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24/05/2009

Fascismo? La legge sul friulano e la riduzione dei parlamentari…

In Italia c’è davvero «puzza di fascismo», come va dicendo Eugenio Scalfari? Sbaglierò, ma a me sembra invece che il nostro Paese sia chiamato, come la gran parte dei sistemi rappresentativi occidentali, a fronteggiare una sfida populista, che è una cosa diversa. Dovunque, negli anni ’90, le democrazie europee hanno visto sorgere attorno a leader dal forte carisma formazioni politiche di tipo populista che si propongono di rigenerare la democrazia, ripulendola dalle sue scorie per tornare ai «veri» principi e valori, che si ispirano a una retorica del «noi» e del «loro», dei «piccoli» contro i «grandi» e a stili di azione politica che fanno leva sulle emozioni collettive, seducendo l’elettorato con discorsi radicali e provocazioni di dubbio gusto. Il populismo è certamente ambivalente (è una minaccia per la democrazia o costituisce un elemento della dinamica democratica, come sembra indicare l’esperienza americana?), ma il tono epocale, il trattare ogni questione con toni biblici e aggettivi forti, rischia unicamente di ingenerare l’effetto «al lupo, al lupo». E dipingere un’Italia cialtrona in preda all’illegalità non ci aiuta a comprendere (e ad amare) il nostro Paese. Anzi, questo atteggiamento rischia di condurci in un vicolo cieco dal quale il centrosinistra corre il pericolo di non saltare fuori per un bel pezzo.

La Corte costituzionale, chiamata in causa dal governo Prodi, ha smontato la legge sul friulano voluta dall’ex giunta regionale di centrosinistra. La sentenza depositata venerdì scorso boccia tutti i punti salienti della legge fortemente voluta da Riccardo Illy. La Consulta ha detto «no» all’obbligo degli uffici di utilizzare il friulano e di redigere gli atti in marilenghe anche nei territori non friulanofoni; «no» alla ripetizione degli interventi nelle istituzioni in friulano; «no» all’adozione dei toponimi anche solo in friulano; e ancora «no» al silenzio-assenso, all’ora settimanale e all’uso veicolare del friulano a scuola. Roberto Antonaz, ex assessore regionale alla cultura di Rc, a proposito della sentenza della Corte costituzionale, ha dichiarato sabato scorso sul Messaggero Veneto che «ci sono rischi seri di involuzione fascista in Italia».

Vediamo, allora, di capirci. In democrazia, le questioni, essendo oggetto di opinione, non hanno una «sola» risposta legittima. Non c’è  un «unico» modo di tutelare il friulano e quel che è in discussione oggi non è la sua tutela ma le costrizioni e gli incentivi di una legge, di una specifica disciplina giuridica. Non è in discussione l’importanza di una parlata locale e di una cultura particolare, né l’evidente pluralismo linguistico della regione; sono in discussione le costrizioni e gli incentivi di un particolare modo d’essere della regola del diritto. E, dunque, il ruolo dei poteri pubblici e delle istituzioni. Per i nazionalisti friulani le istituzioni politiche sono strumenti per dare identità e vita ad un gruppo inteso come qualcosa che viene «prima» degli individui e delle loro effettive preferenze e identità. Io, ad esempio, continuo a intendere le istituzioni come strumenti per aumentare la libertà di scelta degli individui e delle loro preferenze per come sono «da loro» percepite. Questo è il nocciolo della questione: la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta. Non per caso, Gianpaolo Gri in un bel libretto del 2000 ((S)confini, I quaderni del Menocchio) ha scritto: «Sta qui -  nella decisione di non adeguarsi, di rifiutare le determinazioni - la fonte da cui sprigiona fra gli uomini la diversità. Da essa è storicamente sprigionata anche la diversità friulana». E non è un caso che, in merito alla legge di tutela del friulano voluta dalla giunta Illy, si sia sviluppato un confronto molto intenso. Non si è trattato, come vanno dicendo quelli che lo stesso Gri definisce i «geometri dell’ortodossia» friulanista, di un match tra chi è favorevole e chi è contrario alla tutela della lingua friulana e nemmeno di un confronto tra «attivisti etnici» che avvertono la propria singolare diversità come bene primario e «attivisti centralisti» che sentono la diversità e la pluralità come minaccia. Ma di un confronto tra culture istituzionali opposte in tema di diritti delle minoranze. Infatti, il dissenso riguarda due questioni: che cosa si deve intendere per tutela della lingua friulana (il che ha messo in luce approcci diversi in merito al rapporto tra lingua e identità etnoculturale) e la preoccupazione circa le possibili conseguenze illiberali dei meccanismi di tutela, limitativi dei diritti individuali, previsti dalla legge. Perché non si è friulani in maniera esclusiva e non si è friulani allo stesso modo. Siamo tutti un po’ meticci «nel corpo, nella lingua, nella religione, nell’anima». E vivere al plurale è una condizione ineliminabile.

