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12/10/2011

Il mio intervento all'assemblea di ieri di Modem

 Roma, lunedi 10 ottobre

 

Bassi salari, alta disoccupazione, diseguaglianza crescente rischiano di trasformare le preoccupazioni economiche in risentimento. La blogosfera è diventata un calderone d’insulti e di collera. I programmi Tv e i giornali diffondono sempre più veleno. E le avvisaglie di una reazione rabbiosa si possono cogliere anche nell’atteggiamento degli italiani verso il commercio internazionale, verso gli impegni militari, verso gli immigrati.

Prima che le difficoltà e il risentimento crescano ulteriormente, l’Italia deve optare per le riforme. E dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche, sia nel modo di fare politica.

Stavolta non basterà attendere che passi la nottata. Anzitutto, perché il mondo è cambiato. Il sistema internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale tra qualche anno sarà quasi irriconoscibile. Stanno cambiando i giocatori ed anche la portata e l’ampiezza dei problemi. E ci attendono probabilmente discontinuità, shock e sorprese.

In secondo luogo, perché il problema della crescita, emerso quindici anni fa, è oggi sempre più grave. L’Italia arretra mentre molti paesi accelerano. E senza crescita la qualità della democrazia degrada; la crescita rende una società più aperta tollerante, democratica.

Infine, perché in tutte le società industriali avanzate, la gente è diventata più autonoma e sfida le élite. L’accrescersi della sicurezza esistenziale, le condizioni di prosperità economica raggiunte dalle società industriali avanzate, hanno generato, come è stato documentato, una nuova visione del mondo che si accompagna alla de-enfatizzazione di tutte le forme di autorità (da quella religiosa a quella burocratica) e a un’erosione di molte delle istituzioni chiave della società industriale, prima fra tutte quella politica: uno dei fenomeni più studiati negli ultimi vent’anni dalla scienza politica, che ha parlato dell’ingresso in una «società della sfiducia generalizzata».

Ma non possiamo restare in attesa che passi la nottata, per un’altra ragione. La partita di Berlusconi è già chiusa. Non è più questione di se ma di quando lascerà il passo a una nuova fase politica. Ma un problema rimane e si chiama «impotenza a riformare». Resta cioè il problema di un cambiamento mille volte promesso e mille volte rinviato e contraddetto. Un problema che riguarda anche noi. Diciamoci la verità: il più delle volte, le riforme che sarebbero necessarie sono impopolari e rischiare l’impopolarità nei punti di forza tradizionali  (ad esempio, il pubblico impiego)  puntando sulla riconoscenza da parte di generazioni future o da parte di ceti sociali in cui prevalgono gli avversari, esige un coraggio che gli attuali leader del Pd non hanno. Nasce da qui il richiamo a una presunta ortodossia socialdemocratica e il malinconico tentativo di attribuire il proprio terzinternazionalismo ai socialisti, socialdemocratici e laburisti europei.

Il punto irrisolto è sempre lo stesso. L’incapacità del centrosinistra (l’incapacità dei riformisti), di promuovere un’aperta battaglia culturale all’interno del proprio «mondo di riferimento» in difesa di quelle idee che molte volte ha annunciato come l’orizzonte della propria azione politica. Da qui la continua riproposizione di una sorta di strategia dei «due tempi»: prima bisogna risolvere il problema della guida politica del partito e del Paese e solo successivamente, solo in un secondo tempo, l’effetto carismatico di quella guida trascinerà il partito su nuove coordinate di cultura politica. Ma non ha funzionato e non può funzionare. Senza contare che si tratta di una strategia che necessariamente implica un giudizio di non riformabilità della sinistra e la necessità di una sorta di by-pass con cui superare gli snodi più problematici di ogni passaggio storico. Da qui, la costante riedizione della prospettiva dell’incontro tra le grandi componenti della società italiana (cattolica, comunista, ecc.), ricondotte alla loro espressione politico-organizzativa. Il che finisce per riprodurre i limiti di quella visione, con la sua tendenza a risolvere e a rinchiudere l’intera società nel «sistema dei partiti» (in altre parole, a ridurre la democrazia a «democrazia dei partiti») e, quindi, a privilegiare gli equilibri politici (e il loro mutare) sul programma vero e proprio, sulle priorità da scegliere, sulle cose da fare. Da qui, ancora, il sopravvento e la prevalenza di un elemento identitario espresso in termini etico-valoriali, che ha finito per riempire quasi tutto lo spazio di «senso» e la ragion d’essere del Pd. Quasi che il partito, come una volta, potesse offrire (al di fuori dei contenuti), per la sua visione di fondo, il suo senso della storia e la collocazione di classe, una «garanzia» tutta politica per le sue alleanze, le sue scelte, i suoi orientamenti e l’azione quotidiana. Ma proprio questa assolutizzazione del «primato della politica» finisce, ancora una volta, per relegare su un piano secondario o a ruolo strumentale i programmi concreti e la progettualità.  «Andate a leggervi le nostre proposte», è una reazione (qualche volta) comprensibilmente risentita, che però la dice lunghissima. Il fatto è che per molti socialdemocratici immaginari e perfino per parecchi «rottamatori», il riformismo resta ancora, per definizione, «spicciolo» e «subalterno». Da qui il rischio del naufragio del Pd; vale a dire il fallimento dell'idea di unire i riformisti. Un'idea che rischia di spegnersi un po’ alla volta proprio per la carenza di riformismo.

Ma la politica così non può funzionare. Perché sorprendersi se la gente ha perso la fiducia, se la politica, la sua pratica, la sua reputazione, le sue istituzioni, sono a pezzi? Perfino noi che la facciamo, spesso la troviamo deprimente. Per questo abbiamo la responsabilità di cambiare. In una situazione così grave e pericolosa grande è la responsabilità del Partito democratico. Sia che si arrivi ad un governo di transizione, sia che non ci si arrivi. Non è scritto da nessuna parte che il declino, la decadenza siano un esito inevitabile. La tecnologia, il ruolo dell’immigrazione, i miglioramenti nella sanità pubblica, norme che incoraggino una partecipazione più grande delle donne nell’economia, sono solo alcune delle misure che potrebbero cambiare la traiettoria delle tendenze attuali che puntano a un possibile declino. Dobbiamo enfatizzare il futuro e lanciare una sfida riformista strutturale. Nel Pd e del Pd.

Se il nostro Paese e le istituzioni internazionali sapranno adattarsi e rifiorire, è anche in funzione della leadership, individuale e collettiva. La politica se non ha a che fare con la capacità di ispirare, di guidare, di indicare la strada da prendere, non serve a nulla. E come ha ricordato Steve Jobs nel video che poco fa ha introdotto l’assemblea, donne e uomini coraggiosi e capaci di sfidare le convenzioni, possono fare la differenza. I leader e le loro idee contano e il futuro è più forte della crisi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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