Il Pd, Genova, Scalfari e la zia di Francesco Piccolo
Non è la prima volta e ormai non fa quasi notizia. Ma il Pd ha perso le primarie anche a Genova. Si tratta dell’ennesimo incredibile fiasco in una delle città più grandi d’Italia. Come Giuliano Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli, il professore comunista Marco Doria ha sbaragliato il sindaco uscente Marta Vincenzi e la senatrice Roberta Pinotti.
Se ne parlerà a lungo, ovviamente. Per il momento, mi sembra che questi due articoli di ieri stiano bene insieme e forniscano una risposta agli interrogativi che solleva la vicenda di Genova.
Ieri Eugenio Scalfari, su Repubblica, ha dedicato le sue riflessioni domenicali (Il paradosso di Atene e le due sedie dell’Europa) a due temi di stringente attualità: il probabile fallimento greco e le sue ripercussioni sull’Europa; i partiti e la democrazia italiana dopo Monti (e dopo Napolitano). Al centro di questa tenaglia, sostiene Scalfari,« c’è il paese Italia con i suoi vizi (molti) le sue virtù (poche) le sue contraddizioni (infinite)».
Riporto due brani dedicati al secondo tema di queste riflessioni: la democrazia italiana del dopo-Monti:«Pensare come alcuni politici italiani ancora pensano, che dopo le elezioni del 2013 tutto torni al “heri dicebamus” è pura follia. La seconda Repubblica è ormai smantellata, la prima è stata sepolta vent’anni fa e non potrà essere resuscitata perché dal 1992 ad oggi l’intera struttura del paese è cambiata e ripristinare la sovrastruttura politica e culturale di allora è manifestamente impossibile. Ci vogliono mutamenti costituzionali e istituzionali, ci vuole una nuova legge elettorale consona, ci vuole soprattutto la rinascita dei partiti che attualmente vivono in uno stato larvale. I partiti come li prevede la Costituzione debbono essere strumenti di elaborazione politica e culturale, portatori d’una visione del bene comune e capaci di raccogliere il consenso degli elettori, cioè la rappresentanza parlamentare, che tuttavia dev’essere anche aperta all’accesso di movimenti e singole persone espressione diretta della società civile (…)
Post scriptum. Alcuni deputati che fanno parte della segreteria del Partito democratico sembrano decisi a presentare ai loro organi dirigenti la proposta di trasformare il Pd in un partito socialdemocratico sullo schema del partito socialista europeo. Ciascuno pensa e fa quel che “il core mi ditta dentro e va significando” ma il senso di questa proposta mi sfugge. Sono tra gli elettori del Pd ed ho partecipato alle primarie fin dai tempi dell’Ulivo di Prodi e poi del Pd come certificano le liste stilate nei gazebo dove il voto delle primarie veniva raccolto insieme ai dati anagrafici dei votanti. Credo sia il solo partito italiano che adotta le primarie e me ne rallegro, ma non credo che avrei votato per un partito socialdemocratico che oggi a me sembra del tutto anomalo nel panorama italiano. Se la proposta passasse penso che sarebbe un favore per il partito dell’Udc, un genere di favore che non può essere ricambiato. Il Pd è nato appena quattro anni fa come partito riformista e innovativo ed ha avuto il voto anche di molti liberali di sinistra ed ex azionisti come anch’io sono. Quando si presentò alle elezioni ebbe il 34 per cento dei voti: mai i riformisti italiani, durante la monarchia e poi durante la repubblica, erano arrivati ad un terzo del corpo elettorale. Era lo stesso livello raggiunto dal Pci di Berlinguer, di cui però il Pd non era la continuazione. Sarei molto lieto di conoscere in proposito l’opinione del segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Tanto per sapere, come elettore del partito da lui guidato».
Alle riflessioni di Eugenio Scalfari aggiungo quelle di Francesco Piccolo che ha scritto un articolo sul supplemento del Corriere della Sera (La sinistra è come mia zia) a proposito di «The Artist», il film sul divo del muto che urla contro il sonoro.
Scrive Piccolo:«Mi sono chiesto per giorni perché tutti mi dicono che The Artist è un film bellissimo. Vince premi in tutto il mondo, e il suo protagonista raccoglie consensi e simpatia. Poi, la settimana scorsa, Jonathan Franzen ha detto con convinzione serena che l’ebook è un danno per la società, e noi siamo ostaggi dei nostri iPhone. Poiché Franzen è uno scrittore grandissimo (anche se il fatto che da qualche anno vada sulle montagne a guardare per ore gli uccelli, mi ha parecchio insospettito), e poiché dice le identiche cose che dice mia zia che ha più di ottant’anni (anche mia zia è una persona colta e intelligente), ho capito perché piace tanto The Artist, sia a mia zia sia (probabilmente) a Franzen. Vale a dire, sia al ceto medio riflessivo di sinistra, sia agli intellettuali più sostanziosi che lo rappresentano.
The Artist può essere sintetizzato in questo modo: vi racconto una storia, dice il regista, alla maniera antica, i film come si facevano una volta, che erano muti. E però la storia riguarda proprio la fine della maniera antica: il momento di passaggio dal film muto al sonoro. Un grande divo del muto reagisce così all’avvento del sonoro: urla che il nuovo porterà solo danni. Una presa di posizione radicale e a dire la verità un po’ stupida, molto velleitaria, e del tutto conservatrice: scrive, produce, gira e distribuisce un film muto. È come quel tale produttore di carrozze che guardò con disprezzo l’invenzione del motore. Il suo tentativo fallisce miseramente, intanto che i film sonori hanno un successo inarrestabile, e la nuova diva del sonoro pure. La quale però si innamora proprio di lui e vuole salvarlo, per almeno quattro caratteristiche che lo rendono irresistibile: è cocciuto, reazionario, vecchio e destinato alla sconfitta.