Andrebbe messa in evidenza anche un’altra cosa: il Partito democratico ha nel suo dna il rispetto della competenza decisionale degli individui. La centralità della coscienza individuale è forse l’insegnamento più rivoluzionario della tradizione cristiana, che ha guidato e promosso la trasformazione delle società occidentali in senso liberale e democratico. Far perno sulla coscienza significa infatti avanzare l’idea che la legittimazione ad ubbidire venga dal consenso di coloro ai quali si chiede ubbidienza. Significa spostare il centro di gravità dei rapporti sociali dai luoghi del potere costituito all’individuo. E un importante corollario del principio della libertà eguale è il «diritto di resistenza» contro le sue violazioni: contro il dispotismo e ogni forma di monopolio del potere decisionale che si impone arbitrariamente, che attribuisce ad alcuni un potere insindacabile su altri. L’istanza di «resistenza» (presente in tutte le tradizioni democratico-liberali come lo è nella tradizione repubblicana) ha preso varie forme giuridiche e istituzionali nelle democrazie costituzionali moderne, che vanno dal controllo giuridico di costituzionalità al diritto di promuovere referendum abrogativi, al diritto di associazione e di parola che consente ai cittadini, individualmente e in gruppo, di dimostrare apertamente e civilmente il proprio dissenso, criticando, sorvegliando e stimolando chi detiene temporaneamente l’esercizio del potere politico. La Costituzione, infatti, ha anche una funzione di controllo e di contenimento del potere costituito. In altre parole, il governo democratico è basato sulla regola secondo la quale chi governa deve rendere conto sia ai governati sia alla legge. E, a due secoli e mezzo di distanza, vale ancora l’esclamazione del mugnaio Arnold di Postdam di fronte alle prepotenze del Re di Prussia Federico II: «Ci sarà pure un giudice a Berlino…». Insomma, il giudice delle leggi è la Corte costituzionale, a garanzia della nostra libertà eguale. L’irritazione di Roberto Antonaz e dei nazionalisti friulani è dunque del tutto fuori luogo. Se la costituzione è stata pensata e scritta per porre dei limiti al legislatore, questi limiti devono essere fatti rispettare (soprattutto quando sono in causa diritti fondamentali). E questo, in Italia, è il compito della Corte costituzionale. Aggiungo che se un paese si dota (con la Costituzione nata dalla Resistenza) di un sistema di regole di convivenza e prevede che determinati arbitri garantiscano la loro osservanza, a nessuno è consentito reagire con l’aggressione se un arbitro (in questo caso, il giudice costituzionale) decide in modo contrario ai suoi auspici e ai suoi interessi. Né a Berlusconi, né a nessun altro.

