I servizi pubblici locali, il 5 dicembre e Mr. Pesc.
La vicenda delle nomine europee previste dal Trattato di Lisbona, si è conclusa con la scelta del primo ministro belga Herman van Rompuy come nuovo presidente stabile del Consiglio europeo e della commissaria Ue al commercio, la baronessa britannica Catherine Ashton, come Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Ma su quella che Franco Venturini sul Corriere della Sera ha definito una «indecorosa rissa nazional-furbesca», non c’è molto da discutere. La candidatura dell’ex primo ministro ed ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, avanzata dai socialisti europei, è sfumata davanti alla determinazione e alla capacità britannica di reinserirsi nel consenso franco-tedesco. «Ad ulteriore dimostrazione – ha scritto Raffaello Matarazzo, caporedattore di Affarinternazionali - che se l’Italia non riuscirà a rientrare positivamente nella dialettica tra Germania e Francia, difficilmente potrà svolgere un ruolo nelle prossime partite per le nomine europee (dalla presidenza dell’Eurogruppo a quella della Banca centrale europea), su cui sembra coltivare alcune ambizioni». Forse di questo bisognerebbe discutere: della nuova dialettica tra Parigi e Berlino, della cabina di regia della Ue e del ruolo dell’Italia…
C’è pochissimo da discutere anche sul 5 dicembre, sul «No B day», la manifestazione nazionale «per chiedere le dimissioni di Berlusconi». Europa ha scritto giustamente: «Siamo sempre lì. Sedici mesi e tre segretari dopo piazza Navona, il Pd è ancora disorientato davanti a una manifestazione di Di Pietro. Non sono serviti gli scatti d’orgoglio, i milioni delle primarie, le promesse di «ritorno alla politica». Siamo sempre a chi va, chi non va, Bersani che la butta in tribuna: «Verificheremo le parole d’ordine». E che cosa c’è da verificare, in un’iniziativa che si chiama No-B day? L’8 luglio del 2008 era No-Cav day e finì a insulti e denigrazioni per tutti, papa e capo dello stato in testa. Al Pd pensano che sia sufficiente il patrocinio offerto da Repubblica, perché il 5 dicembre sia diverso? Uno dei pregi di Bersani sembrava l’impegno a recuperare al Pd piena autonomia dall’estremismo. Continuiamo a sperarci ma per ora l’imbarazzo è lo stesso del passato. Anzi, la distanza presa alla vigilia di piazza Navona fu più netta. Il Pd è frenato dalla paura di vedere nella piazza di Di Pietro e di Ferrero tanti propri elettori? Ce ne sono molti di più che sarebbero felici di vedere il Pd capace non solo di dire i giusti no pronunciati ieri da Bersani, ma anche di sfruttare bene le divisioni ormai clamorose che attraversano il centrodestra, ora anche sulle leggi ad personam. Bersani rivendica al partito il pregio di una iniziativa propria: la mobilitazione dei circoli. Speriamo che nella nuova stagione i circoli non siano utilizzati come la coperta di Linus. Il Pci, che è tornato di moda, non si sarebbe mai domandato se aderire o no a un corteo dell’estrema sinistra. E se qualcuno dei suoi andava, non se ne discuteva certo nelle riunioni di direzione».
Ci sarebbe, invece, parecchio da discutere sulla riforma dei servizi pubblici locali proposta dal governo. La riforma (si fa per dire, ovviamente), che è passata con il voto contrario del gruppo del Partito Democratico, è indubbiamente una forzatura. E’appena il caso di sottolineare che il governo ha inserito la materia che riguarda l'acqua e i servizi ad essa collegati all'interno di un provvedimento che (più in generale) ha lo scopo di adeguare la normativa italiana a quella europea, anche se non esiste alcun obbligo comunitario e nessuna procedura di infrazione è stata avviata nei confronti dell'Italia in riferimento all'affidamento dei servizi pubblici locali, tanto meno di quello idrico integrato. Senza contare che la discussione, affrettata e molto sommaria, è poi culminata nella scelta del voto di fiducia. Si è voluto, in soldoni, obbligare i comuni a vendere quote delle aziende che gestiscono i servizi idrici integrati indipendentemente dalla programmazione, dalla qualità del funzionamento, dal grado di soddisfazione delle comunità locali; costringendoli ad accelerare la trasformazione in società per azioni, ben sapendo che pochissimi grandi gruppi privati (anche stranieri, come Suez e Veolia) potranno avvantaggiarsi di una svendita di tale portata.
Ma il nostro intento e l'appello che abbiamo rivolto al governo non è mai stato - come ha sottolineato Raffaella Mariani in dichiarazione di voto - quello «di rimuovere il tema in discussione, ma di affrontarlo nella maniera giusta, con tempi giusti, in modo vero e serio e all'interno di un quadro legislativo e organico, semplificato, con regole certe e trasparenti. Si può riformare il sistema di gestione dell'acqua, ma a partire da alcuni punti fermi che a nostro avviso sono: il riconoscimento del valore pubblico dell'acqua e delle infrastrutture idriche, cioè acquedotti, fognature, impianti di depurazione (è vero, abbiamo dovuto ribadirlo nella discussione al Senato, ma l'ha fatto il Partito Democratico, onorevole Cota, con un emendamento firmato dal senatore Bubbico); la valutazione più attuale del costo della risorsa anche nell'ottica di un uso più oculato; il controllo, la tutela, la valorizzazione, il risparmio della risorsa idrica da utilizzare con criteri di solidarietà anche salvaguardando aspettative e diritti delle generazioni future, anche facendo riferimento al patrimonio ambientale; la necessità di investimenti certi che - lo sappiamo bene - non possono derivare esclusivamente dalla tariffa a carico dei cittadini-contribuenti-consumatori; infine, la definizione di un rigoroso meccanismo di controllo, la costituzione di un'autorità terza che vigili proprio sull'andamento delle tariffe in rapporto alla qualità dei servizi erogati e alla loro efficienza, un'autorità indipendente a tutela dell'interesse pubblico».
