Il diritto alla cura e la libertà di rifiutare la cura
Eluana è morta, dopo aver vissuto in uno stato di coma vegetativo irreversibile dalla notte del 18 gennaio 1992, giorno del tragico incidente stradale che la ridusse in fin di vita. La scomparsa di una persona, di una giovane donna, è sempre una tragedia che tocca tutti noi nel profondo. Ma, come ha detto D’Alema, «è anche la fine di una strumentalizzazione indegna». Ora il disegno di legge del governo sul caso Englaro è stato abbandonato e il Senato ripartirà dall'esame in commissione Sanità dei ddl sul testamento biologico; e forse si potrà avere una discussione seria e serena per una legge civile sul Testamento biologico, senza guerre di religione e nel rispetto della persona. A dire il vero, non ne sono sicuro perché non sarà facile uscire dalla grave crisi etica, oltre che istituzionale, nella quale è precipitato il Paese. E c’è il rischio di uscirne con un passo indietro, con un imbarbarimento nel dibattito pubblico.
Gianfranco Moretton qualche giorno fa, indossata l’uniforme della Guardia svizzera, mi ha rivolto una vera e propria paternale (intitolata «La libertà della democrazia!») che suppongo abbia diffuso e che riporto integralmente: «Replico a Maran, perché mi pare inequivocabile che nel suo primo intervento, volesse limitare la libertà della Chiesa, nella figura del vescovo di Udine, ad esprimere il proprio parere! Il mio intervento voleva solo riportare equilibrio e riconoscere il diritto di "espressione" anche alla Chiesa, in virtù della libertà democratica che, forse, Maran non ha ancora sufficientemente maturato. Del resto, se Maran sapesse applicare alla lettera le sue stesse dichiarazioni di libertà e democrazia, non ci sarebbe stato nulla da dire. Ma forse, egli, teme così tanto l’influenza della Chiesa, che vorrebbe negarle il diritto di espressione. Devo dire che in quell’occasione, credevo di essere stato chiaro quando, ipotizzando la formulazione di una legge che in Italia ancora non c'è, sostenevo che dovrà rispecchiare l'opinione e i valori di tutti coloro che dovranno approvarla a maggioranza. E, ancora, ritengo che non dobbiamo rischiare di perdere la nostra identità culturale e storica per essere “multietnici”. Infine ribadendo che l’etica e la morale non appartengono in esclusiva solo a una parte politica, è vero però che ogni politico rappresenta il proprio credo e la propria morale ideologica. E, ciò per dire che in una democrazia libera, prevalgono le scelte definite dalla maggioranza che le rappresenta. Il richiamo fatto da Maran ad Aldo Moro, per avvalorare le sue convinzioni in merito alla questione Eluana, è inopportuno e fuorviante, perché trattasi di considerazioni post referendum che avevano il significato di accettare la decisione del popolo sovrano. Ora, chiedo a Maran: di fronte a un referendum sull’applicazione dell’”eutanasia” in Italia, chi di noi due potrebbe avvalersi delle parole di Aldo Moro?»
