La mala educación
In giro c’è ancora un sacco di gente che si dichiara indisponibile all’aut-aut Bersani-Franceschini perché considerati entrambi inadatti alle sfide che attendono il Partito democratico e l’Italia.
Nei giorni scorsi un documento di Francesco Tempestini (il cui assunto di fondo è che occorre una discontinuità in grado di strappare il Pd al destino di «partito delle minoranze» della società italiana) ha espresso il disagio di quanti vorrebbero un confronto in grado di uscire dall’alternativa tra «continuisti» e «nuovisti» verso cui è pericolosamente avviato.
Poi sul Sole 24 Ore, Nicola Rossi ha detto di non vedere grandi differenze tra i due sfidanti. «O meglio – ha precisato il senatore del Pd - ci sono ma su un punto per me poco interessante: gli apparati. Ma chiunque prevarrà non sarà il futuro del Pd. Ci sarà un altro, a un certo punto, che ci proverà ancora». Il fatto, secondo Rossi, è che i due competitors per la segreteria sono «riformisti per forza». «A sinistra il tema delle riforme è stata una necessità imposta dal vento culturale degli anni 90, da Blair, Gonzales. La sinistra italiana ha dovuto legittimarsi ma è stato un obbligo, non una convinzione». E i tentativi «sono falliti perché le svolte richiedono leader in grado di mutare la cultura del proprio popolo (…) I nostri non hanno avuto la voglia, la capacità e, in fondo, l’ambizione».
Come se non bastasse, il weekend scorso a Venezia, alla Summer School del Centro di Formazione Politica di Milano, il think tank presieduto da Massimo Cacciari e diretto da Nicola Pasini, anche il politologo milanese l’ha messa giù dura: «Bersani? Bene, cioè male: sentiremo di nuovo parlare dei distretti industriali, delle filiere,nel tentativo di svecchiare fuori tempo massimo la socialdemocrazia che qui al nord ha già perso da decenni. Franceschini? Male anche lui: sentiremo parlare un’altra volta di Dossetti e don Dilani, della Resistenza. Sono lontani anni luce dalla realtà. Non basta, siamo indisponibili a un congresso concepito come l’eterno derby, per di più giocato dalle riserve, dai cloni». Al CFP ritengono inoltre «che Repubblica abbia contribuito ad educare male l’elettorato di centrosinistra, trasmettendo una cultura contro e non per qualcosa, diffondendo moralismo e non etica pubblica».
Dunque (almeno così la vedo io) c’è un problema di idee. Di questo dovremmo occuparci in questi mesi. Secondo Joseph Nye, un leader è chi aiuta un gruppo a formulare e a raggiungere obiettivi condivisi. E il Pd è completamente privo di idee su tutti i temi rilevanti: dall’economia alla sicurezza. «Il mondo è cambiato, è impercorribile con quegli apparati concettuali. Ma pare che i vertici del Pd facciano un’enorme fatica a riconoscerlo e a trarne le conseguenze», rileva Pasini. In più, i guai del partito avrebbero a che fare, secondo Michele Salvati, con un'altra questione. «Il dissenso tra chi ritiene che il bipolarismo coatto che abbiamo avuto nella Seconda Repubblica, imposto mediante leggi elettorali maggioritarie, sia stato e sia una iattura per il centrosinistra e per il Paese. E tra chi ritiene invece che sarebbe una iattura l'adozione di un sistema proporzionale senza premio di maggioranza: gli elettori non sarebbero più in grado di scegliere il governo e si ritornerebbe ai problemi della Prima Repubblica, ai governi fatti e disfatti in Parlamento». Molti, insomma, la pensano come Tabacci e Casini (che bisogna, cioè, tornare indietro) ma non hanno alcun interesse ad uscire allo scoperto.
Ma se così stanno le cose, i difensori del modello bipolare e del Pd come incontro-fusione delle culture riformiste laiche e cattoliche devono dare battaglia e denunciare apertamente la marcia indietro verso la Prima Repubblica. Oggi più che mai c’è bisogno di una progettazione politica e culturale che riesca a formulare una diversa idea dell’Italia e che sappia rinnovare i logori luoghi comuni di una cultura ormai attardata, se non proprio conservatrice. Il potenziale di espansione del Pd è legato alla sua capacità di rinnovarsi e di proporre un credibile progetto di modernizzazione del Paese. E’ infatti la credibilità della leadeship e del progetto del principale partito del centrosinistra il fattore che può ampliarne il radicamento e allargarne il consenso. E oltre ad avere un programma credibile bisognerà saperlo raccontare in uno stile diverso: accendere la speranza di metà degli italiani, senza suscitare «antipatia» nell’altra metà.
Mi soffermo sull’antipatia (cioè sul sentimento dominante del popolo di destra verso la sinistra) poiché nei giorni scorsi, in un’intervista su Repubblica, Debora Serracchiani ha detto che sta con Franceschini perché è più simpatico ed ha anche detto che Massimo D’Alema rappresenta a suo parere una logica d’apparato da cui il Pd dovrebbe emanciparsi. Magari è una semplificazione sgarbata e ingiusta, ma l’orrore suscitato dalla frase irriverente è sproporzionato. Sono bastate due battute è subito partito un fuoco di interdizione fatto di rampogne severe, compatimento, derisione. Lo ha notato Pieluigi Battista sul Corriere della Sera:«Non c’è bisogno di concordare con le sue tesi per non accorgersi che in tanta virulenza c’è qualcosa di smodato e paradossale. Un partito che invoca il rinnovamento si trasforma in un consesso di arcigni professori che bacchettano la giovane che ha osato valicare i confini dell’irriverenza. Un partito che invoca le primarie a ogni passo non tiene in nessuno conto il consenso elettorale che quella giovane ha ricevuto. Un partito che non fa che dichiarare la propria insofferenza per le oligarchie di appartenenza si scandalizza se la critica alla nomenklatura viene espressa con parole e concetti decisamente poco diplomatici (…) Si spera solo in una caduta di stile, non il sintomo di una voglia d’ordine (interno)».
Messe così le cose, è forse il caso di tenere a mente che la sinistra italiana, specialmente nella sua classe dirigente e nei suoi militanti risulta antipatica alla maggior parte dell’elettorato. Uno studioso come Luca Ricolfi ha analizzato a fondo questo sentimento mettendo a nudo» in un suo libro (Perchè siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori edito da Longanesi) quelle che considera la grandi malattie della sinistra, come le ipocrisie del politicamente corretto, l’abuso del linguaggio codificato, l’uso della dialettica contro l’evidenza delle cose. Ma anche una grande e tragica malattia dell’anima: la credenza in una superiorità etica delle idee e delle persone di sinistra. Secondo Ricolfi, il complesso dei migliori (una sindrome che affligge innanzitutto i dirigenti e i militanti) li porta inesorabilmente a non capire né la storia né la realtà dell’Italia, a disprezzare l’elettorato di centrodestra, a credere di rappresentare «la parte migliore del paese» e li conduce ad attribuirsi una missione salvifica, come se l’Italia fosse passata dall’età dell’oro (gli anni dell’Ulivo) all’età del piombo (gli anni del Pdl). Ne deriva una lontananza quasi stellare dalla gente, da quel che pensa, da quel che vuole, da come vive e parla, in una parola da ciò che si definisce senso comune.














