Enrico Morando,la storia dei «miglioristi» e la manovra 2010
Enrico Morando, membro del Comitato costituente del Partito democratico, è stato l’estensore del programma elettorale del 2008 e il coordinatore del governo ombra. Ma Morando, candidato nel 2001 alla segreteria dei Democratici di sinistra, è stato anche il leader della componente Liberal del partito. In questi giorni è uscito un suo libro (Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd. I «Miglioristi» nella politica italiana, Donzelli editore) nel quale ripercorre la storia dei «miglioristi» tra il Pci e i Democratici. Roba d’altri tempi? Sicuramente è storia vecchia. Ma non si capisce nulla dei nostri guai e dell’evidente deficit di identità che affligge la sinistra e il centrosinistra italiani se non si torna alle sue origini.
Il termine di «miglioristi» (un appellativo in quei tempi al limite dell’insulto) negli anni Ottanta e nei primi Novanta indicava, nel Pci, quelli che non volevano più promuovere la fuoriuscita dal capitalismo e si ponevano, più modestamente, l’obiettivo di migliorare l’esistente. Quello di Morando è il racconto dell’ultima stagione di quello che oggi appare un ossimoro(Riformisti e comunisti?), che un gruppo agguerrito di dirigenti e militanti del Pci provò a declinare, in Italia, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Nei decenni precedenti, la «destra comunista», prima con Giorgio Amendola e poi con Giorgio Napolitano, era sembrata più volte al limite dello strappo. Ma il crollo precipitoso del colosso sovietico, con gli esiti nostrani della «Bolognina», apriva ora nuove opportunità e non lasciava più tempo agli indugi. Fu tra il 1989 e il 1994 che si consumò, in effetti, la parabola della corrente «migliorista». Il suo intento dichiarato era di superare l'anomalia della sinistra italiana, promuovendo la costruzione di un grande partito socialista a vocazione maggioritaria. Ma tre fattori ne limitarono le potenzialità: la concezione del partito e della lotta politica interna; un'eccessiva ricerca dell'equilibrio tra istanze di continuità ed esigenze di rottura; e infine la difficoltà a considerare come compiutamente propria la cultura liberalsocialista.
La tesi Morando, uno tra i principali protagonisti di quell'esperienza, è netta: se i riformisti del Pds avessero operato più tempestivamente per la sintesi tra socialismo e liberalismo e si fossero candidati alla guida del processo d'innovazione capace di incarnarla, l'Italia si sarebbe dotata già a metà degli anni novanta di un vero partito di «centrosinistra». E oggi sarebbe un'altra Italia...
A proposito di un’altra Italia, di Enrico Morando riporto di seguito gli Appunti sulla crisi e la manovra 2010 del 3 giugno scorso:
1- La domanda (a proposito di crisi e di difficoltà dellʹEuropa) è: che cosa è andato storto, cosa non ha funzionato?
Molti, anche nel nostro campo, rispondono così:
ʹʹPrimo: unʹUnione Valutaria non può funzionare senza una integrazione - o almeno convergenza - delle politiche di bilancio. Secondo: non ci sono stati incentivi sufficientemente forti a disciplina di bilancioʹʹ.
Riposta poco convincente: a parte la Grecia (la più indisciplinata), Italia, Francia e Germania hanno sfondato il 3% deficit/PIL più spesso di Irlanda e Spagna.
Ma sono queste due quelle più nei guai. Come mai? Crisi causata da enormi bolle finanziarie e immobiliari. Queste bolle, favorite entrambe da creazione Euro: coi tassi di interesse bassi, anche Paesi con gravi squilibri hanno potuto vivere al di sopra delle loro possibilità.
Perché? Perché la creazione dellʹEuro ha incoraggiato lʹafflusso di enormi capitali verso i Paesi in crescita, a condizioni molto favorevoli. Intanto, Germania e Olanda accumulavano un enorme surplus della bilancia dei pagamenti e commerciale.
Quando sono esplose le bolle (finanziaria e del mattone), il debito privato è diventato insostenibile, ed è esploso il debito ʹʹdi sistemaʹʹ (il debito privato, nel frattempo era diventato in parte pubblico).
Morale: il settore privato è almeno colpevole quanto quello pubblico.
- Dunque, erano e sono indispensabili misure di emergenza. Che sono state assunte (il Piano Grecia e quello dei 750 mld), sia pure in ritardo. Ora, è in corso una forte correzione dei debiti pubblici. Servirà? Sì, ma senza correggere gli squilibri interni allʹarea dellʹEuro, non può bastare: non ci sarà ritorno alla stabilità se non ci sarà ritorno alla crescita.