Insomma, quel che ho detto ha subito nell’interpretazione di Moretton una deformazione caricaturale oltre che riduttiva. In altre parole, ha preso un mio concetto, lo ha ridotto come gli faceva comodo e, con l’accostamento all’eutanasia, lo ha reso facile bersaglio della disapprovazione pubblica. Che cosa avevo detto all’arcivescovo Pietro Brollo, che, in un suo intervento, aveva criticato la disponibilità della casa di riposo «La Quiete»? Una cosa molto semplice: «credo che una cosa meriti di essere riaffermata: nessuno chiede ai credenti di rinunciare a testimoniare la loro fede, ma tutti chiediamo loro di non imporre le loro scelte agli altri». «L’insegnamento della Chiesa vale per i fedeli, ma non per i cittadini fra i quali, in una società plurale come la nostra, ci sono – in larga maggioranza – i miscredenti, gli agnostici, i seguaci di altre religioni», aggiunge Maran, che conclude: «La Chiesa è ovviamente libera di appellarsi alla legge divina. Ma quando cerca di influenzare la legge civile - in questo caso l’attuazione di una sentenza della Cassazione - commette un abuso perché toglie al cittadino una scelta che appartiene soltanto a lui». Questa è la mia opinione: personale, s’intende. Come pretendono di essere tutte le opinioni. Con questa mia opinione ho messo forse in pericolo «la libertà della Chiesa», il suo «diritto di espressione»? Ma mi faccia il piacere!, direbbe Totò…
Le religioni hanno tutto il diritto di agire nello spazio pubblico dove si formano opinioni e decisioni. Ed è ovvio che la Chiesa deve esercitare pienamente il suo magistero spirituale. Del resto, i vescovi sostengono legittimamente e liberamente i principi dell’etica cattolica e le posizioni dei cattolici hanno ampio spazio su tutti i media. Ma in un dibattito pubblico il punto di partenza è riconoscere che ci sono idee diverse del bene, idee diverse del valore della vita, di cosa è giusto fare in una certa situazione. Non posso entrare in un dibattito pubblico pensando e dicendo che chi la pensa in un modo diverso da me è per il male contro il bene. Questo è il punto. I principi costituzionali non possono essere revocati in dubbio contrapponendo ad essi altri valori «non negoziabili», che nella religione cattolica troverebbero un fondamento così forte da imporli ad ogni altro. Gustavo Zagrebelsky ha più volte messo in evidenza come ciò apra un conflitto insanabile con la stessa democrazia. O Moretton pensa davvero, che sia corretto chiedere, come fa la Cei, che una legge dello Stato sposi un convincimento proprio dell’etica cattolica, obbligando a sottostarvi anche chi non condivide quella convinzione? Senza contare che la legge che la Chiesa chiede assorbe nella dimensione statale tutte le decisioni etiche coinvolte (personali, familiari) e questo, come sottolinea ancora Zagrebelsky, è il contrario della sussidiarietà e assomiglia molto allo Stato etico, allo Stato totalitario.
Forse a Moretton sarà sfuggito, ma venuta meno la mediazione svolta dalla Dc, la Chiesa oggi agisce in presa diretta sulla politica italiana. Nella debolezza della situazione politica italiana, la pressione della Chiesa si sta manifestando con una intensità sconosciuta in altri paesi. Quando, ad esempio, in Francia, in Belgio, in Germania, in Spagna o in Olanda, sono state affrontate, e in modo assai più radicale, analoghe questioni intorno alla vita. Sarà che l’Italia è un terreno di conquista più agevole, sarà che nel «cortile di casa» la Chiesa ritiene inammissibile quel che altrove è disposta a tollerare, fatto sta che la Chiesa si comporta come un soggetto politico tra gli altri e come tale deve essere considerata. Ma entrando direttamente nella politica la Chiesa «relativizza» sé e i suoi valori, non può pretendere trattamenti privilegiati. Sarebbe una pretesa autoritaria, incompatibile appunto con la democrazia.
Aggiungo che il contesto in cui siamo chiamati a decidere è caratterizzato dal confronto permanente tra la «cultura della rivelazione» e la «cultura della ragione». Si tratta di un contesto internazionale, visto che il nuovo secolo si è aperto con la «rivincita di Dio» e la conseguente proliferazione dei fondamentalismi religiosi che minacciano, con il loro fanatismo, la laicità dello Stato. Da qui il fatto che i temi della secolarizzazione sono oggi in tutto il mondo occidentale al centro del dibattito pubblico e dell’agenda politica. E si tratta di temi di importanza fondamentale perché investono i principi morali sui quali si basa lo Stato moderno. Che come osserva Luciano Pellicani, «è – e non può non essere, senza, per ciò stesso, negare se stesso – uno Stato non-confessionale, che riconosce e tutela la libertà di religione. Una libertà che correrebbe un grave pericolo qualora fosse accolto il principio della superiorità della legge di Dio sulla legge dello Stato». Che il problema della laicità dello Stato sia oggi ineludibile è confermato dal fatto che a soli tre giorni dal suo insediamento Barack Obama ha sospeso il divieto di ricevere finanziamenti pubblici imposto a organizzazione private che praticano o sostengono l’aborto e ha dato il via libera alla sperimentazione di cellule staminali embrionali per curare malati con lesioni spinali. Il cardinale Fisichella ha accusato Obama di dogmatismo ideologico e di arroganza. In realtà non ha fatto altro che restaurare quello che Thomas Jefferson chiamava il «muro di separazione» fra lo Stato e la religione, grazie al quale la società americana ha potuto godere della più ampia libertà di culto e di proselitismo in un quadro normativo rigorosamente garantista. A proposito, non dovevamo guardare alle esperienze d’oltreoceano? Do you, Moretton?
