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13/07/2009

L’alleanza tra il merito e il bisogno

Il terzo numero della rivista Mondoperaio, la rivista mensile fondata da Pietro Nenni e diretta da Luigi Covatta, ospita il testo dell’intervento pronunciato da Claudio Martelli nel corso della prima conferenza programmatica del Psi che si tenne a Rimini dal 31 marzo al 4 aprile 1982: Per un’alleanza riformista fra il merito e il bisogno.

Vale la pena di leggerlo. Specie alla vigilia del nostro dibattito congressuale. Non fosse altro perché la piattaforma politico culturale di Rimini è il momento più alto di elaborazione di una visione riformista sul futuro del Paese. Miriam Mafai spiegò allora su Repubblica che la nuova piattaforma del Psi nasceva dal «riconoscimento di una complessità sociale sulla quale non è pensabile intervenire con un rigido disegno programmatorio», per cui il programma si articolava in «una serie di proposte, a nessuna delle quali viene affidato il valore risolutivo che venne affidato, ad esempio, nel primo centrosinistra alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma miranti complessivamente a rilanciare una politica degli investimenti e a salvaguardare lo Stato del benessere ripulito dalle incrostazioni parassitarie, dal malgoverno e dalla burocratizzazione». Per questo era logico che «la forte carica programmatoria  che nel primo centro sinistra era indirizzata sul sistema economico si trasferisse ora sul problema delle istituzioni e del funzionamento dello Stato, con proposte miranti a dare maggiore stabilità all’esecutivo e a garantire il funzionamento di uno Stato di cui è stata denunciata la disgregazione e il corrompimento». Ma soprattutto sottolineava una «visione della società che fa tabula rasa non solo delle tradizionali analisi della sinistra, ma anche di ogni forma di antagonismo sociale», per cui «alla contrapposizione destra-sinistra si è sostituita la contrapposizione vecchio-nuovo, arretrato-moderno», fino a derivarne «un atteggiamento complessivo di ottimismo e di fiducia, che punta su tutti gli elementi dinamici nella società».

Il superamento dello schema rigido del blocco sociale non poteva essere più esplicito. «Il senso dell’alleanza riformista e socialista – affermò Martelli - è e non può non essere nella sua essenza altro se non questo: l’alleanza tra il merito e il bisogno. Le donne e gli uomini di merito, di talento, di capacità, sono le persone utili a sé e utili agli altri. Coloro che progrediscono e fanno progredire un insieme o un’intera società con il loro lavoro, con la loro immaginazione, con la loro creatività, con il produrre più conoscenze: sono coloro che possono agire. Le donne e gli uomini immersi nel bisogno sono le persone che non sono poste in grado di essere utili a sé e agli altri, coloro che sono emarginati o dal lavoro o dalla conoscenza o dagli affetti o dalla salute: sono coloro che devono agire».

Vale la pena di leggere l’intervento di Martelli anche per un’altra ragione. Ora si fa un gran parlare di «vocazione maggioritaria»,  ma anche allora Martelli affermò la priorità del progetto: «Senza idee chiare non solo non si può camminare ma, ciò che è peggio, non si può né pensare ne comunicare». In altre parole, a Rimini (come poi al Lingotto) vengono presentati i capisaldi di una cultura politica e di una strategia che non subordina il cambiamento da realizzare nel paese ai rapporti tra le forze politiche che compongono lo schieramento progressista, ma tenta all’opposto, di costruire un partito su di un progetto, di individuare i soggetti sociali che possono esserne interpreti e di subordinare a quel progetto le alleanze politiche.

Allora la distanza tra l’ambizione del progetto e i caratteri contraddittori del partito che se ne faceva interprete, determinarono l’insuccesso di quella strategia. Oggi il problema si ripropone. Il problema del Pd è quello di definire una politica (leadership, programma, cultura politica) che gli permetta di interpretare – in una proposta di governo credibile - le domande di una maggioranza riformista che nel Paese c’è. C’è chi invece ritiene che la soluzione dei nostri guai sia un’altra: il ritorno al proporzionale e ai governi fatti e disfatti in Parlamento.  Insomma,  c’è chi pensa che il «bipolarismo coatto» che abbiamo avuto nella Seconda Repubblica, imposto mediante leggi elettorali maggioritarie, sia stato e sia una sciagura per il centrosinistra e per il Paese. D’Alema e gli altri proporzionalisti (quasi tutti i centristi del Pd e non solo quelli di origine democristiana) escludono che possa avvenire un mutamento nelle preferenze degli elettori e ritengono che l’unica strategia perseguibile, se si vuole partecipare ad un futuro governo, sia quella della creazione di un centro indipendente, forte quanto basta (costruito attorno al nucleo dei Casini e dei Tabacci) con il quale il Pd (o quel che ne resterà) possa allearsi. E’ appena il caso di sottolineare che Berlusconi non sarà mai così fesso da concedere il proporzionale alla tedesca che di questa strategia è il presupposto essenziale. Ma quel che tiene in vita questa prospettiva non è solo un calcolo, ma una cultura politica profondamente radicata tra ex comunisti ed ex democristiani.

Per parte mia continuo a ritenere sarebbe invece una disgrazia l'adozione di un sistema proporzionale senza premio di maggioranza: gli elettori non sarebbero più in grado di scegliere il governo e si ritornerebbe ai problemi della Prima Repubblica, ai governi fatti e disfatti in Parlamento. Continuo, cioè, a ritenere che sia un bene che i cittadini affermino pienamente la propria sovranità. E resto inoltre dell’opinione che per vincere sia necessario suscitare quel «mutamento forte di preferenze» degli elettori (di cui ha parlato Michele Salvati) indispensabile per vincere le elezioni.

Per far questo non possiamo avvinghiarci agli insediamenti tradizionali: le regioni rosse, il pubblico impiego, il sindacato, la magistratura, ecc. Per capirci, la «bocciofila», oltre a limitare fortemente l’immagine e la proposta riformista del partito, non basta più perché lo smottamento è iniziato da un pezzo. Piuttosto ritengo, come Martelli, che «questa possibilità dipende dalla capacità nostra di socialisti di definire un programma ed una politica che parlino alla maggioranza riformista che sta tra la classe operaia che noi rappresentiamo e il restante 70% della società che non rappresentiamo adeguatamente o che abbiamo appena cominciato a conoscere». Per questo, continuo a credere nel progetto di bipolarismo e di fusione delle culture riformiste; che la sinistra non debba rassegnarsi a essere e restare per il futuro prevedibile una forza minoritaria; che un messaggio di cambiamento possa far presa su questo paese vecchio e impaurito. Pur con tutte le contraddizioni, mi sembra di capire che questo è quel che è in discussione al congresso.
 

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