Non è un mistero per nessuno che accanto a tante imprese pubbliche efficienti, ce ne sono tante che gettano via denaro pubblico. Secondo Carlo Scarpa (il volume “Comuni SpA. Il capitalismo municipale in Italia”, di Scarpa, Bianchi, Bortolotti e Pellizzola, è in corso di pubblicazione per Il Mulino), «per dare un’idea, nel 2005 risultavano in perdita circa un terzo delle imprese locali del settore igiene urbana e il 40 per cento nel settore idrico. E il trasporto pubblico locale va anche peggio. Nella più ottimistica interpretazione, siamo di fronte a deficit pubblici che le amministrazioni locali nascondono nelle loro imprese per non farli risultare dai bilanci comunali. Ma, temo, in molti casi c’è ben di peggio. A queste situazioni occorre dare una risposta, anche per lasciare spazio a imprese vere; magari pubbliche, perché no, ma vere» (www.lavoce.info). Raffaella Mariani ha infatti ricordato che, «esempi di buongoverno dei servizi idrici esistono e dobbiamo onestamente rilevare che la loro qualità è assolutamente riscontrabile sia presso i gestori a titolarità esclusivamente pubblica, sia presso gestori a titolarità mista, pubblica e privata. Gestione pubblica dei servizi non è per definizione sinonimo di efficienza: lo sappiamo bene, ma è vero anche il contrario. Non sempre una gestione di tipo privatistico corrisponde ad un servizio efficiente, un servizio complesso a costi congrui per il cittadino. Modelli europei testimoniano scelte differenti nella gestione, con sistemi che passano dalla gestione interamente pubblica ed efficiente (vedi la Germania), a forme miste come quelle francesi, fino ad arrivare a gestioni interamente private. Ma in tutti i grandi Paesi, nei Paesi moderni, si è costituito tuttavia un sistema di controllo pubblico molto forte a tutela dell'interesse generale. Cosa manca al nostro Paese? Mancano ancora infrastrutture idriche complete e, dove esistono, il loro stato fatiscente provoca una dispersione della risorsa pari a circa il 30 per cento del totale dell'acqua immessa in rete. Molti cittadini italiani, esattamente più della metà, non godono ancora di un sistema di depurazione nei loro territori. Questo ha a che fare con la loro salute, con la qualità dell'ambiente che li circonda. Mancano ancora meccanismi efficaci per la verifica delle evasioni tariffarie, dei prelievi abusivi. In molte delle nostre città non esiste un sistema fognario degno di un Paese civile. Insomma, siamo molto lontani da livelli accettabili di organizzazione dei servizi idrici».
Per questo il gruppo del Partito Democratico ha cercato di andare oltre la discussione teorica e di distaccarsi dalla cattiva informazione e dalla propaganda. «Una riforma che sperimentasse, in positivo diciamo noi, un nuovo modello di gestione economica, che segnasse davvero una svolta rispetto al fallimento di molte esperienze di servizi pubblici locali» era possibile, ha detto Raffaella Mariani, e «avremmo volentieri affrontato un tema complesso, con la consapevolezza che si possono offrire soluzioni articolate a tutela dell'interesse dei cittadini. Lo scempio normativo che state compiendo fa trasparire la volontà di favorire interessi ristretti. Perché dovremmo fidarci di un Governo che ha ceduto alle richieste di importanti monopolisti privati, garantendo aumenti tariffari in questi mesi, senza alcun rispetto per i cittadini, come nel caso dei concessionari autostradali e dei servizi aeroportuali? È un Governo amico di pochi, che fa pagare a tutti il costo degli investimenti».
Il provvedimento ora lascia aperti problemi due importanti. In primo luogo: come saranno fatte le gare? In secondo luogo: chi regola questi settori che non hanno una regolazione degna di questo nome? «Cosa - non ha funzionato si è chiesto Federico Testa nel suo intervento - nelle liberalizzazioni in Italia? Non ha funzionato, ad esempio, tutto il tema delle gare: molto spesso abbiamo a che fare con gare che sono assolutamente non vere e ciò dipende anche dal fatto che i soggetti che sono chiamati a bandire le gare, da un lato, non hanno le competenze per poterlo fare, dall'altro, molto spesso sono in palese conflitto di interessi rispetto chi si aggiudicherà la gara. Inoltre, vi è la questione dell'autorità di regolazione, nel senso che la concorrenza perfetta non è uno stato naturale del mercato; le imprese vanno alla ricerca di un vantaggio competitivo nei confronti delle altre, e quindi bisogna realizzare interventi affinché la concorrenza venga mantenuta. Voi con questo provvedimento ragionate al contrario, ossia ponete dei vincoli molto rigidi in tema di privatizzazione, e quindi l'effetto che si ottiene pare essere più quello, diciamo così, di spartire la rendita di monopolio del pubblico con qualche privato, il tutto senza alcun vantaggio certo e chiaro per i cittadini e per i consumatori». Ma ora l’istituzione di organi di regolazione per questi servizi non può più attendere. Pena, il caos. E’una legge sbagliata e il governo ha trascurato un sistema che attendeva aiuti, riforme e vigilanza dello Stato, ma come abbiamo detto alla Camera, «non vogliamo cavalcare nostalgie, vogliamo servizi moderni, vogliamo poter favorire investimenti che i comuni da soli non possono più sostenere».














