Per sfidare la politica della scappatoia...
Riporto di seguito il mio intervento al convegno di Area democratica che si è svolto a Cortona venerdì 18 e sabato 19 dicembre:
Per rispondere alle due domande - se esistano buone ragioni per costruire Area democratica e se sia opportuno costruirla -, vengo subito al quarto pilastro di cui ha parlato Michele Salvati, la collocazione del partito all’interno del sistema politico; vengo, cioè, al nucleo della posizione politica che abbiamo condiviso appoggiando Franceschini e al nucleo potenziale di Area democratica. Anche perché Salvati su questo punto - sulla legge elettorale e sulle prospettive future del sistema politico - intravede nel Pd un potenziale contrasto inconciliabile.
Le cose sono andate come sono andate. E oggi Casini non è l’unico a volere il ritorno al proporzionale e ai governi fatti e disfatti in Parlamento. E, dunque, un ritorno al passato, l’abbandono del bipolarismo e dell’alternanza. Lo vogliono in parecchi anche nel Pd. Il fatto è che D’Alema e gli altri sostenitori di un ritorno al proporzionale, escludono che, in futuro, le preferenze degli elettori possano cambiare. «L’Italia è un Paese sostanzialmente di destra», dicono , e l’unica strategia perseguibile è quella della creazione di un centro indipendente con il quale il Pd possa allearsi. In altre parole tutto il confuso discutere di alleanze ha origine nella «sfiducia», di una parte del Pd, nelle possibilità di crescita autonoma del partito. Messe così le cose, il rischio del Pd è quello di agevolare una dinamica centrifuga, regalando a soggetti fuori di sé, fuori dal partito, capacità di attrazione e un ruolo decisivo nella composizione delle alleanze.
Ma dove sta scritto che un partito del 30 per cento sia condannato a rimanere per sempre tale? Non c’è dubbio che, nei paesi avanzati, si vince con il consenso degli elettori di «centro». Ma li si conquista adeguando l’offerta politica. Ogni volta. Sia in Germania che in Gran Bretagna, il centro dell’elettorato è stato conquistato da partiti capaci di presentare proposte innovative dai lineamenti culturali espansivi. Lo hanno fatto sia socialdemocratici e laburisti con il Neue Mitte e il New Labour negli anni ’90, sia il centrodestra, recentemente, con Angela Merkel e David Cameron. Del resto, in un sistema bipolare, non è al centro politico che bisogna guardare, ma al «centro sociale». Cioè alle forze dinamiche e potenzialmente «centrali» della società: ai giovani, ad esempio, all’inventiva e alla capacità di adattamento della micoroimpresa, al «saper fare» di tanti lavoratori che mantengono su livelli medio alti la produttività del lavoro, alla vivacità di quella parte del mondo della ricerca e dell’università che chiede di premiare il merito e i risultati, ecc. In questo senso, la scelta di Rutelli è gravata da un «tradizionalismo speculare» a quello di Bersani. Rappresenta il «centro» come un luogo geometrico da sempre e per sempre immobile. Da occupare con una forza centrista e moderata che aspira al ruolo di ago della bilancia. Da qui l’idea di tornare ad un sistema proporzionale.
Dunque, sbaglierò, ma continuo a ritenere che sia un bene che i cittadini affermino pienamente la propria sovranità superando quella democrazia che affidava ai rappresentanti di fare e disfare i governi in Parlamento. Non è trascorso molto tempo, eppure si tende a dimenticare la situazione di regime che ha caratterizzato la Prima Repubblica e che aveva ben pochi casi analoghi tra i paesi democratici, al punto che lo Stato e i partiti di regime erano diventati una cosa sola, favorendo una confusione pericolosissima, una concezione patrimoniale, privatistica della cosa pubblica. Prima dell’apparire del Caimano. E continuo a ritenere che il Pd debba scommettere sul fatto che possa avvenire, in futuro, un mutamento nelle propensioni degli elettori. Ma, se è così - e se è cosi per tutti noi - per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. La piattaforma del Lingotto aveva rappresentato l’avvio di questo sforzo di cambiamento. E oggi servirebbe più coerenza tra parole e fatti, l’aperto e dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni, e non il ritorno alle vecchie certezze.