In particolare, i Paesi ʹperifericiʹ devono veder crescere il proprio export. Si può fare? Forse sì, e lʹEuro più debole è un aiuto. Ma questi paesi scambiano beni e servizi più tra di loro che con lʹesterno allʹarea Euro. Quindi, dallʹindebolimento dellʹEuro viene qualcosa, ma non granché.
Quindi? Quindi, con le misure straordinarie ʹeuropeeʹ e con le manovre di bilancio nazionali ci siamo comprati un pò di tempo. Ne avevamo assolutamente bisogno. Ma in questo tempo dobbiamo creare le condizioni per una crescita più forte.
Lʹazione da sviluppare è duplice:
a - Alla dimensione europea. Germania insiste per vincoli di bilancio prefissati ʹin Costituzioneʹ. È il modello degli Stati che compongono gli USA.
Si potrebbe anche fare (e forse si farà: è difficile dire di no a Germania). Ma, negli USA, il bilancio federale svolge una vigorosa funzione anticiclica (che compensa la pro-ciclicità della regola imposta ai singoli Stati). Se lʹUnione Europea sceglie questa strada, ci vuole una politica fiscale europea (comprensiva di scelte coordinate di gestione dei debiti pubblici).
Problema: fare ora - in questo contesto - il salto politico ʹcostituenteʹ che non si è fatto prima, in tempi più tranquilli. Ma, si sa, la difficoltà aguzza lʹingegno. E la paura fa novanta... cʹè un alternativa alla soluzione ʹtedescaʹ? Sì, ma non è più agevole: la costruzione degli Stati Uniti dʹEuropa subito. Niente di meno.
b- Alla dimensione nazionale. I fattori di scarsa competitività non sono uguali, per i diversi Paesi. Quindi, le riforme capaci di rimuoverli (più realisticamente: di avviarli a progressivo e lento superamento - ecco perché bisognava guadagnare tempo; ed ecco perché non possiamo più perderne altro) sono diverse da Paese a Paese. Noi dobbiamo individuare quelle prioritarie in Italia.
(Le osservazioni di questo punto 1 sono ʹliberamenteʹ tratte da uno studio di Marco Annunziata, dellʹUfficio Studi Unicredit).
2- La crisi Greca nasce da enormi squilibri macroeconomici.
La questione non è se sia vero o no che gli ʹspeculatoriʹ si sono accaniti sulla Grecia. La questione è: perché lo hanno fatto? La risposta è la più semplice: perché il Paese presenta un debito pubblico e privato elevato e crescente e una competitività bassa e calante. Non cʹè bisogno di essere un genio della finanza per pensare che un Paese messo così potrebbe non essere in grado di onorare i suoi impegni. Con conseguente ʹscommessaʹ...
Da anni la situazione della Grecia è insostenibile: produttività del lavoro bassissima. Quota dellʹoccupazione pubblica sugli occupati: 25%; quota delle retribuzioni pubbliche sul monte retribuzioni: 35%. Tasso di rendimento implicito dei contributi previdenziali superiore al 2,5 (in Germania non arriva ad 1). Totale mancanza di trasparenza dei conti pubblici: nel 2005, la Commissione Europea ed Eurostat criticano la qualità delle statistiche; nuovamente, nel 2008; infine, nel 2009, il deficit 2008 viene rivisto dal 5 al 7,7 del PIL. Per il 2009, la stima del deficit passa dal 3,7 al 12,5 PIL. Bilancia commerciale e dei pagamenti in enorme e crescente disavanzo.
È utile notare che la situazione italiana è complessivamente migliore di quella greca - lo è in particolare per la sostenibilità del sistema provvidenziale: evidentemente, fare riforme strutturali (1992: intervento ʹdʹemergenzaʹ; 1995: riforma Dini), paga..
In conclusione,anche a proposito di crisi greca: gli interventi di emergenza (piano da 750 mld) servono per prendere tempo. Il tempo serve per fare riforme (europee e nazionali) che correggano gli squilibri macroeconomici. In particolare: Germania e Olanda devono far crescere i consumi e il mercato interno; i Paesi mediterranei devono ridurre il debito (pubblico e privato), riequilibrare bilancia dei pagamenti e commerciale, aumentare capacità competitive (produttività del lavoro e dei fattori).
3- Eʹ vero che lʹItalia ha resistito meglio alla crisi?
