Grandi eventi e disastri naturali...
I deputati del Pd alla Camera in questi giorni sono impegnati in una battaglia parlamentare per modificare il decreto legge sulla Protezione civile. Riporto di seguito l’intervento di Raffaella Mariani, capogruppo nella Commissione ambiente, nella seduta di ieri.
RAFFAELLA MARIANI. Signor Presidente, il decreto-legge n. 195 del 2009 che andiamo a convertire offre uno spaccato molto chiaro di ciò che la legislazione di emergenza è divenuta, e delle sue applicazioni molto ampie, che vanno oltre, assai oltre, alle situazioni di calamità naturale.
Questo ramo del Parlamento affronta la discussione in gran fretta: dall'emanazione del 29 dicembre abbiamo ricevuto in seconda lettura il provvedimento cinque giorni fa, con l'assillo di un rapido esame che permetta comunque di licenziarlo entro la data della scadenza, il 28 febbraio.
Al nostro lavoro, all'esercizio delle funzioni che questa Assemblea dovrebbe poter esercitare in piena e legittima tranquillità sono attribuite scarsa importanza e, soprattutto, poche e residue prerogative: i provvedimenti arrivano pressoché blindati e molto spesso assistiamo alla rinuncia, anche da parte della maggioranza parlamentare, alla facoltà di apportare modifiche e alla quasi impossibilità di entrare nel merito. Ma nella discussione di questo decreto-legge non è andato tutto come il Governo aveva previsto e noi contiamo di emendarlo ancora, soprattutto in riferimento alla questione della legislazione conseguente alla dichiarazione dello stato di emergenza che ha superato, dal nostro punto di vista, i limiti accettabili.
Signor Presidente, la straordinarietà degli strumenti legislativi, che diventa normalità, richiede una riflessione molto seria: è necessario fermarsi, interrogarsi, perché il Parlamento ed il Governo possono e devono porre rimedio ad una degenerazione della produzione normativa che mette in discussione le funzioni, i ruoli di indirizzo e di controllo e che esclude sistematicamente il contributo che la struttura dello Stato nei suoi organismi articolati, a partire dai Ministeri fino agli enti locali (e ci chiediamo perché questi contributi non vengano più dati e perché si rinunci a darli), può offrire per affrontare e risolvere il tema della semplificazione normativa che, soprattutto ad esempio in riferimento alla gestione dei lavori pubblici e dell'ambiente, costituisce un impulso anche alla ripresa economica.
Non vi è traccia, nel lavoro che il Governo sta facendo, di una volontà concreta in questa direzione: molti slogan, poche risorse, blocco delle strutture ministeriali che, caso mai, si organizzano attraverso gestioni commissariali o magari (a qualcuno è riuscito, penso al Ministero della difesa) producono e costruiscono società in house.
In questa legislatura si continua a restituire, secondo un disegno che il Governo Berlusconi aveva già individuato nella passata legislatura (vedi il caso di Infrastrutture Spa o di Patrimonio Spa), l'idea che un piglio aziendale e meno burocrazia funzionino meglio e siano più efficaci per il Paese: fate funzionare i vostri apparati, rispondiamo noi, ridiscutiamo insieme di come semplificare alcune delle regole fondamentali che ostacolano, ad esempio, il sistema dei lavori pubblici.
Il decreto-legge è tempestato da deroghe, ma vi pare possibile che noi, il Parlamento, possiamo offrire ai cittadini italiani la certezza che vi sono sempre due binari su cui impostare il rispetto delle leggi: uno quello per tutti, per i comuni mortali, quello fatto di ostacoli e di burocrazia, molto lento e costoso, quello che voi cercate di rifuggire, l'altro per i furbi, magari per gli amici, accelerato, senza vincoli, veloce e che fa anche guadagnare?