In un film del genere, il ceto medio riflessivo, mia zia, gli intellettuali, Franzen, dovrebbero istintivamente e senza alcuna esitazione stare dalla parte dei produttori del sonoro. Sono loro che mettono in moto il progresso, inventano il nuovo, cercano strade inesplorate, danno nuove opportunità, rendono più complessa, più viva, più vicina, una forma d’arte. Invece il film spinge a stare dalla parte del reazionario un po’ stupido che non ha nessuna intenzione di accogliere il progresso.
Ma di che cosa ci si commuove? Ecco la questione. Si può avere addirittura nostalgia del cinema muto? No. Nemmeno il pensiero reazionario arriva a questo. Ma il punto è un altro: il film produce un’adesione emotiva senza precedenti, incarna qualcosa che è nel profondo dei propri pensieri e dei propri sentimenti. Lo fa nella forma e nella sostanza, e quindi immerge pienamente in uno spirito reazionario che mira al cuore. E quindi fa sciogliere. Addirittura, si può dire che non ci si commuove del dolore del personaggio, ma del fatto che rappresenta esattamente come ci sentiamo noi: il mondo va, inventa diavolerie, noi tentiamo di frenare e non ci riusciamo.
Nella sostanza, mia zia ottantenne, Franzen, il ceto medio riflessivo e gli intellettuali che lo rappresentano passano tutta la vita a difendere il cibo come si faceva una volta, le piccole librerie di quartiere con l’odore dei vecchi libri, il telefono fisso. Pierluigi Bersani e Susanna Camusso difendono l’articolo 18, altri le vecchie lire, Michel Platini e Diego Maradona, gli sceneggiati in bianco e nero, la commedia all’italiana, la bicicletta, il vedo non vedo dell’erotismo contro la sfacciataggine di oggi. C’è perfino chi rimpiange la Democrazia cristiana, era meglio Andreotti, e Cirino Pomicino non era così male; c’è chi comunica a tutti sui blog che vuole stare su un’isola deserta per non comunicare più con nessuno. Chi dice che le informazioni in Internet sono troppe, autodenunciando così la sua incapacità di saperle selezionare. E chi ti dice con arroganza che legge soltanto i classici. Chi sostiene, come Paola Mastrocola, che gli studenti di oggi sono tutti ignoranti. E se qualcuno, come Alessandro Baricco, fa uno sforzo di complessità per analizzare con partecipazione «i ragazzi di oggi» (come diceva Eros Ramazzotti), non può fare a meno di chiamarli, affettuosamente, barbari.
Tutti, tutti almeno una volta alla settimana sentono di dover comunicare al mondo di sentirsi estranei al presente. Tutti, insomma, hanno una gran voglia di sentirsi incompresi e isolati come The Artist. Ovviamente in questo elenco disordinato e parziale ci sono valori oggettivi (e non parlo solo di Platini). Però poi se si ragiona così si finisce per fare film sulla bellezza del passato, e per giunta per farli come si facevano in passato. E poi questo film fa sciogliere in lacrime chi va a vederlo. Ed è proprio questa la novità — mi sembra: finora, abbiamo assistito a una pressione logica delle idee reazionarie; più spesso, a una veste irrazionale, poco comprensibile ma di cui bisognava prendere atto. Questo film fa un passo ulteriore: è costruito per coinvolgere lo spettatore complice sul piano emotivo. È la prima opera-manifesto che seduce i reazionari emotivamente, che li fa commuovere al pensiero di se stessi e delle proprie lotte.
Tutti (o quasi tutti) quelli che pensano e riflettono e vanno ai festival culturali e scrivono libri e li leggono, in questi anni, credono sia loro dovere fare resistenza al nuovo. Il ceto medio riflessivo, sul quale abbiamo fatto affidamento per la ricostruzione di un Paese civile e innovato, pensa che la soluzione sia semplice: opporsi alle tecnologie, non concedere al nemico (il progresso) nemmeno un centimetro del territorio (la conservazione del passato). Del resto, a dirla tutta, anche Franzen scrive romanzi bellissimi, il cui unico difetto sta nel fatto che tendono (consapevolmente) a sembrare dei romanzi alla Zola. Ma pare che questo sia proprio il suo pregio. Tutto bene, tranne per due cose: il fatto che il ceto medio riflessivo, gli intellettuali che lo rappresentano, mia zia e Franzen erano stati chiamati al mondo per spingerlo in avanti e non per tenere premuto il freno. E la seconda: ma noi tutti, qui, nel presente, allora, cosa ci stiamo a fare?».
Si dirà, ma che c’entra tutto questo con Genova? C’entra, c’entra.















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Sarebbe interessante sapere il motivo per cui lei è stato candidato e rappresenta in Parlamento il mio PArtito (portandosi a casa la bella sommetta di 12/15.000 euro mensili). Forse per il suo bel sorriso? Perchè dalle cose che scrive e dagli articoli che condivide non mi pare che dimostri una grande intelligenza,semmai una profonda faziosità. Le ricordo che quest'anno si sono svolte tantissime elezioni primarie dove i candidati del PD hanno vinto ovunque e comunque. Pa rma, Pistoia, Piacenza, Monza, Sesto San Giovanni (sì abbiamo vinto anche nella città di Penati e malgrado Penati!!!), Asti, Lecce, Alghero. La sconfitta di Genova è quindi una eccezione e fa notizia perchè avviene raramente nelle migliaia di Comuni italiani. E comunque la vittoria di Doria potrebbe anche essere un avviso al PD a non farsi incantare dalle sirene liberal-liberiste di De Benedetti-Scalfari. Spero che Lei la prossima volta non sia più nominato.