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29/01/2011

I giorni «della collera»

Condoleezza Rice chiamava gli sconvolgimenti dolorosi che la regione ha conosciuto in questi anni, «le doglie del parto di un nuovo Medio Oriente». E’ probabile che il processo di liberazione «dal basso» dell’area e la «freedom agenda» di Bush rimangano solo un’illusione. Resta però il fatto che le proteste di massa delle scorse settimane in Tunisia non sono state soltanto il sintomo di un malessere economico ma la spia di una società che non ne può più della sua corrotta dittatura. Oggi la protesta contagia l’Egitto. E l’onda che ha travolto il regime di Ben Ali in Tunisia mette alla prova la politica pragmatica di Obama sul medio oriente, fin qui ispirata al mantenimento dello status quo.

Ovviamente, vale anche per noi europei. Molti regimi arabi si sono garantiti il sostegno dell’Occidente a causa del loro atteggiamento moderato verso Israele, delle loro risorse petrolifere, dell’assistenza nella guerra al terrorismo, e in ragione del fatto che affrontano oppositori interni islamisti che i governi occidentali non sono così ansiosi di vedere prendere il potere. Come ha scritto Roberto Aliboni, vicepresidente dello Iai, Europa e Stati Uniti «hanno in effetti cercato di promuovere l’avvento della democrazia nei paesi arabi sin dagli anni novanta, ma commettendo gravi errori, come il mancato riconoscimento della vittoria elettorale di Hamas in Palestina, e ottenendo risultati assai modesti» e ora «le reticenze europee gettano una crude luce sul cambiamento che si è verificato nella strategia europea: dall’obiettivo di contribuire alla creazione, nel vicinato, di un cerchio di paesi ben governati e democratici che, in quanto tali, siano anche fattori di stabilità, a quello di sostenere i regimi al potere affidando la nostra sicurezza alla loro stabilità. La crisi in Tunisia, più di ogni altro sviluppo recente, conferma che questa è la strategia che prevale oggi. Il governo italiano è tra quelli che la propugnano e perseguono con maggiore coerenza, benché proprio il caso tunisino abbia reso evidenti i non pochi rischi che essa comporta».

Ora Obama è stretto tra una posizione «idealista» che invita al sostegno della protesta di piazza contro gli autocrati dell’area e la prudenza di parte del suo entourage che lo mette in guardia dal creare attriti con l’Egitto. Che non è un alleato qualsiasi: da trent’anni gli Usa versano all’Egitto poco meno di 2 miliardi di dollari l’anno. Da una parte il Pentagono sta cercando di frenare ogni sostegno alle proteste, perché teme che l’instabilità indebolisca i rapporti strategici; dall’altra c’è una corrente della casa Bianca che sta consigliando al presidente di essere solidale con chi protesta. Anche chi non crede all’effetto domino della democrazia in medio oriente e alle famose doglie di Condoleezza Rice, ritiene tuttavia che non si possa sacrificare la libertà. Brian Katulis, un analista «realista» del Center for American Progress (un think tank vicino all’amministrazione Obama) ha detto al Foglio:«Certo, l’Egitto non è la Tunisia, lo scenario è molto più delicato, ma rinunciare ai valori rappresentati dall’America danneggerà l’amministrazione».

Si è aperta insomma una concreta prospettiva di cambiamento democratico, che potrà però realizzarsi solo se avrà il sostegno di attori esterni, in particolare dell’Europa e degli Stati Uniti. In un articolo su Foreign Affairs (dal titolo «Morning in Tunisia»), Michele Penner Angrist scrive: «For Washington, the quick fall of Ben Ali is a reminder that stability can be deceptive. Although it is necessary to work with existing, if unsavory, regimes to advance regional objectives, it is impossible to predict when these regimes' hold on power may unravel. And when it does, the absence of strong political institutions that are capable of managing transition can lead to a climate of dangerous instability. Atrophied, disorganized opposition groups make achieving stability even more difficult. Thus, although it may be a delicate and difficult task, the United States should encourage the development of stronger, more autonomous political institutions, as well as credible alternative power centers within its authoritarian allies». Insomma, gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare, in quei paesi, lo sviluppo di più forti e più autonome istituzioni politiche e di alternative credibili. Anche perché la stabilità può essere illusoria. In altre parole, la crisi ci dà l’occasione per recuperare credibilità presso gli arabi.

 

Azioni sul documento

solidarietà al popolo egiziano

Inviato da ada il 02/02/2011 16:14

ritengo che sia opportuno manifestare chiaramenete la nostra solidarietà alla protesta popolare in Egitto