Lezioni tedesche
Mentre in questo Paese accade di tutto (nubifragi e frane, escort in Tv e manifestazioni per la libertà di stampa, ecc.) e la vocazione autolesionista dell’opposizione si esprime ai livelli più alti, continua imperterrita la battaglia interna al PD per l’elezione del segretario democratico. Torno perciò sulle recenti elezioni in Germania perché offrono al congresso del Pd la possibilità di uscire dalle bagattelle (le diatribe sul doppio incarico, i contrasti tra iscritti e elettori, la bocciofila, le gite sul Monviso, ecc.) per parlare di politica. Suggerisco alcuni temi. Discuterne sarebbe utile non solo ai democratici, ma anche (e finalmente) al Paese.
Socialismo. La batosta della Spd prova ancora una volta - ammesso che ce ne fosse bisogno - quanto sia debole quel richiamo alle origini perdute propagandato nei congressi di circolo dai presentatori della mozione Bersani. Per 146 anni, in patria o in esilio, i socialdemocratici tedeschi sono stati il partito del lavoratori e dei sindacati. Ora non è più così. «Lo so che i rapporti tra la Spd e il sindacato sono stati storicamente molto forti - ha detto alla Süddeutsche Zeitung il mese scorso Bertold Huber, il capo dei metalmeccanici tedeschi della Ig Metall (2 milioni e 400mila iscritti) - ma ora siamo nel Ventunesimo Secolo. L’era in cui i sindacati possono dire “vota per questa o quella persona” sono finiti. La gente alla sua testa. Dice “lasciate che a quello pensiamo noi” Quindi non ci sono più raccomandazioni e pietre di paragone elettorali. Possiamo essere coinvolti sui temi e lo facciamo». La decisione dei metalmeccanici tedeschi di non schierarsi politicamente è anzitutto una presa d’atto. Parecchi iscritti alla Ig Metall votano (come si è visto) per la Linke di Oscar Lafontaine, per i Verdi, ma anche per il centrodestra: per i partiti cristiano-democratici della Cdu e della Csu e per l’Fdp (i Liberali). Come in Italia. Un sondaggio (abbondantemente trascurato) del Sole 24 Ore di qualche mese fa, dava il voto operaio per il 60% a favore del centrodestra. E nuova è solo la dimensione, non la linea di tendenza che denota un movimento profondo di opinioni e di interessi che dovrebbe stimolare, a sinistra, una vera discussione. Specie se si considera che gli unici gruppi elettorali che resistono nel recinto del centrosinistra sono gli insegnanti, zone consistenti del pubblico impiego, studenti e poco altro. Non sarebbe male se, proprio «per dare un senso a questa storia», trovassimo il modo di rifletterci su. Anche perché la presa d’atto della differenza tra l’operaio del Diciannovesimo Secolo e quello di oggi che sa (e che può e vuole) scegliere, finirà per portare lontano, non solo in politica ma anche nelle preferenze in fatto di scuola, pensione, sanità, ecc.
«Populismo sanguigno?». Mentre le forze di centrosinistra che non hanno radici nel socialismo si affermano in grandi paesi del mondo (dall’America, all’India, al Giappone: tre paesi che fanno da soli più di tre volte gli abitanti dell’Unione europea), quelle europee soffrono sconfitte brucianti come quelle già consumate in Italia, in Francia e in Germania e pronosticate in Gran Bretagna. Nel tentare una spiegazione di questo fenomeno, Massimo D’Alema, nell’editoriale della rivista Italianieuropei ha parlato di «una sinistra disarmata di fronte al populismo sanguigno della destra». Ma come si fa ad inserire in questa definizione Angela Merkel, David Cameron o anche Nicolas Sarkozy? Questa incapacità di svolgere una analisi differenziata e realistica delle formazioni moderate, non tradisce forse uno dei principali limiti della sinistra europea? Secondo D’Alema, il superamento delle insufficienze della tradizione socialdemocratica si può compiere «indicando nella democrazia, nell’eguaglianza e nella cultura dell’innovazione le idee-forza per una risposta progressista». Ma, come osserva mercoledì scorso Il Foglio, «in realtà questi stessi principi rappresentano i cardini programmatici del Partito popolare europeo, che raggruppa le principali forze moderate del Vecchio continente. Definire su di essi un’identità specifica e riconoscibile è possibile soltanto se si bara sui connotati reali dell’antagonista. La sfida non è più tra modelli sociali e istituzionali alternativi, ma tra ceti politici che appaiono più capaci di realizzare un equilibrio tra democrazia sociale di mercato e promozione dello sviluppo. Se invece si costruisce un antagonismo tra “populismo sanguigno” e identità democratica, in realtà ci si limita a parare male dell’avversario, non si comprendono le ragioni del suo successo e ci si condanna davvero alla subalternità».
