Il G20, l’Europa, Debora…
In questi giorni (in cui cominciano a tornare analisi e studi che segnalano inversioni di tendenza nell’andamento del portafoglio ordini delle aziende, nel grado di utilizzo degli impianti e qualche luce arriva dall’export) si è molto parlato degli effetti economici e delle implicazioni politiche del vertice G20 di Londra. I risultati concreti sono limitati e rimane in piedi la discordanza di vedute tra Europa e Usa. Ma, come ha fatto notare Giorgio Napolitano, «quelle prese dal G20 sono misure importanti. Forse per la prima volta sono state assunte decisioni collettive, non solo impegni di coordinamento, ma decisioni comuni». E il presidente della Repubblica ha tenuto a sottolineare anche il fatto che «al vertice di Londra c’è stata una convergenza molto importante tra paesi nuovi ed emergenti, economie che ancora crescono, forse un po’ meno di prima, ed economie storicamente consolidate che sono in crisi».
L’obiettivo principale di Washington e Londra era quello di tappare con valanghe di denaro le crepe del disastro prodotto dai loro istituti di credito e dalle loro Borse. E in buona sostanza sono riuscite nel loro intento: il Fondo monetario internazionale vede decisamente rafforzato il suo ruolo e avrà molte più risorse (dovrà amministrare oltre mille miliardi di dollari e i membri più facoltosi del G20 sono impegnati ad un ulteriore esborso di cinquemila miliardi entro il 2010) e dovrà riformare la sua governance. Ma resta apprezzabile l’accordo sugli aiuti all’economia, sulla regolamentazione degli hedge fund, sull’impegno a redigere una lista nera dei paradisi fiscali, sui trattamenti dei manager, sull’approccio unico alla trattazione dei titoli tossici e alla costruzione delle fondamenta di una nuova cooperazione internazionale.
Notevoli anche le implicazioni politiche. Il vertice di Londra ha ancor di più esaltato il ruolo dei paesi emergenti, e soprattutto della Cina. Anche perché la Cina senza i consumi americani non riuscirà a favorire la sua crescita fondata sulle esportazioni, così come gli Stati Uniti, senza i capitali cinesi, dirottati sulle obbligazioni del Tesoro americano, non potranno sostenere l’enorme spesa necessaria al sostegno della ripresa economica globale. Non per caso, Hu Jintao avrebbe detto ad Obama:«Quando due persone si trovano sulla stessa barca devono remare assieme e di buona lena per arrivare all’approdo».
E l’Europa? Come altre volte in passato, la diversità di vedute tra Stati Uniti ed Europa (su stimolo fiscale e regolazione dei mercati) ha rischiato di spaccare l’Europa anziché isolare gli Stati Uniti. I problemi dell’Europa rimangono tutti in piedi. Dalla tentazione dei governi di sostenere i campioni nazionali a scapito del mercato interno, alla necessità di ricorrere al Fmi per soccorrere i paesi dell’Europa centrale non ancora membri dell’Unione monetaria. E ancora una volta, l’incapacità dell’Europa di parlare con una voce sola, malgrado la gravità della crisi, non fa ben sperare per il futuro. Sabato scorso su La Stampa, Enzo Bettiza ha rilevato a ragion veduta che «privata della centralità planetaria del G8, ridotta a forziere supplementare delle risorse per l’uscita dalla crisi, ormai diluita nel gigantesco G20, l’Europa avrebbe una sola possibilità per occupare il posto che le spetta nella ridistribuzione dei rapporti di forza: salvare dall’abisso il proprio Est, allargare la zona dell’euro, darsi una politica estera e di difesa degna di quella grande potenza che essa è in fieri e non ancora nella realtà».
Debora Serrachiani sarà candidata per il Pd alle elezioni europee. Dario Franceschini ha annunciato la candidatura della segretaria del Pd di Udine balzata agli onori della cronaca per l’intervento tenuto all’assemblea dei circoli di due settimane fa. «Debora Serrachiani - ha spiegato Franceschini - ha dimostrato grande energia, qualità competenza. E’ stata diretta anche nei miei confronti e ha fatto bene, questo rende vitale il partito». Il segretario ha tenuto a sottolineare che «la sua candidatura non arriva dall’alto, ma sta emergendo dai circoli e dal territorio».















saranno...forse
" Remember my name... Fame! " " Voi fate sogni ambiziosi, successo, fama, ma queste cose costano ed è esattamente qui che si incomincia a pagare, col sudore " - Lydia Grant Cominciava una fortunata serie televisiva degli anni '80, era una metafora del "sogno americano". Come spesso accade anche i sogni, come le parole, passando di mano in mano mutano. Le possiblità data a ciascuno di avere successo, anche con un pò di fortuna, ma in primo luogo usando la capacità, l'ingegno, nel nostro paese, nel nostro partito si trasformano in una lotteria. Non so se questo o altri candidati siano in grado di rispondere seriamente alla domanda di Enzo Bettiza. Noi semplici elettori, semplici iscritti di un partito dove ai semplici iscritti non è dato contare, ma di farsi contare, non ci trasformeremo in numeri in attesa dell'estrazione da parte del leader di turno. Ci aspettiamo un congresso dove poter esprimere una classe dirigente che interpreti la nostra volontà. Non vogliamo un partito che di democratico abbia solamente il logo. Il paese, l'Europa ha bisogno di una classe dirigente riformista, non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo scomaprire e così far scomparire il sogno di un fururo migliore. Se molti dirigenti annidati nei loro loculi sognano con degli artefizi di bloccare la nascita di un partito riformista, si sbagliano perchè noi sognamo più forte.