Ciò non è possibile, dobbiamo fermarci, entrare nei contenuti ed iniziare a dimostrare che per il bene del nostro Paese è urgente provvedere. Il decreto-legge in esame affronta alcune delle principali situazioni legate alle calamità naturali e su questo non abbiamo mai sollevato problemi, non c'è niente da dire. Penso all'Abruzzo, alla ricostruzione, alla prima fase dell'emergenza ma anche ai più recenti episodi alluvionali abbattutisi sulle nostre regioni (sulla mia Toscana, la Liguria, l'Emilia): con una certa scorrevolezza, questi provvedimenti hanno portato beneficio alle popolazioni ed hanno permesso di agire nell'emergenza immediata, nella ricostruzione e nell'avvio di misure che hanno anche un valore preventivo. Non parliamo di questo, rispetto a cui riteniamo importante il contributo del Dipartimento della Protezione civile e restituiamo al suo capo, Bertolaso, tutto il merito e tutta la stima per il lavoro compiuto in collaborazione e in coerenza con le altre istituzioni dello Stato (anche quelle regionali e locali, i comuni, le province e le comunità montane): in quel senso funziona l'apparato pubblico, e così vorremmo che andasse avanti.
Ma il passaggio delle competenze e della gestione delle emergenze (dalla ricostruzione alla definizione delle risorse, su cui tornerò ma che in definitiva non sono presenti) richiede anche altri approfondimenti. Ravvisiamo anomalie sugli altri articoli, non su quelli che fanno riferimento a questi temi, alle alluvioni e alla ricostruzione in Abruzzo.
A noi preme invece sottolineare tutto ciò che è contenuto impropriamente nel provvedimento e che attiene alla volontà di uscire, come dicevo, da quei binari dell'ordinario anche a scapito della trasparenza e del rispetto dell'ordinamento.
È inutile ripartire dalla storia della gestione straordinaria commissariale dei rifiuti della Campania, ma il passaggio a quella ordinaria comporta oggi il trasferimento, ad esempio, della proprietà del termovalorizzatore di Acerra e la sottrazione ai comuni della gestione della TARSU e della TIA in favore delle province, l'organizzazione dei consorzi, del personale e vogliamo mettere in evidenza anche alcune delle cose che dal nostro punto di vista sono esattamente fuori dall'ordinarietà.
In questo senso il riferimento al comma 3 dell'articolo 5, relativo all'unità stralcio per la chiusura della gestione commissariale in Campania, configura una violazione dell'articolo 113 della Costituzione sulla tutela giurisdizionale dei diritti. Tale articolo recita: «Contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre - sottolineo sempre - ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa». Per dare l'idea della tassatività di questo articolo basti ricordare che nella nostra Costituzione il termine «sempre» è impiegato solo in altri due articoli: il 72 e il 111. Vorrà pur dire qualcosa quel «sempre», vorrà pur dire il ricorso all'ordinarietà della pubblica amministrazione alla tutela giurisdizionale per tutti che questo comma non è possibile mantenerlo. Noi abbiamo chiesto di sopprimerlo e questo blocco dell'azione giudiziaria sia civile che amministrativa, così come l'ha ridefinita ieri il Governo, a noi non soddisfa ancora.
L'articolo 6, sempre in riferimento alle questioni dei rifiuti in Campania, determina il valore del termovalorizzatore di Acerra, quantificandolo in 355 milioni di euro, da riconoscere alla proprietaria dell'impianto. Non si è mai visto nell'articolato di una legge definire il prezzo di una transazione e, a questo proposito, molto criticabile è anche la copertura ricavata nell'ambito del Fondo aree sottoutilizzate (FAS) per l'anno 2011. Addirittura, la Commissione bilancio del Senato ha osservato che non è possibile non rilevare un deterioramento rispetto all'uso delle risorse stanziate nel Fondo in questione. È un profilo di dequalificazione della spesa, attesa la pratica ormai invalsa di coprire oneri di parte corrente a valere sulle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate che prevedeva investimenti e idee anche per il futuro di quei territori.
L'articolo 11, nel definire un passaggio del sistema di gestione dei rifiuti alle società provinciali, ne addebita i costi ai cittadini che, oltre ad aver assistito all'emergenza per oltre 14 anni, sono ora costretti a pagare nuove tasse. Sempre riguardo alle società provinciali non sembra che la disciplina prevista risponda ai requisiti dell'articolo 15 del decreto-legge n. 135 del 2009. Penso al famoso decreto Ronchi di cui tanto si è parlato con riferimento alla privatizzazione dell'acqua su cui tornerò.