Vengo a Berlusconi e alla sua iniziativa per ridurre il numero dei parlamentari. Non è la prima volta che il populismo alla Berlusconi tradisce l’idea che il Parlamento e l’opposizione siano solo un intralcio, un ostacolo ad una decisione rapida. Ma ha davvero senso parlare di «fascismo»? L’appello al popolo affinché reclami il dimezzamento dei parlamentari e sfoltisca il recinto dove pascolano «i tacchini e i capponi»  indubbiamente obbedisce, come ha scritto Stefano Folli, ad una logica di tipo elettorale. «Serve a mobilitare l’opinione pubblica, a raccogliere voti nelle elezioni imminenti, magari ad incutere un po’ di timore alla Lega, pericoloso concorrente nel Nord. Ma certo non serve a riformare alcunché». Manca, in altre parole, quella «certa idea della Francia» che consenti a De Gaulle di costruire istituzioni (nel 1958, impiegando pochi mesi per dare alla Francia la Quinta Repubblica) in grado di reggere la sfida del tempo. «Si avverte - scrive ancora il direttore de Il Sole 24 Ore  - l’assenza di un progetto compiuto, si intuisce lo scetticismo verso il principio secondo cui una democrazia matura si regge sull’equilibrio dei poteri, su fatidici «pesi e contrappesi» in grado di garantire insieme la rapidità delle decisioni e l’efficacia dei controlli». Giusto. Ma non è forse vero che Berlusconi (nei tradizionali panni del «politico per caso») ha dato voce a quel che pensa la stragrande maggioranza degli italiani su un Parlamento «pletorico e addirittura controproducente»?  E qual è il correttivo più efficace (e necessario) per mettere in un angolo il populismo belusconiano? Non sta forse nell’iniziativa dell’opposizione per rendere il Parlamento funzionante? Quello di una democrazia capace di decidere non è un tema che non giustifica l’allarme di fascismo? Ma c’è di più: è da un pezzo che si è fatto dell’investitura popolare diretta (o come se diretta) il perno attorno al quale ruota il sistema, senza, peraltro, introdurre alcun serio contrappeso. Sono passati quindici anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda alla base del referendum del ’93: sono i partiti o i cittadini a scegliere il governo, e questo risponde ai partiti o ai cittadini? E’ dal ’93 che ci siamo abituati ad eleggere direttamente sindaci, presidenti di provincia e (poi) di regione. Nel frattempo, nella considerazione degli italiani, i partiti e il Parlamento hanno toccato il punto più basso; basta leggere il titolo che, qualche mese fa, dominava la prima pagina di Libero: «Onorevoli ladri e drogati». E potrei continuare: nel 2001, i nomi di Rutelli e Berlusconi erano indicati sulla scheda elettorale; con le primarie scegliamo ormai d’abitudine i candidati per le cariche monocratiche e con le primarie abbiamo scelto il segretario nazionale e i segretari regionali del Pd, facendo volare le decisioni individuali di moltissimi cittadini là dove non erano mai arrivate, nella scelta dei massimi dirigenti. Senza contare che il quadro che emerge dalle trasformazioni degli ultimi vent’anni assegna ai vertici dell’esecutivo italiano il predominio e la regia della produzione legislativa, autosufficienza ed espansione organizzativa e il crocevia dei rapporti con gli enti locali e la comunità internazionale. Insomma, la politica presidenziale è diventata, ormai parte integrante della nostra scena nazionale. E Berlusconi, manco a dirlo, ne approfitta per governare per decreto come la maggior parte dei presidenti sudamericani. E’ questo, per dirla con Obama, il principale change we need. Perché è in questa crisi (dello Stato) che si nasconde il rischio di un impoverimento della democrazia. Ma, allora, perché non è la sinistra ad avanzare e precisare il tema del presidenzialismo (visto che bisogna ricostruire il sistema dei checks and balances tra poteri e istituzioni dello Stato) come complemento necessario dell’Italia federale? Non è una questione tecnico-istituzionale. E’ una questione etico-politica. Adesso che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l’unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello Stato, in altre parole, l’«empowerment of individuals». Non è per questo che abbiamo scelto le primarie? Oltretutto, una delle componenti del pensiero federalista è sempre stata la ricerca di spazi di autonomia e libertà per i cittadini, proprio attraverso forme di contenimento e di distribuzione articolata del potere pubblico. E la riforma non può essere pensata come una mera operazione di trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni (un centralismo che non viene cioè riformato, ma frantumato e riprodotto lasciandone intatta la sostanza intrusiva): deve essere l’occasione di un ripensamento del rapporto cittadino-autorità nel nostro sistema costituzionale. Come ammoniva Karl Popper, dobbiamo di norma aspettarci di avere i leader peggiori e soltanto sperare di avere i migliori. E la domanda che dobbiamo porci anche stavolta, non è «Chi deve governare?» (e poi rispondere, inevitabilmente, «i migliori», «i più sapienti», ecc.); dobbiamo invece chiederci: «come possiamo organizzare le istituzioni in modo da impedire che governanti cattivi o incompetenti facciano troppi danni?». E’ questa la domanda sottesa alla società aperta.

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