Se il riferimento è a Grecia, Portogallo e Spagna, la risposta è sì. Se il riferimento è alla media dellʹArea Euro, la risposta è no. Secondo il FMI, tra il 2008 e il 2011 la crescita media annua del PIL italiano sarà pari a -1. Questo, ci colloca al penultimo posto nellʹArea Euro (11° su 12 Paesi). Se guardiamo a bilancia commerciale e dei pagamenti (e al saldo delle partiti correnti), tra il 2008 e il 2011 il FMI ci colloca al 9° posto su 12: facciamo meglio solo di Spagna, Portogallo e Grecia.
In conclusione: abbiamo i nostri punti di forza (basso debito privato, consolidata vocazione manifatturiera), ma soffriamo di un gravissimo deficit di competitività (aumento del costo del lavoro e bassa crescita della produttività) rispetto ai grandi partners dellʹUnione monetaria (soprattutto, Germania). Questo rende meno ʹperformantiʹ anche i nostri fattori di forza: è vero che le famiglie risparmiano e hanno pochi debiti, ma sono poco patrimonializzate le imprese, che soffrono più che altrove - di conseguenza - la stretta del credito; è vero che siamo forti nel manifatturiero, ma la talpa della scarsa produttività sta scavando da tempo e ci indebolisce, anche relativamente: valore del manifatturiero cresciuto - tra il ʹ90 e il ʹ07 - del 76% in USA, del 65% nel Regno Unito, del 44% in Italia. Anche da noi, infine, la dinamica dei salari nel settore pubblico è più elevata di quella dei settori esposti alla competizione internazionale. Ma la produttività del settore pubblico non è più elevata di quella del settore privato.
Dunque, il nodo da sciogliere è quello della debole (o nulla) crescita della produttività del lavoro: negli ultimi 10 anni, in Italia è cresciuta del3%. NellʹArea Euro è cresciuta di 14 punti. Hic Rhodus, hic salta.
4- Il problema del debito pubblico.
Un Paese con debito pubblico elevatissimo e crescente (sta tornando vicino al 120% del PIL, dove stava nel 1996, mentre era ridisceso fino al 104% allʹinizio degli anni 2000: ecco il ʹcontoʹ che lʹItalia paga a Berlusconi e Tremonti della fase 2001-2006) e una prospettiva di crescita attesa inferiore allʹ1%, è un Paese che vive molto al di sopra delle sue possibilità. Il dato del buon livello del risparmio privato spiega la relativa stabilità del sistema finanziario. Ma non ci mette al riparo dai rischi più gravi.
5- La manovra e le riforme di struttura.
È del tutto evidente che ci vogliono misure immediate, per far sì che il livello di indebitamento della Pubblica Amministrazione si riduca e, soprattutto, che il volume globale del debito torni a ridursi, come ha fatto tra il ʹ96 e il 2000 (anche qui: è stato un caso o il ciclo di finanza pubblica ha avuto qualche rapporto col ciclo politico?).
Il punto di distinzione non è tra chi pensa (il Governo) che bisogna agire subito e chi pensa (il PD) di avere davanti i tempi lunghi delle riforme strutturali.
Lʹalternativa è la seguente:
a- Subito un organico Piano triennale di rilancio della competitività - fatto di cambiamenti profondi della Pubblica Amministrazione, del fisco, dei mercati dei beni e dei servizi più rilevanti - contestuale ad immediate misure di risanamento dei conti pubblici; oppure
b- Subito le misure correttivi dei conti pubblici - perchè ʹce lo impone lʹEuropaʹ - mentre le riforme strutturali possono attendere.
Il Governo di centro-destra insiste da due anni: ʹdurante le crisi non si fanno riformeʹ (Sacconi).
I dati della realtà spingono a sostenere lʹopposto: solo le riforme ci faranno uscire dalla crisi. Perchè solo un sistema organico di riforme può farci superare il gap di produttività accumulato. Perchè solo questo disegno di cambiamento apre una speranza. Che a sua volta bisogna suscitare, se si vuole che il Paese sia consapevole al tempo stesso della drammaticità della situazione e della possibilità di uscirne. E sia così indotto ad accettare i sacrifici necessari (come fece nel ʹ92 e nel ʹ96).
In conclusione: se il Governo è disponibile ad abbandonare la linea conservatrice fin qui tenuta (non si fanno riforme durante le crisi), il PD è pronto a misurarsi sia sulle riforme strutturali, sia sulle misure di più breve periodo, entrambe indispensabili. Se il Governo insiste sulla linea seguita fin qui, non può chiedere al PD di condividere la responsabilità di un così grave errore. Ciò non significa, ovviamente, che il PD non debba misurarsi a fondo con le singole scelte della manovra dicendo la sua su ognuna di esse.
