Il Nuovo Ulivo...
C’è un dato chiarissimo (evidenziato venerdì scorso su Europa da Elisabetta Ambrosi) che accomuna Nichi Vendola e Emma Bonino (e che non ha niente a che vedere con la prospettiva di una rinascita della sinistra radicale, circostanza che, a sua volta, nulla ha a che vedere con quanto accade in Puglia e nel Lazio): «entrambi sono diventati immediatamente catalizzatori delle speranze, delle passioni e del consenso della stragrande maggioranza di iscritti, militanti ed elettori del Pd. Pur senza essere, né Vendola né Bonino, non solo iscritti al Pd, ma neanche tanto amici visti numerosi precedenti a dir poco conflittuali».
Non per caso, il successo della coppia Vendola–Bonino torna a far discutere. Stefano Menichini ha scritto «è arrivata la Terza Via per il PD» e si è tornati a parlare di un maxi Ulivo («Nuovo Ulivo» lo chiama Chiamparino, «Grande Pd» lo chiamò Giuliano Ferrara qualche tempo fa) che faccia crollare gli steccati dei partiti fondatori e si estenda a rappresentare l’intera area del centrosinistra rovesciando correnti e nomenclature interne.
Ora non c’è dubbio che, come ha scritto Menichini, «la logica coalizionale di Bersani e D’Alema abbia mostrato gravi limiti al primo impatto con la realtà, in questa fase di preparazione delle regionali. Mettere insieme sigle e siglette, non c’è niente da fare, non funziona». E non c’è dubbio che «l’avvio della campagna elettorale regionale restituisce l’immagine arcinota di un popolo di centrosinistra con un fortissimo senso di appartenenza unitaria, del tutto indifferente alle tattiche i partito e pronto, appena gliene si dà l’occasione a capovolgerle».
Ma ogni tanto ho l’impressione che si trascuri un dato decisivo. Nelle regioni c’è l’elezione diretta del presidente. Come avviene nei comuni con il sindaco, i cittadini scelgono un leader e la sua maggioranza. E un’alleanza anche molto ampia può risultare coesa e credibile proprio perché è organizzata attorno alla leadership, proprio perché il punto di coagulo e di visibilità dello schieramento è rappresentato dal candidato presidente. Il contesto istituzionale segna una netta discontinuità con il passato ed è questo contesto che incanala, nella dimensione regionale, il processo e gli attori. Ne vogliamo parlare o continuiamo a far finta di niente?
Aggiungo che non c’è dubbio che «riaprire il congresso del Pd su questi temi di fondo sarebbe molto diverso che consumarlo nella spirale di ritorsioni e vendette fra dalemiani, veltroniani, fassiniani, popolari di ogni rito, rutelliani orfani». Ma, per farlo dobbiamo porci una domanda che viene prima dei marchingegni elettorali e delle coalizioni: che cosa vogliamo fare? Vogliamo puntare davvero sulla modernizzazione del paese o vogliamo navigare ancora a vista dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte?














