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10/05/2010

Il principale problema del paese è la sua modernizzazione mancata

Riporto di seguito il testo del mio intervento al secondo incontro nazionale di Area Democratica che si è svolto a Cortona (AR) dal 7 al 9 maggio 2010 presso il Centro Convegni S. Agostino.

La crisi economica europea che cresce, si complica e potrebbe mettere in discussione la stessa integrazione europea, si è incaricata di dimostrare che il problema fondamentale dell’Italia non è la presunta «emergenza democratica» di cui si è molto parlato in queste settimane lamentando il bipolarismo «forzoso e incivile», ma la mancata modernizzazione del paese. Ed ha chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, che un paese che non cresce da vent’anni rischia il declino, l’«argentinizzazione», e che la nostra stabilità sta diventando ogni giorno più precaria e le nostre debolezze sempre più pericolose.

Il mondo è cambiato. Dal risveglio degli altri. Da quel che Fareed Zakaria definisce «the rise of the rest».  La crescita di paesi come la Cina, l’India, il Brasile, il Sud Africa, il Kenya e moltissimi altri: la più grande uscita di massa dalla povertà nella storia del mondo. E dobbiamo accettare il cambiamento e riconoscere che lo status quo è insostenibile, se non vogliamo vedere l’ordine internazionale piombare in un pericoloso squilibrio. L’Europa non è più il centro della storia mondiale.  E i nostri figli saranno condannati a standard di vita inferiori ai nostri se le nostre economie non verranno riformate e non sapranno integrarsi in modo ancora più profondo. C’è bisogno di più Europa. Ma dobbiamo chiudere la forbice tra l’adesione ideale, puramente politica, all’integrazione europea e la necessità che il nostro paese diventi europeo anche nei fatti. E sono necessari dolorosi aggiustamenti e quelle riforme (del mercato del lavoro, del sistema educativo, ecc.) di cui si discute da troppi anni, perché non è sostenibile raggiungere guadagni ogni anno superiori a meno che ogni anno non aumenti anche la produttività.  Dobbiamo adeguare l’Europa all’Euro, altrimenti prendere sul serio l’Euro e l’Europa sarà impossibile. E, come fa presagire il sofferto sì tedesco al salvataggio della Grecia, non ci sarà più Europa, ce ne sarà meno.

Converrà perciò abbandonare l’illusione che, tolto di mezzo Berlusconi, tornerà l’età dell’oro. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, una invasione degli Hyksos. Oggi il punto di vista della Lega (il peso insopportabile di un Mezzogiorno parassita, improduttivo e preda dell’illegalità criminale) è ormai diventato senso comune. Anche in conseguenza del fallimento nel Mezzogiorno del compito riformatore che si era assegnato il centrosinistra. Ormai un pezzo del Nord del Sud non vuole più sentirne parlare e vuole separare il suo destino dal Mezzogiorno; e l’altro pezzo di Nord non è comunque disposto a tornare alla vecchia Italia. La responsabilità di questo non è soltanto della destra, ma anche del fallimento delle politiche e delle culture politiche che, in passato, sono state dominanti.

Nel ’94 non si è prodotto un vulnus che attende di essere sanato, ma sono saltate gerarchie culturali durate mezzo secolo che non è più possibile ristabilire. A modo loro, sia la Lega Nord che Berlusconi sono l’espressione di un grande rivolgimento iniziato nel secolo scorso: la sollevazione dei ceti produttivi (dipendenti, imprenditori, agricoltori, professionisti, commercianti, artigiani e altri lavoratori del settore privato) contro la truffa e lo sfruttamento di una classe politico-burocratica che - uso le loro parole - spacciandosi per paladina dell’interesse generale, si appropria di una parte sempre più cospicua del loro reddito, riuscendo a vivere ed arricchirsi nell’ozio, nella sicurezza e nel privilegio, alle spalle di chi lavora nella fatica e nell’insicurezza tipiche di ogni attività di mercato.

Questa sollevazione, questa rivolta antiburocratica e antistatalista, è il filo rosso che collega la svolta reaganiana in America, quella thatcheriana in Gran Bretagna, quella antisocialista in Germania, Belgio, Scandinavia e Francia e perfino (fatte salve le ovvie specificità) quella anticomunista all’Est. Con questa «cosa», nella versione di casa nostra, dobbiamo fare i conti. La maggioranza moderata non è un castello di carte destinato a cadere all’improvviso. E proprio l’illusione che una volta sparito il Caimano ritornerà l’età dell’oro, impedisce di vedere e di comprendere la domanda di cambiamento del paese. Come ha scritto malignamente Max Gallo, l’Italia «è la metafora d’Europa», ovvero la società in cui tutto si manifesta in modo caricaturale, esagerato ed eccessivo. Dove le malattie latenti si presentano in modo evidente ed esplodono mentre negli altri paesi moderni sono solo in incubazione. Ma non è una «anomalia». Per rendersene conto, basta dare un’occhiata a quel che succede in uno dei paesi più civili del mondo come l’Olanda.

In queste condizioni, l’idea di un «Patto repubblicano» contro una presunta deriva plebiscitaria appare unicamente come l’ennesima piattaforma anti-berlusconiana. Un espediente, una scappatoia, che consente di evitare una discussione (anche aspra ma necessaria) su un programma formato, una volta tanto, da proposte riformatrici riconoscibili. Ma il problema dell’Italia (e il nostro problema) sono proprio le cose da fare. La crisi del partito è anzitutto il frutto di un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e contraddetto. In discussione è infatti proprio la nostra credibilità nel proporre  e perseguire davvero politiche nuove. E il Pd non ha altra possibilità che quella di provare a conquistare quelle parti di elettorato che si renderanno disponibili con il mutare dei rapporti di forza all’interno del centrodestra, facendo proprie le loro istanze. Facendo proprie cioè quelle domande, quelle aspirazioni – sul fisco, sulla giustizia, sulle libertà economiche – che esse esprimono e che Berlusconi lascia ancora insoddisfatte.

E’ venuto il momento che il Pd si ricordi la ragioni per cui è nato. Il nostro obiettivo politico non era quello di dare una riposta alle esigenze del paese? E allora, anziché criticare Berlusconi qualunque cosa faccia, il Pd cominci a pretendere che Berlusconi le cose le faccia davvero. La colpa più grave di Berlusconi non è di aver reso l’Italia meno democratica, ma di non aver mantenuto nessuna delle sue promesse. Non aveva garantito più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita? Non aveva promesso meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia? E che fine hanno fatto quegli impegni?

La visione del governo di centrodestra è definita, come ricordava ieri Franceschini, da orizzonti chiusi, localistico-familistici, anti europei e conservatori. Spetta a noi – spetta al Pd, e più ancora, ad Area democratica – forzare questa chiusura  e aprire il campo alle scelte culturali e politiche di una società finalmente moderna ed europea.

 

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