Ma non avevano promesso di tagliare le tasse?
Oggi il procuratore di Firenze ha smentito le indiscrezioni su un imminente avviso di garanzia a Berlusconi e Dell’Utri. Il dubbio aleggiava nei palazzi della politica ormai da una settimana e ieri i due quotidiani vicini a Berlusconi, Libero e Il Giornale, hanno rotto il silenzio con i titoli di prima pagina: «Silvio indagato per mafia». Ma per la procura di Firenze quello che hanno scritto i due giornali non è vero e né Silvio Berlusconi né Marcello Dell’Utri sono indagati per mafia. Attorno a questa storia, che va avanti da più di dieci anni sempre in assenza di riposte certe, ruota il tormentone prenatalizio (che ha indotto il procuratore di Firenze ad intervenire sui media per smentire i titoli e le prime pagine dei quotidiani vicini al Premier) sui media.
A Roma intanto infuria la polemica politica. Il premier ha bollato come «infondate e infamanti» le accuse di un suo presunto coinvolgimento nelle stragi di Cosa nostra. E Barbara Spinelli sempre oggi sulla Stampa scrive: “ è una fortuna che Napolitano abbia detto in modo chiaro che spetta al parlamento e alla politica sanare i presenti squilibri”. Ma non facciamoci ingannare dai paroloni, dalle battute e dalle barzellette di Berlusconi. L’unica vera faglia tellurica che si sta allargando sotto il centrodestra è quella fiscale. E il pericolo è che in tutto questo clamore si perda di vista il tema oggi centrale: avevano promesso di tagliare le tasse e invece le hanno alzate. Al punto che lo stesso Libero titolava, giovedì scorso, «Svaniscono le promesse».
Come è possibile che Berlusconi stia tradendo in maniera così proditoria l’impegno al taglio delle tasse? Ne ha scritto giustamente Europa, venerdì scorso:«Mentre in tutti i paesi europei (che, come si dice con soddisfazione, hanno ripreso a crescere meno dell’Italia) la leva fiscale viene utilizzata, anche a rischio di incrementare il deficit, per spingere consumi e investimenti, in Italia siamo al rigor mortis». E, come spiega Paolo Natale, «non è sulle collusioni mafiose né sull’immigrazione che si incrina il consenso intorno a Berlusconi. È su quel 43,2 per cento di pressione fiscale che colloca ormai l’Italia al quarto posto nel mondo come paese delle tasse, dietro solo agli scandinavi. Secondo i commercialisti la pressione depurata dal sommerso è addirittura oltre il 50. Una quota inaccettabile. Mostruosa se si pensa chi ha governato per otto degli ultimi quindici anni: l’uomo di meno tasse per tutti. Il peso del fisco era al 40,7 per cento nel 1994».
«Se questo - si è chiesto Paolo Natale - è il vero lato debole di Berlusconi, il più debole agli occhi degli elettori, perché l’opposizione politica non lo colpisce? Bersani denuncia spesso la leggerezza delle misure governative, ma sul punto specifico non affonda. Anzi, fra Tremonti e i suoi avversari interni dichiara simpatia al primo. Anche noi diffidiamo del populismo di Brunetta e soci, ma qui la domanda riguarda chi si candida all’alternativa. A parte la giaculatoria (sacrosanta per carità) sulla lotta all’evasione, c’è qualcosa da correggere rispetto ai tempi della sinistra tassa&spendi? Ci dobbiamo preoccupare per il ritorno in auge di Vincenzo Visco e della sua scuola, o fra le tante novità promesse dalla nuova leadership democratica ce n’è anche una che possa colpire Berlusconi dove gli fa più male?». Parliamone.