Anche perché, com’è stato detto, «la rassicurazione identitaria ha un prezzo alto da pagare in seguito. Lo sanno i leader del Pci- Pds-Ds, che si sono dovuti affidare a Ciampi, a Dini, a Prodi, a Rutelli, e che dovranno tornare a farlo con personaggi analoghi se daranno corso al riflusso identitario». Senza contare che per levarsi dai piedi Berlusconi non basta che la sua credibilità diminuisca, deve crescere (specie dopo l’esperienza fallimentare del governo Prodi) la credibilità del centrosinistra. Altrimenti nessuna inchiesta giudiziaria, nessuna manifestazione di piazza, nessuna campagna scandalistica abbatteranno Berlusconi. Gli elettori possono cambiare idea, ma perché succeda, anche il Pd deve cambiare parecchie delle proprie idee, a cominciare da quelle più stantie. E dalla riforma istituzionale, alla giustizia, all’immigrazione, ci sono parecchie cose da cambiare. Proprio per stare dalla parte degli italiani, della gente. E, come in ogni battaglia riformista, ci vuole coraggio, e bisogna fare i conti con robusti e consolidati «muri mentali», offrire e sostenere idee e soluzioni nuove, per le quali rimboccarsi le maniche e lavorare.
Per questo serve Area democratica. Per questo è opportuna. Non si tratta solo di «mescolare» le nostre storie. Il centrosinistra è l’immagine della conservazione. E dobbiamo sfidare quella che è stata descritta come la «politics of evasion», cioè la politica dell’evasione, della scappatoia, dello sfuggire ai problemi. L’idea della «politica dell’evasione» è stata sviluppata da due esponenti del progressive liberalism americano, William Galston e Elaine Karmack. Che usarono questa frase per riassumere quello che ai loro occhi era stato il ripetuto rifiuto dei democratici negli Stati Uniti di guardare in faccia la drammatica perdita di fiducia nel partito tra gli elettori, seguita da una serie di sconfitte consecutive nelle elezioni presidenziali. Troppi americani erano arrivati a vedere i democratici come disattenti ai loro interessi economici, indifferenti se non ostili ai loro sentimenti morali e inefficaci nella difesa della loro sicurezza nazionale. Invece di affrontare la realtà, troppi democratici scelsero di abbracciare la «politica dell’evasione», ignorando i problemi fondamentali del loro partito. Diedero la colpa della sconfitta a ogni genere di cose: alle scarse sottoscrizioni e alla tecnologia inadeguata, alla debole presenza nei media, alle personalità, alle leadership «sbagliate», al fallimento nel mobilitare la «base tradizionale» e nel creare una «coalizione arcobaleno» di vari gruppi di interesse motivati da rivendicazioni concorrenti. In altre parole, costruirono scuse allo scopo di evitare di confrontarsi i problemi e le domande di fondo per un progetto di cambiamento. Problemi che senza dubbio sono veramente difficili, ma che è ora di affrontare.















giusto!
Caro Sandro, condivido pienamente quanto tu dici. E' la ragione che la scorsa estate mi ha spinto a sostenere Franceschini e che oggi mi lascia assai perplesso rispetto alle uscite di D'Alema o Bersani. Come possiamo arrenderci all'impossibilità di crescere oltre il 30%? Il Pd è nato da appena 2 anni, dimentichiamo che ad esempio nel 2004 l'Ulivo ebbe il 34%? E si disse che non era andata bene come ci si aspettava? Da qui al 2013 dovremmo lavorare per crescere, magari perderemo ancora, ma potremo porre le basi per una spettacolare vittoria dopo ancora. Troppe volte, fino ad oggi, abbiamo vinto di misura e governato male perché incapaci di realizzare il NOSTRO programma di riforme, condizionati com'eravamo da altri minuscoli partiti. Non sarebbe forse così anche con l'UDC? Vogliamo forse perdere definitivamente la faccia di fronte agli elettori? Un partito riformista se non ambisce a cambiare la società, se crede di non essere in grado di farlo, allora è semplicement inutile, indipendentemente da con chi si allea. Una domanda: tu che ne pensi del dibattito sul Pd come "partito azionista di massa" che ha sollevato Repubblica recentemente?