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27/01/2012

L’Europa, le riforme da portare a compimento e la storia antica del ribellismo in Sicilia


Proviamo a fare il punto della settimana. Alla vigilia del vertice Ue di lunedì che si terrà a Bruxelles, forse qualche sprazzo di luce in fondo al tunnel si comincia a vedere. La politica di Mario Draghi ha spuntato le unghie della speculazione ed è possibile che anche la Germania, non appena avrà la certezza di avere in tasca il nuovo patto sulla super-disciplina di bilancio a carico dei partner dell'euro, finisca per ammorbidirsi. Il gioco della Germania di Angela Merkel  è chiaro e come ha rimarcato Adriana Cerretelli, «nessuna garanzia di solidarietà fino a che i partner non avranno sottoscritto il "fiscal compact". La Merkel vuole vincere le elezioni del 2013. Per riuscirci sa di non potersi permettersi concessioni al buio. Il paese non glielo perdonerebbe».

In un lunga intervista esclusiva concessa per il lancio dello speciale «Europa», promosso da La Stampa insieme ad altre cinque grandi testate giornalistiche europee,  Angela Merkel  ha tratteggiato la sua idea del futuro dell’Europa: «La mia visione è l'unione politica. Passo dopo passo, dobbiamo avvicinarci in ogni settore politico. Ci accorgiamo infatti sempre più che ogni tema affrontato ai nostri confini interessa anche noi e viceversa. L'Europa è politica interna». «Nel corso di un lungo processo – ha precisato la cancelliera tedesca -, trasferiremo sempre più competenze alla Commissione, che poi per le competenze europee funzionerà come un governo europeo. La seconda camera è costituita praticamente dal Consiglio con i capi di governo. Ed infine abbiamo la Corte di giustizia europea quale corte suprema. Questo – ha spiegato - potrebbe essere l'assetto futuro dell'Unione. Un prossimo futuro, come ho già detto, e dopo molti passi intermedi».
Nelle sue risposte ha fatto capolino la consapevolezza che l’austerità non è la sola risposta alla crisi. «Non abbiamo ancora superato la crisi. Da un canto vi sono le difficoltà attuali, che ci danno ancora da fare: l’estremo indebitamento di alcuni Paesi, accumulatosi spesso nel corso di lunghi anni e aggravatosi a seguito della crisi finanziaria ed economica, nella maggior parte dei casi accompagnato da un’alta disoccupazione e forti debolezze strutturali. E poi vi è il caso particolare della Grecia dove, nonostante tutti gli sforzi, né i greci stessi e neppure la Comunità internazionale sono riusciti ancora a stabilizzare la situazione. In primo luogo, dobbiamo tranquillizzare il tutto e riconquistare così la fiducia dei mercati. Si pone inoltre una questione molto di principio, ovvero quali ambizioni abbiamo per la nostra Europa? Portiamo il nostro potenziale di rendimento a un valore medio, a un livello intermedio? Oppure ci orientiamo verso le regioni del mondo economicamente più dinamiche, che dettano il passo? È un fatto positivo che noi nel frattempo, nelle questioni che riguardano la disciplina di bilancio e l’abbattimento del debito, abbiamo sviluppato una posizione comune, ma questo non basta. L’Europa ha bisogno di più crescita e più occupazione: anche in futuro deve potersi affermare nella concorrenza mondiale. Io voglio che l’Europa, anche fra venti anni, sia apprezzata per il suo potenziale innovativo e per i suoi prodotti. Si tratta di come noi riusciremo ad affermarci in futuro nell’era della globalizzazione, e quindi a garantire anche in futuro il nostro benessere».  E sulla crescita ha le idee chiare:«Noto che alcune persone, quando si tratta di crescita, pensano solo a onerosi programmi congiunturali. Programmi che erano opportuni nella prima crisi e anche ora dovremmo vagliare con attenzione i fondi europei nei quali c’è ancora denaro inutilizzato. Vorrei che lo impiegassimo miratamente per misure che promuovono la crescita e l’occupazione. Mi riferisco ai sostegni per le medie imprese o per chi vuole avviare un’attività in proprio, a programmi occupazionali per i giovani o a fondi per la ricerca e l’innovazione. La Germania è disposta a impiegare i fondi strutturali per questi utili scopi. Vi sono anche altre possibilità di favorire la crescita che non costano praticamente denaro. Prendiamo la legislazione sul lavoro, che deve diventare più flessibile, soprattutto laddove vengono erette barriere troppo alte per i giovani. Non è accettabile che interi comparti professionali siano accessibili solo a un gruppo ristretto di persone. Il settore dei servizi può venire potenziato molto rapidamente. Abbiamo bisogno di più privatizzazione. Vi sono molte possibilità di allentare i freni alla crescita tramite riforme strutturali di questo genere». La cancelliera tedesca ha le idee chiare anche sulla maniera di distribuire il rischio e le responsabilità: «Nella crisi attuale gli eurobond non sono una soluzione. Si potrà riflettere su una maggiore responsabilità in comune, solo quando l’Europa avrà raggiunto un’integrazione molto più profonda, non però come strumento per superare la crisi. Un’integrazione più profonda prevede, ad esempio, che la Corte di Giustizia europea controlli i bilanci nazionali, e questo non è tutto. Se un giorno avremo una politica finanziaria e di bilancio armonizzata, allora si potranno trovare anche altre forme di cooperazione e di condivisione della responsabilità».


