Il mio intervento in Direzione nazionale
La riunione della Direzione nazionale del Partito democratico si è svolta ieri a porte chiuse. Poiché ritengo che il riformismo sia anzitutto dire quello che si pensa e poi fare quello che si dice, riporto di seguito il mio intervento:
Accolgo volentieri l’invito di Franceschini alla franchezza. Non
sottovaluto i passi avanti di cui ha parlato nella sua introduzione. Ma
le idee e le strategie a confronto - sarà colpa dei giornali - sembrano
essere le stesse degli ultimi quindici anni. Ancora una volta, la sfida
sembra essere quella tra «continuisti» e «nuovisti». Con D’Alema ancora
nei panni del garante della solidità degli apparati di partito e
Veltroni che sta dalla parte del «nuovo».
Ma in questo modo il Pd rischia di perpetuare le oscillazioni, le
reticenze, gli sbagli che gli hanno fatto perdere il contatto con la
gente. Perché sia le vecchie certezze che vengono da un’altra storia
(una storia che ha fatto fallimento e che è morta e sepolta con la
prima repubblica), sia la retorica del «nuovo» (disastroso alla prova
dei fatti) non ci aiutano ad analizzare le ragioni della sconfitta, a
tenere i piedi nella realtà e a porci le domande su che cosa deve
essere oggi il Pd, su che cosa non ha funzionato e che cosa si deve
cambiare.
All’origine del nostri guai non ci sono il partito «liquido» o, come
è stato detto poco fa, le regole, lo statuto, le primarie. Sono le
tradizioni, le culture politiche, da cui è derivato il Pd che hanno
perso da tempo solidità e consistenza e che, ormai svuotate e prive di
presa sulla realtà, sono inadeguate a interpretare le domande del
paese. Ed è inadeguato un riformismo che non vuole pagare il prezzo
delle scelte che da tempo invoca. Devo ricordare la promessa di una
«rivoluzione liberale»? La crisi del partito è anzitutto il frutto di
un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e
contraddetto. Quel che è in discussione, dunque, è proprio la nostra
credibilità nel proporre e perseguire davvero politiche «nuove». E
quindi il rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e i suoi
elettori. Gli esempi potrebbero essere moltissimi: scuola, università,
forze dell’ordine, giustizia, producono pessimi risultati nonostante
la spesa per abitante sia tra le più alte in Europa.
Ma la politica è l’arte di risolvere problemi di sostanza. Per
questo, stavolta ci dovremmo permettere una discussione che tenga i
piedi nella realtà e nei problemi di oggi. Perché ci vogliono teste
nuove e non solo facce nuove. In giro c’è troppa di gente che sembra
illudersi di poter scansare le scelte difficili e spesso scomode che
comportano necessariamente proprio quei principi che abbiamo (molte
volte) affermato, nella convinzione che la crisi economica destabilizzi
e rimescoli le alleanze politiche; che la crisi del berlusconismo sia
ormai prossima; che basti seppellire la «vocazione maggioritaria» e
tornare alle vaste alleanze del tempo che fu. Fingendo di dimenticare,
ad esempio, a proposito del risultato delle amministrative, che negli
enti locali, da sedici anni, abbiamo introdotto l’elezione diretta del
sindaco e del presidente. E che l’alleanza di centrosinistra per quanto
larga, per quanto ampia ed eterogenea, è coesa, credibile e stabile
proprio perché è organizzata attorno alla leadership. Non devo spiegare
a voi la differenza di sistema.
Il punto è che se si punta alla «vocazione maggioritaria», se si
punta cioè ad ampliare l’area del radicamento e del consenso, e non
solo ad allargare l’alleanza, bisogna mettere in discussione la propria
identità. Non c’è verso: per conquistare nuovi elettori, bisogna
liberarsi dei vecchi schemi ideologici e guardare la realtà senza
pregiudizi. Rimando, tanto per fare un esempio, alle cose dette da
Fassino sul Corriere, non molto tempo fa, a proposito di immigrazione.
In altre parole, bisogna cambiare. Come dappertutto ha cercato di fare
in questi anni (e tornerà a fare dopo la sconfitta) il centrosinistra e
la sinistra europea, ridefinendo la propria funzione e i tratti
essenziali del proprio programma: il rapporto tra Stato e mercato, l’
organizzazione dello Stato sociale, le relazioni con i sindacati e il
rapporto tra politica, singoli cittadini e società civile.