Sostiene poi Moretton che «non dobbiamo rischiare di perdere la nostra identità culturale e storica per essere “multietnici”». Qui Moretton non ha capito il problema. Non riesce cioè a comprendere che fra i cittadini italiani ci sono, e in larga maggioranza, miscredenti, agnostici e diversamente credenti, cioè seguaci di altre religioni. Tutta gente che non indossa il turbante o il sari, non viene dal Camerun, ma vive qui da secoli e mangia polenta. Chi non sa e non ammette in ogni istante della sua vita questo - che ci sono idee diverse del bene, idee diverse del valore della vita, di cosa è giusto fare in una certa situazione - non sa cos’è un rapporto democratico, né umano, con gli altri. Viene a galla piuttosto, con chiarezza, la convinzione che esiste un deposito di valori e di norme di comportamento immutabile poiché di origine divina, di cui la gerarchia ecclesiastica detiene l’esclusivo monopolio. Ed emerge anche la negazione di una vita morale autentica per tutti coloro che non rispettano i principi dell’etica cristiana così come sono stabiliti dalla Chiesa. Ma le cose, ovviamente, non stanno così. Intanto, i valori etici e morali non sono patrimonio esclusivo dei cattolici e della Chiesa. Ricordo che l’etica laica non si fonda su un’entità esterna e superiore all’uomo, ma sulla centralità dell’uomo come fine e sulla democrazia procedurale. E poi basterebbe prestare attenzione al dibattito interno al mondo cristiano. Il modello di testamento biologico redatto dalla Conferenza Episcopale Spagnola «stabilisce sia vincolante e comunque vada rispettato quanto deciso dal paziente» e sottolinea come «la vita in questo mondo sia un dono e una benedizione divina, ma non il valore assoluto». Il filosofo cattolico Giovanni Reale vede nel caso di Eluana «un abuso da parte di una civiltà tecnologica che vuole sostituirsi alla natura» e avverte che «si è perduta la saggezza della giusta misura e la Chiesa, e il governo assieme a lei, sono vittime di questo paradigma culturale dominante, che avrebbe voluto tenere in vita Eluana contro natura». Il teologo cattolico Hans Küng ha ripreso tale tematica sul suo libretto relativo alla dignità della morte. Citando l’Ecclesiaste «c’è un tempo per nascere e un tempo per morire», il tempo per morire è determinato dalla mancanza di speranza di continuare a vivere nella dignità umana. Nessuno può essere spinto alla morte, ma neanche costretto alla vita. La decisione è in mano alla persona colpita e sofferente. Da qui la necessità di riprendere seriamente la funzione del «testamento biologico», che non è la richiesta di essere soppressi, ma quando le nostre facoltà di intendere e di volere non saranno più operanti, esprime la volontà di ricevere un trattamento volto al rispetto della propria morte, nel rifiuto di ogni intervento per il mantenimento di una sopravvivenza puramente biologica, sapendo che la nostra vera vita è nelle mani del Signore. Il prof. Daniele Garrone della Facoltà valdese di teologia ha scritto: «Rispettare la volontà di Giorgio Welby ed Eluana Englaro non obbliga nessun altro, mentre accogliere in etica pubblica i dettati delle gerarchie cattolico-romane obbliga Giorgio ed Eluana a morire come altri ha deciso, per di più – dico io – in nome di una astratta ideologia della vita a cui si pretende sia conferito uno status sovraordinato rispetto ad altre ideologie o visioni del mondo altrettanto rispettabili. Trattare l’altro come un fine e non come un mezzo è un criterio fondamentale di un’etica che si voglia universalistica. Potrebbe capitare anche a me di trovarmi nella situazione di Eluana. Voglio anch’io, in piena libertà e responsabilità, per me, che siano sospese le cure che potrebbero tenermi, anche per decenni, nello stato di Eluana. Rifiuto, per me, l’interpretazione secondo cui sarei fatto morire di fame e di sete. Quel tipo di alimentazione (…) fa parte di una serie di sofisticatissime cure, possibili solo da pochi attimi – se misuriamo il tempo sullo sfondo dell’evoluzione dello homo sapiens sapiens – grazie ad una