In queste condizioni, insomma, come ha detto Draghi (giovedì scorso sul Il Sole 24 Ore), l'Italia deve «portare a pieno compimento» le riforme avviate negli ultimi mesi. Secondo il banchiere centrale, la loro completa attuazione, è «decisiva per uscire dalla stagnazione e sventare i rischi di una deriva pericolosa» e «la forte accelerazione delle riforme compiuta negli ultimi mesi grazie alla nascita di una nuova comunità di intenti ha già avviato il rafforzamento della fiducia nel nostro Paese». Draghi ha insistito che è essenziale la fiducia dei partner nell'Italia e che essa «dipende in misura determinante dai nostri comportamenti» e, tanto per essere chiari, ha puntato l'indice sulla «insufficienza delle politiche attuate negli scorsi anni in Italia per assicurare la sostenibilità dei conti pubblici e per risolvere i nodi strutturali che strozzano la crescita della nostra economia», insufficienza che, ha detto, è stata «crudamente svelata dalla crisi».


Aggiungo infine alla rassegna, un brano dell’articolo di Emanuele Macaluso (Il Riformista,  Ribellismo e disgregazione sociale e politica) che si sofferma sulla protesta siciliana di questi giorni: «Lo scrittore Vincenzo Consolo nel suo bel libro Le pietre di Pantalica descrive la rivolta dei contadini di Mazzarino (1944) dove furono incendiati i palazzi baronali, il comune e l’esattoria. È un episodio che ricordo perché fu una delle mie prime esperienze nel rapporto con le masse contadine. Girolamo li Causi, uscito dal carcere (dove fu imprigionato per 15 anni), dopo un impegno nel Comitato di Liberazione a Milano, venne in Sicilia e il suo primo discorso lo fece proprio ai contadini “inferociti” di Mazzarino spiegando che se non si organizzavano nel sindacato e nei partiti, avrebbero conosciuto solo repressione, carcere e miseria. E il “miracolo” si realizzò in Sicilia e nel Sud. Ecco quel che voglio dire: sono stati i grandi partiti nazionali, con la Costituzione e il loro insediamento in tutte le regioni e i paesi, il sindacato con i contratti nazionali, a riunificare l’Italia spaccata dall’8 settembre 1943. Al Nord la Repubblica di Salò, la Resistenza e la guerra civile, al Sud la monarchia e l’anarchia politica sino alla svolta di Salerno e il governo Badoglio di unità. Furono i grandi partiti nazionali a riassorbire il ribellismo con la lotta politica e sociale per le riforme e una nuova collocazione del mondo del lavoro nella società. Il contadino siciliano e l’operaio di Milano, il bracciante pugliese e l’artigiano veneto si sono ritrovati nei progetti unitari del Pci, della Dc, del Psi, e anche in quelli dei piccoli partiti. Non è un caso che il leghismo al Nord si manifesta proprio negli anni in cui si consuma le crisi dei partiti nazionali. Oggi nel Sud la storica disgregazione sociale si intreccia con la disgregazione politica. Ritorna il ribellismo impotente, frutto di condizioni esasperate, strumentalizzato da cricche, avventurieri e mafiosi, come sempre. La politica dov’è? I partiti cosa sono e cosa fanno, la Regione siciliana cos’è rispetto alle speranze dell’autonomia? Sono questi gli interrogativi che si pongono e non ottengono risposta. I forconi sono l’emblema farsesco di una tragedia politica e sociale di cui non si vede ancora lo sbocco».


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