L’Europa e il complesso di Calimero
Hanno trovato il nemico contro cui aizzare l’opinione pubblica che tra qualche settimana dovrà votare a Milano, Torino, Napoli, Trieste e in altre città italiane: l’Europa. Non è una novità, che si tratti di economia o di immigrazione, da un pezzo la colpa è sempre dell’Europa. Stavolta però la destra populista di casa nostra ha scoperto che l’Unione è solo il contenitore di egoismi nazionali. Ma loro, quegli egoismi, non li hanno ampiamente giustificati, nutriti e sfruttati? Questa non è la loro Europa? Non ci hanno detto continuamente che le istituzioni comunitarie dovevano contare sempre meno e il volere degli stati sempre di più? Non bisognava opporsi al grande super-Stato europeo, alla burocrazia di Bruxelles? Che succede, adesso che il vento dell'ultradestra agita perfino la Finlandia (la piattaforma del partito dei Veri finlandesi è riassunta dallo slogan:"I finlandesi prima di tutto"), ci si accorge che più prevale in Europa l’interesse nazionale su quello comune, più il nostro interesse nazionale soccombe a quello dei più forti?
Certo che l’Unione europea, oggi più che mai, ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose. La tempesta che scuote l’Europa non è soltanto economica è soprattutto politica. Al banco di prova della crisi, l’Europa si è dimostrata divisa, spenta, incapace di fornire risposte comuni. Al punto da avere messo a repentaglio la stessa sopravvivenza della moneta unica. E col peggiorare delle cose, le prospettive per un rilancio del processo di integrazione sembrano allontanarsi. Ma la crisi dell’euro rende evidenti i termini della questione: o si abbandona la moneta unica o si va avanti. Perché la moneta unica, basata sulla cessione di sovranità in campo monetario, non potrà reggere in eterno senza una eguale concessione di sovranità fiscale e politica. Senza contare che la nuova sfida dell’Ue è quella di impostare una nuova politica di sicurezza e cooperazione diretta verso Sud che, pur nella diversità degli strumenti, punti ad essere almeno altrettanto efficace di quella condotta con lo strumento dell’allargamento verso Est. Per l'Europa è l'occasione a lungo attesa per accelerare il decollo della difesa comune. Ma l’Europa, va detto, è semplicemente quello che i suoi stati vogliono o non vogliono che sia.
Il guaio è che le posizioni sull’Europa espresse dalla maggioranza di governo sono, più modestamente, l'espressione di quel sistematico vittimismo, di quel misto di complesso di inferiorità, di autocompiacimento, di passione e di cinismo, che ha afflitto il nostro Paese in tutta la sua avventura europea e che Riccardo Perissich ha chiamato «il complesso di Calimero». Un complesso che si accompagna, ogni volta, alla sfiducia nel poter affrontare con successo, come collettività nazionale, la sfida di modernità che viene dall'Europa. Non per caso, la difficoltà a gestire un'economia strutturalmente debole ha fatto riemergere tutti i nostalgici del vecchio statalismo e nuove correnti protezionistiche. Non per caso, l'Europa viene additata come lo strumento usato per privare il Paese del suo patrimonio e del controllo sulla sua economia, con il contorno di oscure congiure tra potentati italiani e internazionali. L'euroscetticismo di casa nostra non si nutre di una particolare visione dell'Europa, ma è il prodotto della necessità pressante di colmare il divario tra l'adesione ideale all'integrazione europea e le scelte concrete di politica interna; dell’esigenza, cioè, che il Paese diventi europeo anche nei fatti.
Il nostro non è soltanto uno dei Paesi fondatori, è anche uno dei Paesi per il quale il complesso gioco dell'integrazione è stato più chiaramente a somma globalmente positiva. I Trattati comunitari hanno garantito, come ricordava Guido Carli, l'ancoraggio al libero mercato nel periodo in cui da noi prevalevano le sirene del collettivismo e i fautori di politiche finanziarie irresponsabili, delle quali paghiamo ancora oggi gli ingenti costi. I Trattati e l'opera delle istituzioni comuni hanno promosso la trasformazione della struttura economica italiana, la moneta unica ha attutito le conseguenze delle crisi finanziarie internazionali. Ha scritto Fernando Gentilini, un nostro acuto diplomatico per anni nei Balcani:«quando gli amici balcanici mi hanno chiesto, in tutti questi anni, di spiegare in una frase che cosa fa l'Europa, ho risposto che essa essenzialmente serve a far funzionare meglio i Paesi che ne fanno parte». A questo servono l'euro, il mercato unico, la cooperazione contro il terrorismo, la politica estera di sicurezza comune e, più in generale, le politiche europee. E Sandro Gozi in un articolo apparso su l’Unità il 13 aprile scorso («Se l’Europa ci dicesse: volete andarvene? Accomodatevi pure…») ha chiarito efficacemente quali sarebbero le conseguenze per gli italiani se gli europei, per una volta, ci prendessero sul serio e ci invitassero a dar seguito alle nostre minacce e ad andarcene.
Certo che bisogna rivedere quel che non va in Europa ed è evidente che l’Unione europea ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose per superare l’affievolimento delle ragioni costitutive del processo di integrazione (una «debolezza ideologica» che nasce dalla difficoltà di individuare nuovi traguardi e orizzonti comuni), ma la verità è che maggior parte dei nostri problemi sono interni e vengono da lontano, visto che, tanto per fare un esempio, il declino del nostro sistema educativo e la stagnazione degli investimenti non nascono certo oggi. Il Piano nazionale di Riforme (allogato al Documento di economia e finanza approvato mercoledì scorso dal Consiglio dei ministri) individua correttamente i "colli di bottiglia" che pesano sulle nostre imprese e sul nostro Paese. E non è un elenco breve. Il guaio è che c’è un tale che ha promesso mari e monti e, dopo 17 anni, di problemi ha risolto solo qualcuno dei suoi.