del tutto "innaturale" tecnologia. È uno dei risultati dello sforzo umano di contrastare il corso naturale degli eventi e di combattere malattia, morte e dolore (che per me cristiano evangelico non ha alcun valore redentivo». Luca Savarino, coordinatore della Commissione bioetica della Tavola valdese: «Ritengo doveroso ribadire la posizione, mia personale e della Commissione bioetica della Tavola valdese, a sostegno della libertà di cura, che è sempre e contestualmente libertà di rifiutare la cura. La libertà individuale non va guardata con sospetto, non va identificata con l'arbitrio, va esercitata e rispettata. La mia speranza è che questa sentenza pungoli le coscienze e solleciti l’approvazione, da parte del Parlamento italiano, di una legge sulle direttive anticipate di fine vita». E il filosofo Hans Jonas, ebreo, ha affermato in un breve libretto sul diritto di morire che «quando la vita non ha più alcun valore per il paziente e per lui non è più degna di essere vissuta, egli ha il diritto di prendere possesso della propria morte, nella coscienza del suo incombere e nel rifiuto di dare luogo ad un residuo di vita a cui è negato il diritto di morire». Non vi è un dovere di vivere, ma vi è il diritto di vivere come fonte di tutti i diritti, incluso anche quello di morire. Che c’entra tutto questo con la multietnicità?
E aggiungo ancora, che c’entra l’eutanasia? Per come la vedo io, curare la vita biologica di una persona in stato vegetale permanente, tenerla in vita in quelle condizioni può violare la dignità della sua vita individuale. Non siamo d’accordo, e va bene. Ma perché rappresentare il nostro disaccordo per quello che non è? Perché parlare di eutanasia? Perché annullare la distinzione tra direttive anticipate ed eutanasia o suicidio? Perché dividere il mondo tra quelli che difendono la vita e quelli che vogliono uccidere? Questa è una rappresentazione falsa, che serve a svalutare a priori la posizione e gli argomenti di chi è favorevole al rifiuto delle cure (ivi compresa la nutrizione artificiale). I miei argomenti si possono trovare (legittimamente) non convincenti, ma perché piegarli a una interpretazione tendenziosa? Lo dico con le parole di Claudia Mancina: «Chi vuole lasciare andare Eluana, non trattenerla a tutti i costi in una vita vegetativa, lo ritiene un dovere di assistenza che nasce dal rispetto della dignità personale di chiunque si trovi in quella situazione, e considera questo, nelle circostanze date, il modo giusto di dare valore alla vita di una persona umana, cioè un essere che pensa, ama e soffre, e che, quando amava e pensava e soffriva, ha dato indicazioni, che vari tribunali hanno considerato attendibili, in questo senso». Si può ovviamente pensarla diversamente. Si può pensare che il valore della vita sia qualcosa che deve essere difeso a tutti i costi, anche nelle situazioni estreme, anche contro la persona interessata. Oggi i progressi della medicina ci pongono un problema inedito: quello di chi sopravvive alle tecniche di rianimazione, senza però recuperare nemmeno parzialmente la sua vita. E si tratta di questioni che non si risolvono facilmente. Ma io non voglio uccidere nessuno; voglio riconsegnare a me stesso, se dovessi trovarmi in quella situazione, e ad ognuno, la possibilità che ci sia un corso naturale delle cose. Accusare preventivamente e sommariamente tutti quelli che non la pensano come Moretton di volere l’eutanasia, e dunque di «causare la morte», è inaccettabile. La prima delle virtù della cittadinanza è il rispetto reciproco.
Trovo, infine, le parole di Aldo Moro molto calzanti. Dopo la sconfitta sul divorzio, consigliava di realizzare la difesa dei principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale. Moro, a differenza di Moretton, sapeva che è sbagliato far coincidere la religiosità con la tutela giuridica. Non esistono solo le leggi. Esiste il dibattito pubblico, la possibilità di convincere ed essere convinti. Non è più giusto cercare nella società e non nello Stato, il consenso alle proprie posizioni etiche?
