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21/02/2011

L'Europa e la rivolta nel mondo arabo

La rivolta nel mondo arabo si è estesa anche alla Libia, infiammando Bengasi e la Cirenaica e ora anche Tripoli. Il regime ha risposto con il pugno di ferro, provocando massacri di civili. Il guaio è che l’Europa non sembra in grado di giocare un ruolo all’altezza dei rischi che corre, considerato che è circondata da un arco di instabilità che ne minaccia la sicurezza. Alle tradizionali carenze di proiezione esterna della Ue, si sono aggiunte la risposta tardiva di Bruxelles alla crisi in Egitto, le difficoltà nel contribuire ad una soluzione della crisi politica in Albania e, più in generale, la mancata comprensione delle complesse trasformazioni delle società arabe.

Non è un mistero per nessuno che l’Unione per il Mediterraneo, (un’iniziativa lanciata solamente tre anni fa, di cui Mubarak è co-presidente) ha perso slancio ben prima delle rivolte in corso e che l’attuale crisi albanese potrebbe rimettere in discussione le tappe dell’allargamento (il 2011 doveva essere l’anno dell’avvio dei negoziati di adesione di quattro Paesi dei Balcani occidentali: Macedonia, Montenegro, Serbia e Albania) e, dunque, la stessa politica europea, nell’area.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini oggi ha affermato che, a suo avviso, l'Ue «non deve interferire» nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di esportare il proprio modello di democrazia. Bisognerebbe, invece, ripensare (sempre che non sia già troppo tardi) le politiche europee disegnate per portare stabilità e democrazia in queste aree. Specie se si considera, come ha osservato Arturo Varvelli, ricercatore dell’ISPI, che «queste proteste popolari, prive di una chiara direzione politica e di leadership, ma anche di connotati islamici radicali, non dovrebbero far trascurare il fatto che la crisi in Medio Oriente potrebbe fornire all’Europa l’occasione per riacquistare credibilità presso il mondo arabo. Non si tratta di adottare toni paternalistici o politiche controproducenti di diffusione democratica con la forza, ma di essere di riferimento e fornire aiuti economici, sociali, culturali a favore della società civile e delle forze disponibili all’avvio di un processo di partecipazione popolare più ampio. L’attuale crisi dei paesi arabi, come mai in passato, permette una piena sovrapposizione della retorica pro-stabilità e di quella pro-democrazia dell’Europa. La stabilità non può più essere perseguita al prezzo della democrazia». Anche perché la stabilità può essere illusoria.

 

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