Le due Europe
Mentre la crisi pare avvitarsi senza fine su se stessa e Barack Obama promette la più ambiziosa, radicale e profonda rivoluzione di politica economica degli ultimi trent’anni in America (stimoli fiscali, tasse più alte per i più ricchi e più basse per il 95% degli americani, assistenza sanitaria per tutti, una clamorosa riduzione del deficit in quattro anni), l’Europa è alla ricerca di misure in grado di affrontare la crisi che scuote (in particolare) la sua parte orientale e che rischia di mettere in discussione l’assetto comunitario.
Oggi si è riunito a Bruxelles (preceduto dall’incontro tra i leader di nove paesi dell’Europa centro-orientale, decisi a concertare tra di loro prima di affrontare gli altri) il vertice straordinario dei capi di Stato e di governo sulla crisi finanziaria che sta mettendo a rischio (dopo tante banche europee) anche vari paesi dell’Est e perfino l’Irlanda, l’Austria e la Grecia. Sul vertice di oggi, oltre al rischio di rottura del mercato unico, aleggia lo spettro del divorzio impossibile tra le due Europe, tra ricchi e poveri sballottati dalla tempesta valutaria e finanziaria e dall’economia in caduta libera. I paesi dell'Est chiedono solidarietà e un maggior sostegno economico: il premier ungherese Ferenc Gyurcsany parla del rischio di una nuova «cortina di ferro» tra Est e Ovest, tra «Paesi poveri e ricchi», e chiede un fondo speciale fra i 160 e i 190 miliardi di euro per ridare fiducia e liquidità ai mercati finanziari dell'Est sull'orlo della bancarotta. Il piano proposto da Gyurcsany riguarda 12 Paesi dell'Europa del centro-orientale (incluse Ucraina e Croazia, che non sono membri della Ue). Ma l'idea di un piano specifico per i paesi dell'ex blocco comunista potrebbe, secondo alcuni, «avere effetti controproducenti e rischiare di provocare panico». Come riferiscono i diplomatici, «bisogna fare attenzione a non suscitare inquietudine. L'idea sulla quale si concorda è di aiutare i paesi caso per caso, senza anticipare le difficoltà». Del resto, quando il 70% delle banche orientali è controllato dal quelle occidentali, quando quelle austriache sono esposte a Est per l’equivalente dell’80% del Pil di Vienna e quando l’auto francese, italiana e tedesca ha delocalizzato le produzioni ad Est attirata dal basso costo del lavoro e dalle favorevoli condizioni di investimento, nessuno può rifugiarsi nel protezionismo e credersi sul serio immune dai guai del vicino. Nel documento finale dei 27 in discussione oggi al vertice (in cui si discute del rilancio economico, della supervisione dei mercati finanziari, del settore dell'auto, dei passi per prepararsi al G20 di Londra di aprile) si ribadisce che l'Europa potrà affrontare la sfida della crisi finanziaria solo «continuando ad agire insieme in maniera coordinata all'interno del mercato unico e dell'Unione monetaria». In dodici punti i 27 si impegnano a «ripristinare in maniera appropriata ed efficiente le condizioni dell'economia», soprattutto «sbloccando i canali del credito», fattore «cruciale per l'efficacia degli stimoli economici messi in atto dagli stati membri». A Bruxelles si ribadisce anche il «no al protezionismo», uno dei cardini del documento che riassume gli argomenti di oggi. Un punto fermo che si unisce alla convinzione che il vero «motore della ripresa» è il «mercato interno» e che è «cruciale» lo sblocco dei canali del credito.
