L’audacia della speranza
Oggi, dopo le dimissioni di Walter Veltroni, sono in molti a chiedersi se il progetto del Pd non fosse basato su un’analisi politica sbagliata; se questo non sia il risultato inevitabile dell’unione di due formazioni giunte a capolinea; se, insomma, quest’idea di superare le tradizioni politiche del Novecento con una nuova formula organizzativa e politica, cercando di rinnovare il sistema politico-istituzionale, non fosse in origine un pasticcio immangiabile.
Può anche essere, ma per come la vedo io, finora l’esperimento non è stato nemmeno tentato. Certo, Veltroni aveva più di un motivo per lamentarsi del gioco continuo di delegittimazione e interdizione nei suoi confronti, ma va anche detto che il leader del Pd, legittimato dal voto delle primarie (un investimento chiaro in direzione di una riforma della politica), non ha fatto alcun uso di questa legittimazione, non ha esercitato la leadership. Sono mancate scelte politiche chiare sulle quali costruire una solida maggioranza e, ovviamente, una minoranza. E’ mancata una lotta vera, è mancata la passione e il coraggio. Da qui l’indebolimento della progetto, sempre più simile ad un’imbarcazione priva di rotta, piena di comandanti ciascuno con una sua idea del viaggio. Da qui la delusione, il disincanto, la confusione.
Alla fine Veltroni, con le sue dimissioni, ha ritenuto di compiere un gesto che, come lui stesso ha detto, fosse utile a salvare il Pd. La mia opinione è che se avessimo svolto il congresso subito dopo le elezioni dell’aprile dell’anno scorso, non saremmo arrivati al logoramento del segretario. Con una discussione franca e aperta, con una battaglia politica trasparente tra linee e leadership alternative, il Pd si sarebbe risparmiato questa crisi.
Ora il nuovo segretario del Pd è Dario Franceschini. Lo ha deciso l’assemblea del partito che si è svolta sabato alla nuova Fiera di Roma. L’assemblea ha respinto a larga maggioranza la richiesta di andare subito alle primarie. La scelta di un accomodamento per uscire dall’emergenza da qui ad ottobre è forse la scelta più ragionevole, ma resta da dimostrare che sia anche quella più gradita ai nostri elettori. E resta concreto il rischio, paventato da Stefano Folli, che tale scelta si riveli «un atto di pigrizia suscettibile di provocare altri smottamenti nell’elettorato, aggravando quello stato di abulia dell’opposizione che confina con la paralisi». Senza dubbio la paura di un vuoto di direzione e di un conflitto lacerante (e forse anche l’idea di stoppare i tentativi di scissione verso il centro) hanno pesato moltissimo nella scelta di fare presto, ma chi ha l’ambizione di guidare il cambiamento del Paese avrebbe bisogno almeno di un pizzico di quella audacia che ha consentito ad Obama di vincere.
Per parte mia, ho votato per l’ipotesi di andare a primarie anticipate per scegliere, il 19 aprile, una linea e un leader. Resto dell’opinione che bisogna aprire porte e finestre ad una competizione vera. Per affrontare la crisi drammatica del Pd, non serve un patto tra dirigenti, volto a spostare avanti nel tempo il confronto. Ci serve la trasparenza di una battaglia politica tra linee e leadership alternative. Lo stesso Veltroni in fondo è stato l’espressione di un patto oligarchico di mutua tutela fra i dirigenti dei due partiti fondatori. Ma si deve chiudere una volta per tutte la contrattazione permanente che ha paralizzato il Pd. Resto inoltre dell’opinione che le primarie sarebbero state un modo per rianimare il partito in vista degli appuntamenti elettorali. Un lancio per le europee e modo per dire agli italiani: «il Pd non appartiene ad una ristretta oligarchia, ma appartiene ai cittadini; appartiene a ciascuno di noi, ai militanti, agli elettori, alla democrazia italiana. Ci fidiamo del vostro giudizio e vi chiediamo fiducia».
Il compito di Franceschini è quello di salvare il salvabile; di perdere il meno possibile. E nel discorso di Franceschini c’è qualche spunto di novità che non va sottovalutato. Tra gli spunti innovativi c’è la svolta laica sul testamento biologico e le parole chiare sulla collocazione europea: «non possiamo stare dove non ci sono i socialisti europei». Ma non ci si può illudere che basti cambiare il segretario, pensando che cambiare una persona con un’altra possa risolvere tutti i problemi. C’è un problema di scelta, di linea, di identità da affrontare. Occorre costruire un’alternativa che dia risposta alle domande alle quali il Pd non ha mai risposto.
Il centrosinistra ha bisogno di una rigenerazione, sia pure al prezzo di qualche scossa. Ci si confronti su programmi alternativi, idee diverse di partito, schemi di alleanza chiari, qualcosa di riconoscibile, in modo che il cittadino si veda restituita una reale capacità di scelta. L’elemento centrale della vittoria di Obama è l’audacia. Ha esortato gli americani ad avere l’«audacia della speranza», a sperare di fronte alle difficoltà e all’incertezza, a non perdere mai «la capacità di credere in ciò che ancora non si vede». E così ha indotto gli americani a spendersi nel cambiamento.















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se due negazioni fanno una affermazione, allora "non possiamo stare dove non ci sono i socialisti europei" = dobbiamo stare dove ci sono i socialisti europei, o no?