Proporzionale «alla tedesca». Anche l’infatuazione per il sistema elettorale tedesco viene ridimensionata dal voto, poiché, ora che le formazioni che superano a soglia di sbarramento sono cinque anche in Germania (come in Italia), appare chiaro che non è così scontato che sia l’orientamento degli elettori a decidere chi deve governare. Dietro i propositi di introdurre la legge elettorale «alla tedesca» si cela, più modestamente, il ritorno al proporzionale e ai governi che si fanno e che si disfano nelle aule del Parlamento sottraendo ai cittadini il diritto di conoscere e scegliere prima le alleanze. Tutto qua.
Grosse Koalition. L’esito del voto fa giustizia anche delle speranze che in Italia erano state nutrite nei confronti della Grande Coalizione. Secondo gli editorialisti del Corriere della Sera, un governo basato sulle due grandi forze politiche tedesche era la strada giusta per realizzare una coraggiosa politica di riforme. E in molti non facevano mistero di ritenere questa soluzione, l’intesa tra i partiti cardine dei due poli, desiderabile anche per l’Italia. Ma, come dimostra la vicenda tedesca, non è così scontato che sia una soluzione produttiva e nemmeno che sia auspicata dai cittadini. Sbaglierò, ma non credo che gli italiani vogliano «il ritorno a una stagione di ambiguità e di inciuci».
Trentatré virgola sette per cento. Infine, dopo il voto tedesco andrebbe riconsiderato il valore del risultato ottenuto dal Pd di Veltroni, in percentuale pressoché identico a quello ottenuto dalla Cdu-Csu e largamente superiore a quello della Spd. Fu indubbiamente una sconfitta, ma quella che è stata definita come una disfatta rovinosa oggi appare davvero come uno dei migliori risultati ottenuti da una formazione di centrosinistra in Europa.















Che cosa ci resta di Bad Godesberg
Oggi Europa ha pubblicato un articolo di Angelo Paoluzi che riporto integralmente:
Dopo la sconfitta alle elezioni generali del 27 settembre scorso in Germania – con il peggior risultato della storia del partito socialdemocratico tedesco nel dopoguerra, 22 per cento, un terzo dei deputati in meno – qualcuno tra i dirigenti ha auspicato “una nuova Bad Godesberg”, il luogo cioè nel quale la Spd decise, fra il 13 e il 15 novembre del 1959, un drastico cambio di strategia. Ero appunto là, in quei giorni, inviato dal giornale in cui lavoravo, Il Popolo, nella prospettiva di aprire a Bonn un ufficio di corrispondenza, anche dietro pressione dell’ambasciatore nella repubblica federale Pietro Quaroni, molto ascoltato dal presidente del consiglio, che era Amintore Fanfani. Bad Godesberg è una cittadina termale lungo la riva orientale del Reno, contigua a Bonn, allora capitale provvisoria della Rft, e tradizionalmente vi si tenevano riunioni, assemblee e incontri politici, prima che fossero costruite le fastose sedi centrali dei partiti. I socialdemocratici avevano scelto per il loro congresso “La Redoute”, un albergo in stile Liberty, dove mi condusse Vittorio Brunelli, allora corrispondente de La Nazione (più tardi passerà al Corriere della sera), in un giro di conoscenze degli ambienti nei quali avrei dovuto lavorare. Ci meravigliò l’atmosfera. Delegati in composti abiti borghesi, quasi totale assenza di bandiere rosse, pochi ritratti, e seminascosti, dei padri fondatori – da Karl Marx ad August Bebel a Ferdinand Lassalle –, linguaggio misurato di chi si avvicendava alla tribuna, e innovativo rispetto alla tradizionale enfasi rivoluzionaria. Qualcuno protestava, anche con rumorose polemiche, per il nuovo corso, voluto dal presidente del gruppo parlamentare Herbert Wehner, l’“uomo