Quello in corso doveva essere un anno di festeggiamenti nell'Europa centrale e orientale. Sono passati vent'anni dalla caduta del muro di Berlino, è il decimo anniversario dell'espansione verso Est della Nato e sono trascorsi cinque anni dall'inizio dell'allargamento dell'Unione europea nella regione: dal Baltico al Mar Nero, i paesi sfuggiti alla dominazione sovietica avrebbero di che celebrare. Ma la crisi economica ha rovinato la festa. E, nonostante i risultati delle due decadi passate, i leader della regione sentono le fondamenta economiche tremare sotto ai piedi. Tutta l'Europa si sta dirigendo verso la peggior crisi economica dagli anni '30. Ma, messe a confronto con il ricco occidente, le nazioni dell'Europa centro-orientale sono in una posizione molto più debole. Il pericolo è così grave che la riunione dei leader dell'Unione europea che si è tenuta a Berlino domenica scorsa (e che ha preceduto il vertice di oggi) ha stabilito di appoggiare il raddoppio delle risorse del Fondo Monetario Internazionale a 500 miliardi di dollari per sostenere i paesi CEE in quella che il cancelliere tedesco Angela Merkel ha definito una «crisi internazionale straordinaria». A rischio non è soltanto lo sviluppo economico di paesi vulnerabili ma anche la loro stabilità politica. Nessuno si aspetta che si ripetano i dei mali degli anni '30. Ma la rabbia montante contro la recessione, la disoccupazione e i debiti, potrebbe alimentare il populismo con conseguenze inimmaginabili. Come in Europa occidentale, ci potrebbero essere tensioni sociali ed etniche. E i governi riformisti, le compagnie multinazionali e le banche potrebbero diventare il bersaglio della protesta popolare, specie se i mezzi di sostentamento sono minacciati. Non per caso, il ministro degli esteri svedese Carl Bild ha osservato:«La crisi economica colpirà l'Europa orientale più di quella occidentale perché i sistemi economici e politici nell'Europa orientale sono più vulnerabili». La stessa Ue, la calamita politica ed economica della regione, sta attraversando dei guai. Difficile resistere alla tentazione, diffusa tra i leader occidentali, di rispondere alla crisi mettendo gli interessi nazionali prima della più ampia solidarietà nell'Unione, specialmente per quel che riguarda gli aiuti di stato nell'industria e nella finanza. Non sorprende che, avendo faticato duro per portare i loro paesi nel mainstream europeo, alcuni leader centroeuropei si sentano traditi. Pavol Demes, un ex ministro degli esteri slovacco, ha detto:«La gente sta mettendo in discussione la democrazia liberale, i mercati e la Ue. Vedono paesi come la Francia assumere soluzioni nazionali quando sono necessarie soluzioni internazionali. Si sentono esclusi». In molti infatti applaudono alla Repubblica Ceca, presidente di turno dell'Unione, per aver sfidato il presidente francese Sarkozy rammentando che l'aiuto ai produttori di automobili francesi era mirato a preservare i posti di lavoro francesi piuttosto che quelli che la marca automobilistica assicura in Europa centrale. E Mirek Topolanek, primo ministro ceco, ha parlato per molti nella regione, quando ha detto che la reazione dei paesi dell'eurozona «ha deformato il progetto comune dell'euro più di ogni altro evento immaginabile».
Comunque, l'Unione europea non è una regione che sta per precipitare nel disordine. A dispetto delle preoccupazioni circa la solidarietà della Ue, i nuovi membri del blocco di 27 nazioni, restano impegnati nell'aumentare la loro integrazione. La Polonia sta, ad esempio, accelerando i piani per unirsi all'eurozona. Qualunque cosa succeda, è probabile che paesi differenti attraversino la crisi con risultati largamente discordanti. Ad un estremo ci sono nazioni sotto pressioni finanziarie particolarmente severe, come l'Ungheria, l'Ucraina e la Lettonia. All'altro estremo stanno la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, una base di relativa stabilità economica nel cuore dell'Europa centrale. Manfred Wimmer dell'Ernste Group, una banca austriaca, avverte:«quel che il più delle volte si è perduto in questa crisi, è la capacità della gente di differenziare». Dopo quasi una decade di crescita molto rapida, ancora al 5% lo scorso anno, il Pil della regione (comprendendo l'Europa centrale e sud-orientale e l'Ucraina ma escludendo la Russia) è previsto in discesa nel 2009 per la prima volta dal caos post-comunista dei primi anni '90. Una crisi prolungata potrebbe scuotere il sostegno per politiche orientate al mercato e generare conflitti e confusione. La destra è in crescita. Jobbik, un partito ungherese di estrema destra ha raggiunto l'8,5% nelle elezioni amministrative il mese scorso. Ma va anche detto che pochi partiti di destra della regione hanno fatto così bene nel tempo come il Fronte nazionale francese. Ivan Krastev, capo del Centro Studi Liberali in Bulgara è preoccupato di un collasso nel morale del ceto medio se la gente perde il lavoro ed è ingolfata dai mutui. «Questa gente si è identificata con l'Occidente e adesso si sente tradita. Abbiamo fatto del nostro meglio, dicono. Abbiamo seguito le pratiche migliori e ora ci viene detto che erano le peggiori. E non ci sono altri modelli». C'è chi dice che ci potrebbe essere una perdita di fiducia nell'Occidente, come ci fu nella Russia. Ma con i benefici dell'adesione alla Ue, dall'aiuto in agricoltura alla sicurezza, le elite combatteranno contro i tentativi populisti per cambiare direzione di marcia. Le istituzioni democratiche e quelle orientate al mercato sono molto più forti che in Russia nel 1990. E, anche in recessione, le economie della regione si prevede che se la caveranno meglio di quelle dell'Europa occidentale. A dispetto della crisi, l'integrazione a lungo termine dell'Europa centrale e orientale con quella occidentale continuerà. Il modello di sviluppo è quello giusto.