L'articolo 14 autorizza procedure straordinarie per il reclutamento del personale a tempo indeterminato ed elimina con tutta evidenza il vincolo dell'articolo 97 della Costituzione laddove si stabilisce il reclutamento del personale pubblico attraverso concorso pubblico. Signor sottosegretario, signor Presidente, noi in questa legislatura abbiamo assistito a molte difficoltà in relazione alla gestione dei ministeri, di molti enti locali e di molte regioni. Per tutti la risposta è stata il blocco del turn over, la impossibilità ad inserire figure qualificate anche in merito alle nuove competenze attribuite a diversi enti. A tutti si è risposto che non era possibile, data la situazione economica, procedere a nuove assunzioni, anche attraverso concorsi pubblici per selezioni.
La più eclatante è stata la vicenda dei precari dell'ISPRA lasciati sul tetto del loro istituto per oltre 40 giorni senza nessuna risposta. Senza dare alcuna speranza a quei precari si è data solo l'opportunità dell'apertura di un tavolo che non fornisce ancora soluzioni chiare. Anche quelle persone sono ricercatori di valore e hanno svolto nell'ambito della loro competenza un'ottima funzione e hanno realizzato per quegli istituti importanti contributi che hanno potuto essere testimoniati anche dall'utilizzo dei ministeri e delle regioni.
Per loro non c'è stata una deroga alla normativa in atto, per loro (ma per molti altri dipendenti pubblici) non vi è stata questa opportunità e oggi, nello sfacelo della gestione degli enti locali e delle regioni, si risponde con un rallentamento complessivo della funzione attribuita a quegli enti che ricade sui cittadini, sulle imprese, a dimostrare (se ve ne fosse bisogno, e forse questo sta anche nel disegno diabolico - dico ironicamente - del Governo) che tutto quello che è burocrazia, che tutto quello che gli enti devono poter produrre anche più efficacemente e più al servizio dei cittadini non può funzionare. Quindi, è giocoforza, in un circuito vizioso, ricorrere alla decretazione d'urgenza e alla deroga alle norme. L'articolo 15 istituisce la figura del sottosegretario di Stato per il coordinamento degli interventi di prevenzione in ambito europeo e internazionale rispetto agli eventi di protezione civile. La norma, anche in questo caso, deroga ad una legge, la n. 215 del 2004, la cosiddetta legge Frattini in materia di risoluzione dei conflitti di interesse, ai sensi della quale il titolare di cariche di Governo non può esercitare qualsiasi tipo di impiego o lavoro pubblico. Questo vale per tutti, non vale solo per un caso specifico, non vale solo nel caso del Dipartimento della protezione civile, vale anche per un funzionario minimo del più piccolo comune del nostro Paese, e quello che è più grave è che questa disposizione introduce una deroga al principio di separazione tra la funzione di indirizzo politico e la gestione amministrativa.
Perché - diciamo noi - un simile precedente? A che scopo mescolare le competenze? Non vi erano limiti all'azione del Capo del Dipartimento della protezione civile. Ci chiediamo anche, nella difficile situazione di questi giorni, a chi giovi questa scelta. Non certo all'autorevolezza e all'imparzialità di una funzione riconosciuta come fondamentale, utile ed efficace per la gestione delle emergenze e delle calamità, in tutto il nostro Paese, indistintamente dalle forze politiche. Perché inserire quella norma e creare così un'opacità ulteriore? L'articolo 16 - lo menziono anche se è stato corretto dal Governo - disponeva l'affidamento diretto alla società in house, cioè la Protezione civile Spa, delle funzioni strumentali all'attività del Dipartimento di protezione civile della Presidenza del Consiglio dei ministri. Lo ritenevamo il cuore del provvedimento, Presidente, e quella disposizione - lo abbiamo detto fin dall'inizio - non aveva nessun compatibilità con le norme, peraltro attuative del decreto comunitario, sancite dal Codice dei contratti pubblici in relazione alle modalità di affidamento delle prestazione di pubblica utilità e al di fuori, ovviamente, delle ipotesi relative ai servizi pubblici locali. Il Consiglio di Stato e la Corte costituzionale hanno ripetutamente affermato che la modalità in house non può essere utilizzata senza gare per lavori, servizi, forniture che ben potrebbero essere oggetto