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02/11/2009

Il centro immobile

Le primarie si sono concluse e Bersani è il nuovo segretario del Pd. I votanti sono stati poco più di tre milioni, Bersani è al 53, 2%, Franceschini al 34, 3%, Marino al 12,5%.  La partecipazione è stata superiore alle aspettative e l’analisi del voto ha evidenziato elementi di preoccupazione ma anche motivi di speranza. Rinvio agli articoli di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera («E un elettore Pd su cinque chiede più centro» del 1 novembre e «Laici e over 65 pro Bersani, i più giovani con il rivale» del 28 novembre scorso) e di Roberto D’Alimonte («Partito democratico duale. Tessere a Sud, voti a Nord») sul Sole 24 Ore del 1 novembre.

Il 7 novembre si insedia l’assemblea eletta con le primarie e ci sarà l’elezione formale del neo-leader. Che ha già parlato di «gestione plurale». Infatti, si vocifera di una squadra che vedrà anche ruoli ricoperti da esponenti delle mozioni sconfitte. Come ha osservato oggi Andrea Romano sul Sole 24 Ore, «Bersani promette di essere l’onesto amministratore di un capitale politico che appare fortemente ridimensionato rispetto a quelle che furono le ambizioni di partenza del Partito democratico ma che rimane comunque indispensabile di buon funzionamento dell’alternanza elettorale. Al contempo, questa sua virtuosa assenza di velleitarismi deriva dalla presa d’atto di cos’è davvero rimasto in quel risicato patrimonio politico: il senso di realismo, un pragmatico mestiere di contrattazione politica e capacità di rappresentare  gli interessi di alcuni minoritari insediamenti geografici, anagrafici e sociali . Tutto questo insieme alla consapevolezza, prima di tutto dello stesso Bersani di non poter essere lui il prossimo candidato alla guida del governo. Si tratta, in sintesi, di ciò che resta delle migliori spoglie del postcomunismo italiano. Non poco, ma nemmeno molto».

Messe così le cose, l’intenzione di Francesco Rutelli di lasciare il Pd, per tentare di costruire un’altra forza politica che si collochi più nettamente al centro, magari congiungendosi con l’Udc,  non può essere spiegata (e liquidata con l'irritazione di chi intravede nel dissenso qualcosa di fastidioso) soltanto con ragioni di carattere soggettivo. Il problema, come si diceva una volta, è politico. «C’è anche la presa d’atto - insiste Romano - che  con la vittoria di Bersani si è compiuto un ciclo breve ma intenso, che aveva fatto immaginare a molti che il Pd potesse essere la casa comune ad una pluralità di culture politiche. E insieme la costatazione che la strada che percorrerà il Pd di Bersani non potrà che essere quella, già ampiamente battuta, con esiti mai decisivi negli equilibri politici della nostra storia recente, della declinazione più tradizionalista possibile del più classico welfarismo post-comunista».

Vediamo di capirci. Se si esclude che possa avvenire in futuro un mutamento nelle preferenze degli elettori (perché, come è stato detto, «l’Italia è un Paese sostanzialmente di destra») e si ritiene che l’unica strategia perseguibile sia quella della creazione di un centro indipendente (irrobustito) con il quale il Pd (indebolito) possa allearsi, perché stupirsi dello strappo di Rutelli? Se il Pd rinuncia a scommettere sul fatto che, in futuro, le propensioni e le simpatie degli elettori possano cambiare (e, perché questo avvenga, che il Pd abbia la capacità di innovare le proprie idee, a cominciare da quelle più stantie) è così strano che si metta in dubbio che sia in grado di svolgere la funzione fondamentale per cui è nato, cioè quella di guidare uno schieramento di centrosinistra in grado di progettare e realizzare il cambiamento di cui il paese ha bisogno?

Certo che, in tutti i paesi avanzati, in tutti i sistemi maturi, si vince con il consenso degli elettori di «centro». Ma li si conquista in un altro modo: adeguando, ogni volta, l’offerta politica. Sia in Germania che in Gran Bretagna (prima socialdemocratici e laburisti con il Neue Mitte e il New Labour negli anni ’90 e recentemente il centrodestra con Angela Merkel e Cameron), il centro dell’elettorato è stato conquistato da partiti capaci di presentare proposte dai lineamenti culturali espansivi e innovatori.

Del resto, in un sistema bipolare, non è al centro politico che bisogna guardare, ma al «centro sociale». Cioè a quella parte di società che ne costituisce il punto di saldatura perché le garantisce dinamismo. Le forze dinamiche e potenzialmente «centrali» sono, ad esempio, quelle dei giovani, l’inventiva e la capacità di adattamento della micoroimpresa, il «saper fare» di tanti lavoratori che mantengono su livelli medio alti la produttività del lavoro, la vivacità di quella parte del mondo della ricerca e dell’università che chiede di premiare il merito e i risultati, ecc. Non per caso, come  scrive Mannheimer, «se si chiede agli elettori del Pd  se il partito debba oggi avanzare tematiche e proposte che attirino maggiormente gli elettori di centro, il 19% - con un’accentuazione tra i più giovani e nel Nord-est del Paese - risponde di ritenere “molto” opportuna un’iniziativa siffatta».

Piuttosto, la scelta (e la prospettiva) di Rutelli sembra gravata da un quello che Andrea Romano definisce un «tradizionalismo speculare» a quello di Bersani.  Rappresenta il «centro» come un luogo geometrico da sempre e per sempre immobile. Da occupare con una forza centrista e moderata che aspira al ruolo di ago della bilancia. Da qui l’idea di tornare ad un sistema proporzionale. Casini si è infatti affrettato a ribadire la necessità di «superare il bipolarismo con una nuova legge elettorale». Ma il proporzionale, complemento necessario di un nuovo centrismo italiano, condannerebbe di nuovo il Paese alla stagione dei governi fatti e disfatti in Parlamento. Ho anche l’impressione che (se, come prevedo, nel futuro prevedibile Berlusconi non concederà mai il proporzionale alla tedesca, poiché il proporzionale col premio gli va troppo bene) le forze che compongono il «centro della società» non sappiano che farsene di un partito di centro collocato ai margini di uno schieramento dominato elettoralmente da una sinistra di tipo tradizionale (che, in Italia, significa una cosa sola: ex comunista) dedita a fare il suo mestiere (quello cioè di rappresentare e difendere minoranze).

 

 

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