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19/07/2009

Per non tornare indietro

Mi ha colpito, qualche giorno fa, l’osservazione di un amico. «Nessuno si è accorto – sostiene il mio amico - che il vero congresso che si sta svolgendo non è tra Franceschini e Bersani, questo è il «loro» congresso, quello che riguarda, cioè, il quartier generale e gli addetti ai lavori. Il congresso reale invece vede il basso contro l’alto, dove il basso (militanti, simpatizzanti, elettori, cittadini) chiedono più rappresentanza, e l’alto è incerto su cosa rispondere». «La vicenda Grillo – continua - è indice di questo dato. Il Pd si è chiuso a difesa senza rendersi conto di alcuni elementi paradossali. Grillo, il nemico, chiedendo di partecipare alla battaglia e sapendo di perderla, in realtà riconosce che il Pd è l’unico luogo nel quale si può preparare la riscossa contro il centrodestra. Ha ragione. Ma la sua richiesta contiene una istanza di legittimazione che sarebbe stato giusto raccogliere.  Grillo non ha possibilità, lo sanno tutti. Ma che cosa rappresenta? La voglia di cambiamento, di una nuova prospettiva, che invece nel Pd cresce. Dire di sì a Grillo significa accettare il fatto che le primarie saranno reali, che si voterà su candidati e progetti. Non si era detto che il Pd nasceva per contenere diversi riformismi che potevano confrontarsi?».

Devo dire che il mio amico ha ragione. In fondo, il credito di cui godono Grillo e Di Pietro (anche presso chi non li ama) non esprime, in modo sgangherato, come ha osservato Massimo Gramellini sulla Stampa, «il sanissimo desiderio di sparare finalmente sul quartier generale»? E il messaggio non è forse «riassumibile in un pensiero semplicissimo: via tutti i dirigenti. Via, perché questo tempo non è più il loro tempo»? E poi non avevamo detto che serviva un nuovo modello di partito che metta al centro iscritti, simpatizzanti ed elettori? Che capisca i loro bisogni che rovesci il rapporto cittadini-potere?  Il mio amico ha ragione: dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche (e Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno) che nel modo di fare politica. Il punto di riferimento della rappresentanza, il nostro punto di riferimento, resta il cittadino. E il Pd ha nel suo dna il rispetto della competenza decisionale degli individui. Con le primarie abbiamo infatti scelto il segretario nazionale e i segretari regionali del Pd, facendo volare le decisioni di moltissimi cittadini la dove non erano mai arrivate, nella scelta dei massimi dirigenti. E lo faremo di nuovo il 25 ottobre.

Devo dire che su questo aspetto Dario Franceschini, giovedì scorso, ha detto parole chiare: «(…) vogliamo un partito aperto (…) un partito che difende come oro la forza dei propri militanti. Tutte quelle persone che hanno scelto, iscrivendosi al partito, di dedicare una parte della propria vita a un ideale, tenendo aperti i circoli, distribuendo volantini e giornali, animando le feste di partito, appassionandosi per la politica. Ma un partito che sa anche che nella società di questo secolo esistono altre forme di partecipazione a un progetto politico, meno stabili ma non per questo meno vere e appassionate. Cambiamo lo statuto dove non funziona. Rivediamo le regole del tesseramento per avere più apertura e più trasparenza insieme. Mettiamo un po’ d’ordine nelle regole ma non rinunciamo alla scelta che abbiamo fatto alla nascita del Pd, di affidare agli iscritti le scelte del partito e l’elezione degli organi territoriali, affiancando a loro gli elettori, da chiamare nei momenti delle grandi scelte, com’è certamente l’elezione di un segretario nazionale. Non alziamo barriere. Gli elettori del Pd non sono estranei, sono parte di noi. Sono quelli che arrivano nelle grandi mobilitazioni civili, che ci sostengono nelle campagne elettorali, che riempiono le piazze e i comitati. Ecco perché difendo questo equilibrio e perché penso che le primarie del 25 ottobre saranno un’altra momento importante per noi e per la democrazia italiana. Io voglio un partito solido. Ma fare un partito solido nel 2009 non significa rispolverare i modelli di cinquant’anni fa».

Nel suo intervento Dario Franceschini ha sollevato anche un’altra questione importante. Il Pd crede nel bipolarismo? E’ pronto a difendere la democrazia dell’alternanza e a considerarla un valore? Riconosce che il mandato dei cittadini non è un assegno in bianco da usare per successivi accordi in Parlamento? Il Pd è disposto a difendere questa conquista (forse l’unica della Seconda Repubblica) o intende tornare alla stagione dei governi fotocopia che duravano pochi mesi e degli esecutivi balneari? E anche qui Franceschini è stato chiaro e ha detto che lui «non vuole tornare indietro». «Vogliamo tornare a vincere – ha precisato - e quindi sceglieremo la strada delle alleanze anche per il governo nazionale, come abbiamo fatto nei comuni e nelle province e come faremo il prossimo anno nelle regioni. Ma dobbiamo dire con chiarezza che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico. Quel tipo di coalizione che ha sempre colpevolmente coperto la qualità dell’azione dei governi di centrosinistra. Formeremo una alleanza che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabile. Credibile non solo per vincere ma anche per poi riuscire a governare. E difenderemo i principi del bipolarismo e dell’alternanza tanto faticosamente conquistati. Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino, basato su una divisione di compiti nel raccogliere consenso o nel rappresentare pezzi di società e che circoscriva la nostra capacità espansiva. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del Pd, che è nato proprio sul superamento di quella divisione di compiti e significa non avere capito che quello schema si trascina forse in pezzi di classe dirigente ma non esiste più da tempo nel nostro popolo. Un unico popolo fin da prima che nascesse il Partito democratico. Non torneremo nemmeno indietro a scelte politiche né accetteremo leggi elettorali che spostino a dopo il voto la scelta delle alleanze, sottraendo ai cittadini il diritto di conoscerle e sceglierle prima. Dopo che gli è stato già tolto il diritto di scegliere le persone da eleggere. Diritto che noi vogliamo venga restituito a loro, con il ritorno ai collegi uninominali, compatibili con diversi modelli di legge elettorale, ma sempre in grado di mantenere il migliore rapporto tra un eletto e il suo territorio».

Nel discorso di Franceschini di giovedì scorso questo è stato certamente il passaggio più importante.  Se il Pd è davvero una nuova storia, lo scontro con Massimo D’Alema, con i propositi di introdurre la legge elettorale «alla tedesca», dietro cui si cela il ritorno al proporzionale e ai governi che si fanno e che si disfano nelle aule del Parlamento, era inevitabile. Se le parole hanno un significato, Dario Franceschini si propone di fare per davvero ciò che Walter Veltroni ha avuto il tempo, e forse il coraggio, soltanto di dire. Se è così non è una sfida finta.
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