Giornata di lutto nazionale, oggi i funerali dei sei parà uccisi a Kabul
Oggi è giorno di lutto nazionale. Un lungo corteo funebre accompagnerà a Roma, dal Celio alla basilica di San Paolo fuori le mura, i sei parà caduti nell'attentato di giovedì scorso a Kabul. Alle 11 si svolgeranno i funerali di Stato. Il Paese si fermerà a commemorare i suoi caduti: il tenente Antonio Fortunato, originario di Lagonegro (Potenza); il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, di Oristano; il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, nativo di Glarus (Svizzera); il sergente maggiore Roberto Valente, di Napoli, e il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, di Orvieto (Terni).
Il numero dei caduti aumenta per tutti i paesi e i talebani risorgono. E una guerra che è cominciata come un’azione diretta a privare al-Qaeda dei suoi rifugi si è trasformata in una vasta operazione antiguerriglia.
Ora che, dopo l'attacco più sanguinoso mai subito in Afghanistan dalle truppe italiane, si riapre il dibattito su durata e obiettivi della missione, due cose converrà tenere bene a mente.
La prima ce la ricorda Moisés Naìm, direttore di Foreign Policy, che ammonisce: «la nuova dottrina contro la guerriglia dice che è impossibile vincere se non si dà sicurezza e lavoro alla popolazione civile. In altre parole: bisogna costruire lo stato afghano e propiziare lo sviluppo economico e sociale. Tutto questo in un paese con il 70% di analfabetismo, dove la principale attività economica è l’esportazione di stupefacenti e dove la società è frammentata in mille pezzi».
La seconda Giuliano Amato sul Sole 24 Ore di ieri. Certo, il crescere delle perdite può portare a concludere che quel fronte militare non merita tanto e che altri devono essere i modi per combattere il terrorismo in Afghanistan, «ma le perdite non sono solo italiane (americani e inglesi ne stanno avendo molte di più), là ci siamo per un interesse comune e dunque davanti a un problema che non è solo italiano, ma è di tutta l’alleanza, non possiamo affrontarlo per conto nostro, dobbiamo farlo con gli alleati e con gli Stati Uniti per primi (guidati oggi da un presidente che non ha in questa la “sua” guerra), per condividere poi la soluzione alla quale arriveremo insieme. E’così che funzionano le alleanze e si mantiene la fiducia reciproca».
Se ce lo scordiamo (noi italiani ed europei) e ciascuno dovesse andare per i fatti suoi, a rimetterci (nel gran gioco della politica globale) saremo soprattutto noi.