di contratti di appalto, né può rappresentare lo strumento idoneo a consentire alle autorità pubbliche di svolgere attività di impresa in violazione delle regole concorrenziali finalizzate a garantire il principio della parità di trattamento tra imprese pubbliche e private. Tra l'altro questo tema è stato avvertito, anche dal punto di vista dei possibili conflitti di interesse, altresì dalle associazioni di categoria dei costruttori, soprattutto dei costruttori edili, in quanto la società Protezione civile spa avrebbe rischiato di costituire un intervento che poteva ledere il mercato e la concorrenza. Già l'articolo 14 del decreto-legge n. 90 del 2008, adottato da questo Governo, aveva sottratto le ordinanze della Protezione civile al controllo preventivo di legittimità della Corte dei conti previsto da una legge del 1994 (la legge n. 20), e in questo nuovo assetto le attività legate a qualsiasi emergenza o grande evento sarebbero del tutto sottratte a qualsiasi forma di controllo. Perché, diciamo noi? Perché ci soffermiamo ancora su questo articolo che è stato soppresso parzialmente? A noi serve per sottolineare l'atteggiamento di un Governo, il Governo del fare, che ha stabilito attraverso deroghe alla normativa vigente un'evidente disparità di trattamento tra Stato centrale ed enti locali, tra il complesso delle imprese e quelle imprese (le più fortunate) che a detta dei nostri Ministri e del Presidente del Consiglio hanno dimostrato professionalità e competenza, una disparità nei riguardi di quei professionisti, i pochissimi eletti, anche essi molto competenti, che in spregio alle regole hanno ottenuto di lavorare nelle principali progettazioni. Può andare avanti un'Italia così? Vorrei solo elencare le ultime mosse a partire dalla vicenda più eclatante, quella che ha riguardato il decreto Ronchi. In quel caso si è stabilito con una norma di limitare le scelte delle autonomie locali, del sistema pubblico, anche per favorire l'inserimento del sistema privato nella gestione pubblica, in quel caso, dell'acqua. Sì, si è impedita la gestione in house tutta pubblica del sistema idrico integrato, in quel caso, ma gli italiani hanno capito anche in quella circostanza che i benefici di tali norme sarebbero stati riservati a pochissimi grandi gestori oltre che al Governo del fare, che a noi sembra un Governo del dare a questo punto, ma del dare a pochi purtroppo. Vogliamo parlare...
Vogliamo parlare degli arbitrati? La nostra parte politica afferma, dall'inizio della legislatura, quanto sia ancora devastante questa norma. Lo abbiamo detto e abbiamo, persino, ricevuto rassicurazioni da parte del Governo - dal Ministro delle infrastrutture e dal sottosegretario competente - che una riforma prontamente messa in atto avrebbe risolto tale questione. Ma sapete dove siamo? Siamo tornati al palo: siamo nuovamente alla gestione dei contenziosi tra le imprese attraverso arbitrati, e siamo ancora a ridefinire le parcelle degli arbitri, tornando così all'originaria impostazione, quella per cui tutti avevano deciso di battersi.
E che dire dell'incapacità di individuare le risorse necessarie a risolvere i problemi legati effettivamente alle emergenze naturali? Anche quest'anno, il Governo ci ripete, in una litania irricevibile, che non vi sono le risorse, che non è possibile farsi carico dei danni provocati dagli eventi calamitosi.
Questa mattina, abbiamo sentito parlare della Calabria e della Sicilia e da settimane parliamo degli eventi che si sono verificati in Toscana, in Emilia-Romagna e in Liguria, tuttavia, al contempo, vengono reperite centinaia di milioni di euro da impiegare per grandi eventi. Il G8 de La Maddalena è solo un esempio: per quei lavori, sono stati stanziati 300 milioni di euro, mentre oggi accettiamo 100 milioni di euro delle risorse necessarie per le regioni colpite dagli eventi alluvionali del dicembre del 2009. E dobbiamo accontentarci, in rispetto del fatto che questa crisi non permette al Governo di fare investimenti.
Nulla per la prevenzione, niente ai piccoli comuni, nessuna risorsa destinata all'assetto idrogeologico. I cittadini saranno contenti? Il Parlamento si è espresso su questo? Chi ha deciso che quei milioni dovevano essere destinati a grandi eventi e alla costruzione di piscine, e non alla messa in sicurezza del nostro territorio?
