O Silvio o il diluvio?
«O Silvio o il diluvio. Non c’è alternativa». Nel suo editoriale di giovedì scorso, il direttore del Giornale Vittorio Feltri ha chiamato a raccolta il Popolo delle Libertà invitandolo a votare ancora una volta il partito del premier «magari turandoci montanellianamente il naso». Il voto, sempre secondo Feltri, «va dato ancora a Berlusconi perché queste regionali hanno assunto l'importanza di un referendum su di lui».
Ancora una volta, insomma, le Regioni (ma non eravamo tutti federalisti?) non sono all’ordine del giorno e i problemi dei cittadini possono aspettare. Si vota Berlusconi: «O Silvio o il diluvio». «Solo dopo - ha scritto Emanuele Macaluso (www.leragioni.it)- se il Cavaliere vince, ci darà: “abbassamento delle tasse, riduzione della spesa pubblica, modernizzazione dello Stato e dei servizi, innalzamento dell’età pensionabile, abolizione degli enti inutili”. Insomma le promesse che Berlusconi fece quando nel 1994 (sedici anni addietro) scese in campo. Non escludo che ci sia ancora chi beve tutto, anche il fatto che Annozero ispira attentati dinamitardi al Cavaliere. Siamo alla follia. Il Presidente del Consiglio ha perso la testa: è questo il vero pericolo che corre la democrazia italiana. Ieri alla Camera, Tremonti ha detto qualche verità sulla gravità della situazione economica e sociale. Ragioniamo e votiamo sui problemi che si possono risolvere con le Regioni, ora e non dopo altri 16 anni».
Naturalmente, Macaluso ha ragione. Anche perché non è detto che le cose, dopo il voto, non siano destinate a peggiorare. Magari con Berlusconi che si rifugia a Salò con le camicie verdi. C’è, infatti, uno spettro che si aggira per il nord Italia ed ha un nome: Lega Nord. Ormai importanti sondaggisti autorizzano lo scenario del sorpasso, con la Lega primo partito al nord. E come ha detto ieri Bossi al lancio del «quadrilatero del Nord»: «L’alleanza tra Liguria, Veneto, Lombardia e Piemonte è fondamentale: dobbiamo tenerci stretti, uniti per essere forti nelle richieste che dobbiamo porre a Roma ladrona». Ed è solo un anticipo del possibile scenario post-voto.
Detto questo, quella che abbiamo visto sabato scorso in Piazza del Popolo a Roma sarà l’alleanza per il governo del 2013? Ho i miei dubbi. Sul palco sabato si è vista solo l’immagine di un cartello elettorale buono per le prossime regionali. Il palco di Piazza del Popolo ha mostrato che si è riusciti a mettere insieme un’alleanza per le regionali «contro i trucchi, per vincere», come dice lo slogan, ma non è stata l’anteprima di quello che sarà la coalizione di centrosinistra in gara per le prossime politiche. «L’Unione -come ha osservato Castagnetti - appartiene al passato, a una fase politica che è finita». E l’alleanza per il 2013 è tutta da costruire. Anche perché quella in campo è un’alleanza a geometria variabile, che cambia da una regione all’altra. Oltretutto, nelle regioni c’è l’elezione diretta del presidente (un dato che si trascura) e, come avviene nei comuni con il sindaco, i cittadini scelgono un leader e la sua maggioranza. Va da sé che in questo modo un’alleanza anche molto ampia può risultare coesa e credibile proprio perché è organizzata attorno alla leadership, proprio perché il punto di coagulo e di visibilità dello schieramento è rappresentato dal candidato presidente. Ma è questo il contesto istituzionale che segna una netta discontinuità con il passato e che incanala, nella dimensione regionale, il processo e gli attori.
Insomma, la fine del berlusconismo si comincia ad intravedere, ma non è chiaro ancora quali saranno le forze che interpreteranno la controffensiva democratica. Basta pensare al tentativo di Bersani di arrivare a Casini per costruire l’alternativa al centrodestra. Non solo l’Udc non è andata alla manifestazione, ma martedì alla Camera all’opposizione non è riuscito il colpaccio di mandare sotto la maggioranza sul decreto «salvaliste» che ha iniziato il suo iter parlamentare proprio per colpa dei banchi lasciati vuoi dall’Udc sulle pregiudiziali di costituzionalità. Sono mancati 17 deputati dell’Udc, quando le pregiudiziali non sono passate per 13 voti. Come ha sintetizzato Marina Sereni: «Casini? Né in piazza, né in Parlamento».
Secondo Lina Palmerini (domenica scorsa, sul Sole 24 Ore) «la chiave di volta la faranno due fattori. Citati apertamente da Bersani sul palco. La prima:”la fine del berlusconismo” e di questo Pdl. La seconda: una nuova legge elettorale. Sul combinato disposto di questi due elementi si potranno delineare le forze in campo, da una parte e dall’altra. Ed è su questo passaggio che si “riaprirà al congresso Pd”, come si lascia scappare qualcuno della piazza. Soprattutto la scelta delle nuove regole elettorali – se mai nella maggioranza si aprirà un varco – rimetteranno il Pd in un clima da congresso. Dove, da una parte c’è la ricetta tedesca dei dalemiani, dall’altra quella maggioritaria di chi ha perso lo scorso congresso, cioè i veltroniani e i franceschiniani di Area democratica ancora convinti del bipolarismo e della vocazione maggioritaria». Si vedrà. Resta il fatto che è proprio su questo punto (sulla legge elettorale e sulle prospettive future del sistema politico) che a Cortona, Salvati aveva intravisto nel Pd un «potenziale contrasto inconciliabile».
Aggiungo che questa settimana l’Economist ha pubblicato uno special report sul motore dell’Europa, la Germania: «Europe’s engine. Living with a stronger Germany». Vale la pena di leggerlo, anche per ricordare che l’Italia non è un pianeta a se stante, che le condizioni internazionali un peso ce l’hanno e che la nostra vicenda è solo la parte italiana di una vicenda europea e di un ciclo mondiale.