forte”, già transfuga dal partito comunista, e vero leader della Spd dopo la morte di Kurt Schumacher; accanto a lui stava emergendo il popolare borgomastro di Berlino ovest, Willy Brandt. E proprio in quell’ambiente borghese medioalto si decideva la svolta moderata della socialdemocrazia tedesca, sia pure con un occhio al rapporto con la classe operaia, ai sindacati, alla sollecitudine per la giustizia distributiva. Ma, in sostanza, «si mise Marx in soffitta», come fu scritto. I nuovi dirigenti, dopo anni di dura opposizione alla politica dei cristiano-democratici Konrad Adenauer e di Ludwig Erhard – una politica che si era rivelata vincente attraverso uno strumento come l’economia sociale di mercato –, avevano probabilmente capito che i vecchi schemi di lotta non bastavano più, e come fosse necessaria al partito non più una strategia rivoluzionaria ma una pratica riformistica, sempre ancorata alle proprie radici popolari. Wehner e Brandt, insieme con lo stato maggiore del partito, indussero i socialisti ad abbracciare l’idea di “stato sociale”, considerato non come un nemico da abbattere ma come un alleato per un più diffuso egualitarismo. Il “programma di Bad Godesberg” metteva quindi in archivio quello di Heidelberg del 1925 (anche perché sarà difficile dimenticare che settanta deputati della Spd, nel 1933, avranno votato i pieni poteri ad Adolf Hitler). Dal 1959 si procede a una lenta e sistematica scalata al potere, costellata da sconfitte e successi nazionali e regionali sino al 1966, quando i risultati elettorali portarono a una “grande coalizione” con la Cdu, sino al 1969, anno della svolta e dell’ascesa al potere di Willy Brandt prima e Helmut Schmidt dopo, governando con i liberali sino al 1982. Da quell’anno al 1998 di nuovo sedici anni all’opposizione: nel frattempo il partito cambia ancora strategia e si converte alle ragioni del mercato, approvando il cosiddetto “programma di Berlino”, di stampo decisamente conservatore, che porterà al governo, in una alleanza con i Verdi, Gerhard Schröder dal 1998 sino al 2005, quando l’esito delle urne imporrà ancora una volta la “grande coalizione” ma sotto guida democristiana, e quello del 2009 sancirà una “amara sconfitta” per la Spd. Il richiamo alla “nuova Bad Godesberg”, in questo contesto, suona forse come un ritorno allo spirito e alle origini “sociali” di una Spd che non si appiattisca sulle ragioni del mercato, specie in tempo di crisi: probabilmente la maggioranza dei tre tedeschi su dieci che non hanno votato a settembre è composta dai delusi della socialdemocrazia (anche per lo spettacolo dell’ex cancelliere Schröder oggi membro di consigli di amministrazione di industrie che del profitto fanno la loro ideologia). Inoltre l’emorragia dei voti a favore della “sinistra a sinistra”, “Die Linke” – alla cui testa c’è un transfuga socialdemocratico, l’ex ministro Oskar Lafontaine – alleata con gli epigoni del regime comunista dell’ex Germania est, è più che un campanello d’allarme: soltanto sette punti percentuali dividono le due formazioni. E all’interno della Spd premono forze giovani, diversamente orientate (se ne hanno i primi sintomi con il rinnovo dei dirigenti) e che fanno i conti: tutte le opposizioni riunite, con il loro 45 per cento, fronteggiano il 55 dei moderati, rendendo possibile la rivincita. Che però nulla ha da spartire con quello “spirito di Godesberg”, inutilmente richiamato e che aveva portato al successo da quei giorni di cinquant’anni fa, in un novembre che ricordo umido e piovoso, in un congresso tenuto nell’albergo stile Liberty di una stazione termale lungo il Reno.