua leadership individuale e collettiva, sul suo radicamento sociale e territoriale - il compito di rappresentare l'interesse della maggioranza degli italiani, in una strategia di radicale cambiamento del Paese, che rompa le incrostazioni burocratiche e corporative che ne soffocano le potenzialità. Una strategia che può realizzarsi solo attraverso un rafforzamento del Governo, legittimato direttamente dal voto degli italiani, in un sistema di pesi e contrappesi che esalti la capacità di controllo e controproposta dell'opposizione, tuteli l'autonomia e la libertà degli organismi di controllo, preservi dalle invasioni della maggioranza politica pro-tempore il terreno delle libertà degli individui e l'autonomia dei corpi sociali. La seconda è quella di chi pensa che l'Italia non è fatta per queste soluzioni radicali. Secondo questa visione delle cose, l'Italia può tollerare il bipolarismo, ma solo se lo annacqua con robuste dosi di proporzionale. Cioè, se è bipolarismo debole, tra coalizioni iperframmentate. Il Governo nasce in Parlamento. O, comunque, il Parlamento può far nascere Governi diversi da quelli proposti agli italiani al momento del voto. Quindi, il Governo è debole, in Parlamento, nel rapporto con gli altri poteri, nel Paese. Può durare e guidare il Paese, solo se non prende di petto le resistenze conservatrici delle burocrazie e delle corporazioni, troppo forti per essere sfidate in campo aperto da una strategia che tragga la sua forza dall'essere stata proposta in partenza agli elettori e dall'avere ricevuto il consenso della maggioranza. In questa seconda prospettiva politica, le relazioni tra i due schieramenti tendono ad ispirarsi - cambiato quel che c'è da cambiare - a quel consociativismo compromissorio e a quella reciproca delegittimazione che De Giovanni considera uno dei tratti dominanti della fase calante della Prima Repubblica e della lunga e incompiuta fase di transizione che allora si è aperta». Insomma, questo è il nucleo essenziale dell'alternativa (che vale sia per il centro-sinistra che per il centro-destra, poiché è chiaro che il prevalere dell'una sull'altra in uno dei due soggetti del bipolarismo non può non avere ricadute dirette ed immediate nell'altro campo) che ci si propone di nuovo dinnanzi. E che forse non è mai scomparso negli ultimi vent'anni. L'Italia è un paese troppo diviso, troppo chiuso nelle sue corporazioni, troppo incerto sul suo ruolo internazionale, per permettersi una netta contrapposizione di due soluzioni di governo, un sistema politico a bipolarismo forte, in cui le alternative in campo trovano legittimazione dal voto; in cui il Governo, forte di quella legittimazione, attua il suo programma, certo, dialogando con le parti sociali, ma nella consapevolezza che la sua legittimazione non viene dall'accordo che ogni giorno fa con le corporazioni, con le associazioni, con i rappresentanti legittimi degli interessi organizzati, ma dal voto degli elettori? Ecco, sbaglierò, ma credo che l'Italia, dopo una lunga fase nella quale non poteva farlo, oggi possa permettersi questa contrapposizione netta. E tutte le nostre proposte dovrebbero nascere da questa idea di fondo. Naturalmente - nel PD e non solo - la forza dell'idea opposta è molto grande. Da qui la polemica contro il "partito d'azione di massa". A dirla chiara, io a D'Alema rispondo così: sì, sono a favore del partito d'azione di massa. Sono (cambiato quel che c'è da cambiare) per recuperare quell'ispirazione che nel paese è stata lungamente sotto la cenere, e che è venuta di nuovo in campo quando l'Italia si è potuta permettere la contrapposizione bipolare. Se ci possiamo permettere, per ragioni di contesto internazionale, una "normale" alternanza, non c'è più ragione di non darci un assetto politico-costituzionale che somigli al sogno di Calamandrei. Oltretutto, abbiamo bisogno di una svolta. Basta guardare al Sud. Se a livello nazionale torniamo (e forse non ne siamo mai usciti) alle coalizioni deboli, prive di partito dominante; se il Governo resta debole in Parlamento, sull'agenda; se non trae direttamente dal voto la forza e la legittimazione per la realizzazione del suo programma, se non muta il sistema degli incentivi per la politica nel Sud e nel Paese, non c'è speranza di successo.