Non è un mistero per nessuno che non si tratta solo di questioni di coscienza ma anche, e forse soprattutto, di identità politica. Lo ha detto chiaramente Marini quando ha affermato di non volere lasciare la rappresentanza dei cattolici alla destra. Ma cosa significa oggi rappresentare i cattolici? Non è un mondo troppo vasto e composito per essere rappresentato in quanto tale? E chi si vuole rappresentare: i cattolici o il Vaticano? Resto dell’opinione che i gruppi parlamentari devono poter esprimere una posizione maggioritaria. Le questioni etiche o bioetiche non sono questioni indecidibili: devono essere decise perché si interviene in sede legislativa e le divisioni devono essere considerate fisiologiche. Dunque un partito, o un gruppo parlamentare, è del tutto legittimato a prendere una posizione di maggioranza (ed è tenuto a farlo, per correttezza verso i suoi elettori), fatto salvo il diritto di chi dissente di manifestare le sue posizioni. Se poi passerà la legge proposta dal centrodestra, il Pd perderà la battaglia. Ma questo è quel che di solito accade all’opposizione. E in questo non c’è niente di antidemocratico. Ma il testamento biologico nasce contro la vita artificiale. L’idratazione e l’alimentazione forzata sono esattamente ciò che rende possibile la vita artificiale. Quindi sarebbe una legge che mentre enuncia un obiettivo rende impossibile realizzarlo. In un’intervista sulla Stampa, alla domanda «E se la maggioranza di centrodestra andasse avanti ugualmente e la approvasse che accadrebbe in concreto?», Umberto Veronesi ha risposto «A quel punto nessuno sottoscriverebbe il testamento biologico, sarebbe inutile». La battaglia perciò continuerà. «Nel vivo – sono le parole di Aldo Moro -, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale». E non bisogna averne paura.















Siamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo?
Prendo a pretesto l'intervento di Maran, che sottoscrivo, sul caso Eluana per porre in discussione, al di là delle posizioni, l'immagine generale del Pd che emerge da ogni argomento in campo. Il percepito di fondo è che così non funziona: non funziona tra di noi appartenenti al Pd e non funziona soprattutto per quei cittadini che costituiscono quell'elettorato potenziale che ambiamo a rappresentare. Provo a spiegarmi con un esempio. Sabato 14 febbraio ho partecipato alla mattina alla manifestazione provinciale del PD isontino a Monfalcone e, al pomeriggio, ad una riunione dell’ANPI di Cormòns. Ebbene in entrambe le riunioni ho percepito un filo conduttore che mi ha lasciato perplesso. L’apertura a Monfalcone della presidente dell’assemblea Demartin ha richiamato esempi e scene di oltre sessanta anni fa che, pur nel loro valore simbolico, patriottico e perfettamente in linea con l’esigenza cerimoniale, poco hanno a che vedere con l’attualità sociale del nostro Paese. Il riferimento ai partigiani in armi sulle montagne certamente ha un forte impatto evocativo ma non appartiene più al vissuto di quanti vivono in Italia; e non è un caso che io non abbia usato il termine italiani, perché il nodo della questione, che dovrebbe far riflettere ed essere analizzato per creare una base programmatica del partito, è proprio questo: la società italiana sta diventando sempre di più multiculturale e, perdonatemi il termine, multietnica. I dati demografici senza l’apporto degli immigrati sono destinati a sancire la fine degli italiani “doc”. Matrimoni misti, “nuovi” italiani nati da immigrati costituiranno sempre di più la società del futuro dell’Italia e di un futuro assai meno lontano di quello che si possa pensare. Non è una presentazione critica che faccio dell’immigrazione, sia chiaro, e non mi riferisco solo alla caratterizzazione dell’immaginario collettivo dell’immigrato povero che viene a cercare lavoro in Italia scappando da territori devastati da guerre e carestie… faccio una constatazione di quello che sta succedendo in generale nella società italiana; tant’è che alcuni giorni fa sui quotidiani locali si sottolineava il pesante apporto degli imprenditori stranieri nell’economia isontina e il giornale si riferiva solo marginalmente agli investitori statunitensi o tedeschi che abbiamo