Il Parlamento e i parlamentari
Ieri sera mia moglie, che sa che vita meno, mi ha chiesto: perché non lasci perdere? Credo si vergogni. Del resto, ieri una collega mi raccontava che in uno dei nostri circoli non c’è stato verso di convincere i presenti che i parlamentari non prendono 24mila euro al mese e 15mila euro di pensione. Lo scorso anno (redditi 2008) ho dichiarato 122.715 euro e ne ho versati al partito 55.150 mila. Il direttore della Camera di commercio del mio paesello (non di Shanghai) guadagna di più. Sia chiaro: nessuno muore di fame, c'è gente che deve campare con 500 euro di pensione sociale e se c'è da tirare la cinghia è giusto cominciare da chi guadagna di più e dal costo della politica e del suo indotto. Ma davvero il Parlamento non serve a niente ed è solo un covo di ladri, scansafatiche e puttanieri? Ormai sputare addosso ai parlamentari e al Parlamento è diventato uno sport nazionale. Magari con l'autorevole avvallo del presidente della Camera (se lo dice lui che non fate niente, dice mia moglie …). Si pensa davvero (lo chiedo anzitutto ai nostri leader) di poter conservare e addirittura rafforzare la democrazia parlamentare con questo andazzo? E’ chiaro che, di questo passo, Berlusconi otterrà il presidenzialismo (sudamericano, naturalmente) per acclamazione.
Ora, a differenza di molti dei nostri leader, non credo si possa ripristinare il vecchio sistema con un intervento di restauro. Da quant’è che il carattere compromissorio dell’ordinamento parlamentare, la sua lentezza in fatto di decisioni e, più in generale, quel che accade «dentro il parlamento», sono additati al disprezzo dell’opinione pubblica? Ricordo ancora una vignetta de Il Male (una delle più importanti riviste satiriche italiane della fine degli anni ’70) che raffigurava il palazzo di Montecitorio semidistrutto da un aereo caduto sull’edificio e la gente che accorreva sul posto, tra le macerie, armata di piccone: per finire i sopravvissuti. Quel che è avvenuto in questi anni (a partire dalla dissoluzione del vecchio sistema dei partiti) non è un incidente di percorso e da tempo la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco. Inoltre, non credo che il parlamentarismo limitato, il sistema tedesco (specialmente se «alle vongole») o la riduzione dei parlamentari possano bastare: too late, too little; e penso che dovrebbe essere il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del presidenzialismo (visto che bisogna ricostruire il sistema dei checks and balances tra poteri e istituzioni dello stato) come complemento necessario dell’Italia federale. Ma lo deve dire un manuale pubblicato dal Sole 24 Ore che lo status del parlamentare non è «in alcun modo quel concentrato di privilegi che da alcune parti si è ripetutamente voluto fare credere»? Rimarcando che: «Molto si è parlato è si parla dell’ammontare di questa indennità ma in realtà due osservazioni dovrebbero guidare l’osservatore attento: in primo luogo che in base ad una legge del 1965 il suo ammontare non può superare l’importo massimo lordo dello stipendio di un presidente di sezione della Corte di Cassazione, e quindi rimane sempre nell’’ambito di un impiego di carattere pubblico; in secondo luogo che un parlamentare economicamente autosufficiente è sicuramente più libero ed indipendente nello svolgere il proprio mandato di quanto non potrebbe esserlo se avesse spesso necessità di far quadrare i propri bilanci, personali o politici». Lo deve dire Calderoli che nel bilancio della Camera «i parlamentari pesano il 16%»? Il presidente della Camera non ne sa nulla? E non ha niente da replicare a chi riduce il lavoro dei rappresentanti del popolo unicamente alle votazioni (in aula)?
Ovviamente, il gioco è scoperto: i parlamentari (visto che sono dei parassiti) non sono moralmente legittimati a decidere del bilancio dello Stato. Detto altrimenti: non vi azzardate a intromettervi e a toccare i (nostri) soldi (della scuola, della giustizia, dei giornali, ecc.), voi che siete solo delle sanguisughe. Perché sorprendersi se poi Berlusconi si prende gioco dei parlamentari («un popolo di persone depresse») e ne approfitta per governare per decreto, come la maggior parte dei presidenti latino-americani? A differenza di Bruno Tinti, penso che la cuoca, l’operaio, l’idraulico, l’autista dell’autobus, debbano poter dire la loro sul funzionamento dei servizi forniti dallo Stato, giustizia compresa. Su come si spendono i loro soldi. Perché sono loro che, oltre al mio stipendio, pagano quello di Tinti o del direttore del Corriere della Sera (le provvidenze per l’editoria ammontano, solo nel 2007, a oltre 447 milioni di euro, dei quali 23 milioni e mezzo vanno al Corriere della Sera-Gazzetta). Come? Tramite i loro rappresentanti, che si possono cambiare (perfino con questa legge elettorale, votare quella lista di candidati non è obbligatorio). A questo serve il Parlamento. Che sicuramente è da riformare, ma dubito che la strada giusta sia tornare a quello sabaudo, formato da conti e da marchesi, da qualche vescovo e dai presidenti degli ordini professionali.















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