Il punto è proprio questo. Per il Pd è venuto il momento di
combattere quella battaglia culturale all’interno del proprio «mondo di
riferimento» che il centrosinistra italiano ha molte volte annunciato
(tutti ricordiamo appunto la promessa di una «rivoluzione liberale»),
ma differenza di quanto è accaduto (e accadrà di nuovo) negli altri
paesi europei, non ha mai saputo, potuto o voluto combattere. Ma si
passa da lì: solo in questo modo si può affermare una cultura politica
del primato dell’individuo, delle libertà, della cittadinanza e quella
attenzione «strutturalmente diversa» (per usare le parole di Paolo
Mieli) che merita il Nord. E cambiare in profondità significa mantenere
le parole che abbiamo detto in campagna elettorale e batterci perché le
riforme si facciano e non per bloccarle.
Faccio un solo esempio che riguarda, di proposito, il punto più caldo
della giustizia, quello del rapporto con la politica. Le garanzie di
indipendenza della nostra magistratura sono tra le più elevate nell’
ambito dei regimi democratici consolidati. Difatti, per trovare una
magistratura con prerogative simili bisogna considerare quella iraniana
(e ho detto tutto, direbbe Peppino). «In questo modo però – come
osserva studioso attento come Carlo Guarnieri - una larga fetta di
decisioni di politica criminale è stata sottratta al circuito della
responsabilità democratica. In linea di principio, non c’è alcuna
necessità che il pubblico ministero sia sottoposto alle direttive dell’
esecutivo, anche se questa (va detto) è la tradizione dell’Europa
continentale. Visto però il ruolo cruciale che il pubblico ministero
svolge nel processo penale, qualche forma di responsabilità deve pur
esserci, se non altro per verificare il modo con cui esercita la
discrezionalità di cui inevitabilmente dispone».
Bisogna allora prendere il toro per le corna, perché in mancanza di
soluzioni che permettano di affrontare la questione della
responsabilità, la proposta della Lega (l’elezione popolare dei
pubblici ministeri, sul modello del prosecutor di alcuni Stati degli
Usa) rischia di farsi strada, com’è capitato col federalismo che gli
italiani hanno abbracciato per disperazione, perché non c’era verso di
riformare la pubblica amministrazione. E rischia di farsi strada
perché, come sanno tutti i ragazzini che hanno visto l’Uomo Ragno, «da
grandi poteri derivano grandi responsabilità». Non dico che la
soluzione giusta sia quella della Lega. Ci possono essere diverse
soluzioni. Ma, come spesso accade con la Lega, è giusta la domanda. E
se non cominciamo a porci le domande giuste, le risposte appropriate
faticheranno ad arrivare. Il punto è sempre lo stesso. Come ammoniva
Popper, dobbiamo di norma aspettarci di avere i leader peggiori e
soltanto sperare di avere i migliori. E la domanda che dobbiamo porci
anche stavolta è «come possiamo organizzare le istituzioni in modo da
impedire che governanti (o magistrati) cattivi o incompetenti facciano
troppi danni?». E’ questa la domanda sottesa alla società aperta.
Una domanda che, a proposito di crisi della socialdemocrazia, i
laburisti si pongono da un pezzo. Al punto che Richard Crossman, nei
primi anni ’50, sosteneva che se il socialismo doveva riscoprire una
missione allora questa stava nell’«impedire che la responsabilità
burocratica degeneri in privilegio» e che lo «scopo supremo del
socialismo» non doveva consistere nella ricerca della felicità né nel
perseguimento fine a sé stesso dell’efficienza, ma nel «potenziamento
della libertà».
Non siamo «oltre», rispetto al socialismo europeo, siamo ancora molto
al di qua. E l’unico modo per tornare a parlare al paese è quello
mantenere quella promessa che abbiamo fatto molte volte e molte volte
contraddetto. Cominciando con l’appendere, come Lutero, le nostre tesi
sul portale della chiesa del castello di Wittenberg. Ne ha bisogno il
Paese. Se non lo faranno i due candidati in campo, lo farà qualcun
altro. Se non lo farà il Partito democratico, lo farà qualche altro
partito.















giusto!
giusto, anzi giustissimo. il problema, purtroppo, è che chi viene da DC e PCI, salvo rari casi, per quanti sforzi possa aver fatto di rielaborare la propria storia politica, non potrà mai guidare in Italia una "rivoluzione liberale", perchè non ha tra le sue corde culturali la "società aperta" di Popper. il liberalismo europeo non ha mai avuto cittadinanza in italia... speriamo in un terzo candidato, purchè abbia una cultura "terza".