conosciuto negli anni del boom. Se da un lato si percepisce nel Paese un ritorno al passato nei comportamenti dei giovani, scontri di piazza Navona tra studenti che fanno il saluto romano e si presentano con i manganelli e studenti che rispondono con il coro “siamo tutti antifascisti”, e dall’altro lato si nota una neanche tanto velata accondiscendenza governativa a questi episodi quasi fosse in atto un test per valutare l’opinione pubblica in rapporto a cause ed effetti del caso, la stragrande maggioranza degli italiani è avulsa da queste cose. Come allora i partigiani sono stati una risicata minoranza nel Paese e da qui, anche, la loro straordinaria eroicità a prendere la via della clandestinità e delle armi contro un esercito, così oggi quelli che si indignano delle parole del Presidente del Consiglio contro il Presidente Napolitano, per non parlare delle consuete buffonate del cavaliere in ambito internazionale, sono una minoranza insignificante. Ha detto bene Bruno Zvech in quel di Monfalcone quando ha sottolineato che su questa questione il consenso del premier Berlusconi, dopo tutto, rimane inalterato e non perché Napolitano sia mal visto dai cittadini (l’80% lo stima un buon Presidente). Evidentemente concentrare l’intera azione politica di uno schieramento verso la difesa della Costituzione (ad esempio) se per una parte è la parola d’ordine dall’altra è uno strumento straordinario per distogliere l’attenzione da quegli argomenti che sono scomodi alla compagine di governo o da quelli che interessano il “popolo bue”, che resta saldamente nelle mani del manovratore. Quel che intendo dire è che a dettare l’agenda politica dovrebbe essere il PD non il PDL. Ci deve essere più spazio di manovra da parte del PD; non è possibile che si lasci a Fini il palcoscenico di difensore delle istituzioni e, insieme, di interlocutore verso i vecchi e i nuovi italiani. Stesse considerazioni valgono, a mio modo di vedere, per dare una risposta ai quesiti sul da farsi della riunione dell’ANPI: non basta promuovere le iniziative per spiegare la storia patria alla nuove generazioni, serve uno sforzo per attualizzare quei tanto evocati valori della resistenza proprio perché stanno velocemente cambiando gli interlocutori. Val poco che io spieghi la storia d’Europa ai figli di immigrati che sono scappati da territori dove vige uno sfrenato nazionalismo, che è stato la principale causa dei conflitti mondiali e delle tensioni internazionali dal secondo dopoguerra sino al disfacimento dei blocchi contrapposti. Sono vicende importanti ma che non coinvolgono nello sviluppo di una coscienza critica e democratica chi non le ha vissute o le ha vissute in contesti differenti e più ci si allontana da quegli anni più l’interesse a capire quella storia viene meno. I valori che l’ANPI deve attualizzare dovrebbero essere oggi quelli dell’integrazione, della dignità personale, della tutela dell’ambiente, della convivenza pacifica nella multiculturalità e multistoricità senza ricadere necessariamente in quella consueta abitudine di legare i valori ispiratori della resistenza agli episodi di sessanta anni fa perché si presterebbe il fianco all’attacco inquisitorio dei revisionisti storici per le cose non dette o gli errori sottaciuti, alla incomprensione culturale delle nuove generazioni e dei nuovi italiani che non vogliono, e si capisce, entrare in una bagarre che non gli appartiene. Nella sua sfacciataggine il centrodestra è pronto a raccogliere il ruolo di interlocutore di quanti nella società sono orfani di attenzione. A chi giova, ribadisco, che sia Gianfranco Fini a difendere gli immigrati, mentre la Lega non più di qualche mese fa ne ha proposto la schedatura? E il PD intanto sta a perdersi nelle proprie beghe interne per paura delle correnti e a limitarsi, nel silenzio, a complimentarsi per il comportamento irreprensibile del Presidente della Camera. Se la suonano e se la cantano e noi stiamo a guardare! Ho la vaga sensazione che il PD sia diventato autoreferenziale prima ancora di prendere forma: dovevamo uscire dalle sezioni divenute “luogo di discussione tra di noi”, mi pare che siamo finiti in un contenitore più grande ma altrettanto autoreferenziale.