Il Tocai friulano, l’Europa e i partiti dei ponti levatoi…
Travolti dagli sproloqui di Gheddafi (come ha spiegato Charles Kupchan, direttore del Dipartimento di Affari europei del Council on Foreign relations, «il punto non è aver invitato Gheddafi a Roma, un gesto perfettamente coerente con la linea del dialogo sostenuta da questa Casa Bianca; il punto è averlo portato in parata per 4 giorni, quando buon senso avrebbe suggerito incontri businesslike, concentrati sulla cooperazione economica») e dallo stillicidio dei candidati leader in lizza per la segreteria del Pd (ormai non passa giorno che non se ne faccia avanti uno: di Franceschini e Bersani già si sapeva, ma poi sono circolati i nomi di D’Alema, Debora Serracchiani, Ignazio Marino, Paola Binetti, Realacci ed altri ancora), rischiamo di dimenticare troppo presto i risultati elettorali che l’Europa ha dovuto registrare domenica scorsa.
Cos’è che non va con l’Europa? Perché prendono piede in Europa quelli che Giuliano Amato ha definito ieri «i partiti dei ponti levatoi»? Trovo che la lettera di Adriano Drius, presidente della Cantina Produttori di Cormòns, ospitata giovedì scorso sul Corriere della Sera ci aiuti (il corsivo è mio) a capirlo. «Abbiamo letto – scrive Drius – l’intervento di un lettore sull’inefficienza dei deputati italiani del Parlamento europeo (Corriere, 2 giugno). Una prova di tale inefficienza sarebbe, secondo lui, la mancata difesa del “Tocai friulano”. Come produttori possiamo dire che la perdita della denominazione “Tocai friulano” è avvenuta nonostante la Cassazione avesse riconosciuto che il “Tocai friulano” e il “Tokay ungherese” potevano convivere sugli stessi mercati. Non hanno avuto responsabilità né il Parlamento europeo né quello italiano perché, in materia agricola, le decisioni sono adottate, in sede comunitaria, dai ministri degli Stati membri. L’intervento del Parlamento europeo, nelle materie agricole è previsto dal Trattato di Lisbona, se entrerà in vigore. Ma sarà tardi per il “Tocai”. Sussisterebbe la possibilità di mantenere la denominazione almeno per il vino venduto in Italia se il nostro governo desse applicazione all’Accordo internazionale sulla proprietà intellettuale e sulle denominazioni di origine, che consente di utilizzare, sul proprio territorio, il nome di un vino se è uguale a quello del vitigno. E’ il nostro caso».
Insomma, una larga maggioranza di europei si attendeva da Bruxelles quelle risposte che nessuno stato può più dare da solo. E quanto più una questione sembrava importante, tanto più se ne attendeva la soluzione da parte dell’Europa. Lo stesso, non a caso, è accaduto anche per la crisi economica. «Ebbene – lamenta Giuliano Amato -, davanti a queste attese e a questa gigantesca opportunità il meglio che si è saputo fare è stato di coordinare alcune risposte nazionali (mai offrire soluzioni europee) e il peggio è stato di andare ciascuno per la propria strada, ammantando poi il tutto con l’uso e l’abuso di formule europeiste sempre più lontane dalla realtà è perciò stesso più invecchiate». Da qui la ribellione verso le élite europee, che ha spinto in molti a trovare rifugio nei partiti neo-isolazionisti che abbiamo visto crescere nelle urne.
L’analisi di Cohn-Bendit è giusta:«Una forza politica moderna deve avere oggi dimensioni europee. E la crisi della socialdemocrazia la si risolverà solo formulando, contro le alternative nazionali, alternative europee. E’ qui che il socialismo ha fallito: aveva davanti a sé un boulevard in Europa, e ha dato risposte solo sul piano nazionale». In vista del congresso di ottobre non sarebbe male tenerne conto.