L'articolo 17 del provvedimento in esame, da questo punto di vista, rappresenta uno spaccato molto eclatante. Le regioni hanno preannunciato di fare ricorso presso la Corte costituzionale contro questa norma. Infatti, per risolvere il tema della ridefinizione di un grande piano per la messa in sicurezza idrogeologica, il Ministro dell'ambiente individua tre commissari. Vengono sottratti circa 700 mila euro dalle risorse destinate alle aree protette, alla commissione VIA e al controllo sulle sostanze inquinanti. In altri termini, vengono sottratti circa 700 mila euro al bilancio del Ministero dell'ambiente, che è assai risicato, per individuare un ispettore che controlli tre commissari. Dei mille milioni di euro destinati nella legge finanziaria all'assetto del piano idrogeologico - vorrei precisarlo - in tre anni (molti meno dei 500 milioni l'anno che il Governo Prodi aveva lasciato per questo tema), oggi, si sottraggono 100 milioni per rispondere alle prime emergenze delle nostre regioni.
Ma rispetto a tutto il resto, rispetto al fabbisogno importantissimo che esiste nel nostro Paese, quali sono le risposte? Potremmo spiegare agli italiani che, magari, rispetto a qualche evento importante, che darebbe lustro alle nostre città, in una fase di così grande difficoltà, si potrebbe anche rinunciare e destinare quelle risorse alla messa in sicurezza? Spetta al Governo decidere questo: noi saremmo d'accordo, fateci qualche proposta e, da questo punto di vista, non avremmo dubbi.
Il comma 2-bis dell'articolo 17 del provvedimento in discussione prevede interventi urgenti per le regioni colpite dagli eventi del 25 dicembre scorso. Dei 700 milioni di euro di fabbisogno stimati dalle regioni, il Governo ha destinato solo i 100 milioni di cui abbiamo parlato finora. Abbiamo chiesto, almeno, di definire questi 100 milioni di euro come una prima fase del finanziamento corrente. Ci basterebbe la menzione che si tratti di un primo stralcio. Ma vi è di più.
Avevamo chiesto il differimento dei termini per gli adempimenti dei versamenti tributari e contributivi: una sospensione di soli sei mesi per quegli adempimenti è quanto oggi il Governo ci offre, da farsi in ventiquattro rate. A noi sembra un po' poco: anche in questo caso, dobbiamo, purtroppo, fare riferimento ad una gestione tra figli e figliastri. Nei precedenti casi di calamità naturali, queste giuste e - dal nostro punto di vista - doverose forme di ritardo di contribuzione sono state gestite nell'arco di anni e con innumerevoli rate.
Perché oggi vessare e non aiutare quelle imprese e le migliaia di operai che dipendono da esse a ripartire velocemente riguardo ad un sistema che, invece, chiede ancora adempimenti e non offre risposte definitive?
L'ultima questione che vogliamo rimarcare di questo decreto-legge riguarda l'articolo 17-ter, ove si definisce, anche in questo caso, la necessità di un commissario per l'emergenza carcere, un commissario che provveda ad un piano per la realizzazione urgente di istituti penitenziari, in deroga alle vigenti previsioni urbanistiche e a tutta un'altra serie di norme che riguardano appalti e definizione dei lavori.
In sostanza, signor Presidente, a noi preme affermare che in questo decreto-legge è utile inserire alcune correzioni: intanto, l'abolizione dell'equiparazione dei grandi eventi agli stati di emergenza, come inserito nel decreto-legge n. 343 del 2001. Forse allora il Governo ebbe, come dire, un'illuminazione: dal suo punto di vista - quello del Governo del fare - ebbe un'illuminazione nell'equiparare quella menzione, ossia «grandi eventi», allo stato di calamità. Ma effettivamente non possiamo più permettere che questa cosa vada avanti: il nostro gruppo chiederà con forza che questa distinzione venga fatta.
Si tratta, insomma, di evitare delle scorciatoie, di affrontare il buon funzionamento di uno Stato moderno. Mettiamoci tutti insieme a correggere quelle norme che hanno creato tanta diffidenza rispetto ai nostri cittadini, alle imprese e al sistema economico. Proviamoci. Sono regole che devono essere uguali per tutti, sono garanzie di equità e trasparenza, sono anche regole che richiedono, per chi riveste responsabilità importanti, sicuramente tutele e anche garanzie, anche per coloro che devono gestire tali responsabilità.