6- Quali riforme strutturali farebbe il PD?
Se vogliamo che il nostro giudizio sulla manovra del Governo non appaia strumentale, dobbiamo rispondere con precisione a questa domanda.
Selezionando molto, penso che potremmo fare quattro proposte, relative a:
a- Pubblica Amministrazione
b- Fisco
c- Apertura dei mercati
d- Trasparenza dei conti pubblici.
6a- Pubblica Amministrazione
La manovra è piena di tagli orizzontali, rinvii, blocchi. È un film già visto: quando i pagamenti rinviati vengono effettuati; quando il ʹbloccoʹ viene superato, la spesa corrente primaria torna a correre come e più di prima. Altra cosa è se rinvii e blocchi sono accompagnati da valutazione di tutti i segmenti della Pubblica Amministrazione; comparazione sistematica per individuare le migliori pratiche; definizione di precisi obiettivi; premi e penalizzazioni per tutti, a partire dai dirigenti. Ora cʹè una legge - la Brunetta-Ichino, non a caso una delle poche leggi bipartisan della legislatura - che può dar luogo a questa strategia, lʹunica che può portare, entro tre anni, a far crescere la spesa corrente primaria meno del Prodotto e meno dellʹinflazione (recuperando lo ʹsfondamentoʹ avvenuto in questi anni: negli ultimi dieci, più del 4,6% allʹanno; sei punti di PIL in più).
Subito, un solo Ufficio Territoriale del Governo centrale, solo nei capoluoghi di Regione. Entro tre anni, un solo corpo di Polizia per il controllo del territorio. E uno di Polizia ʹfederaleʹ, per il contrasto alla grande criminalità organizzata.
Sui costi della politica, due proposte emblematiche: superamento di tutte le Province (organo politico: Assemblea dei Sindaci, presieduta dal Sindaco capoluogo); riduzione degli emolumenti dei dipendenti degli organi costituzionali pari a quella dei parlamentari (-10%), così da riportarle ad una evoluzione di poco superiore (sì, superiore) a quella avuta dalle retribuzioni del settore privato negli ultimi 10 anni; metodo di calcolo delle pensioni dei dipendenti degli organi costituzionali analogo - se non identico - a quello definito dalla Dini del ʹ95: calcolo retributivo per chi nel ʹ95 aveva più di 18 anni di contribuzione; calcolo retributivo/contributivo pro rata temporis per chi aveva meno di 18 anni di contribuzione nel 1995; calcolo interamente contributivo per chi è stato assunto dopo il 1° gennaio 1996.
6b- Fisco
Le misure ʹimmediateʹ di Berlusconi Tremonti recuperano - in qualche caso - scelte antievasione di governi di centro-sinistra. Per il resto, le maggiori entrate verranno dal minicondono ʹcatastaleʹ (che va visto nei dettagli, perchè qui spesso si nasconde il diavolo).
Il PD potrebbe presentare due proposte buone per lʹemergenza, e tre proposte capaci di fare il senso di cosa intenda per fiscalità pro-sviluppo.
Le due proposta per lʹemergenza: a- Dalle persone alle cose (Tremonti)? Giustissimo: si torni allʹICI prima casa modello Governo Prodi (60% delle famiglie già esenti); b- Dal lavoro alle rendite (Tremonti)? Giustissimo: si facciano pagare altri 3 punti sui patrimoni ʹscudatiʹ. Avevamo detto - come Paese - che non lʹavremmo fatto? Si, ma avevano anche detto che non cʹera bisogno di manovra.
Le proposte pro-sviluppo, di tipo strategico: a- Aliquote IRPEF significativamente più basse per il reddito da lavoro delle donne. Tutte: dipendenti, autonome, professioniste, parasubordinate. ʹPiù basseʹ vuole dire esattamente questo: a parità di reddito da lavoro, il lavoratore maschio paga più IRPEF di una lavoratrice femmina, su tutti gli scaglioni di reddito. Nel senso, ovviamente, che il lavoratore maschio mantiene le aliquote attuali. Nel Sud - per compensare lʹulteriore svantaggio delle donne nel Mezzogiorno rispetto a quelle del centro-nord- ulteriore detrazione a favore delle donne lavoratrici (vedi proposta di legge Morando e altri, depositata in Senato, anche per la ʹcoperturaʹ).
b- Unificazione al 23% (la ʹprima aliquota IRPEF) delle aliquote di prelievo sulle rendite da capitale; aliquota unica (23%?) sullʹaffitto percepito, accompagnata da significativa detrazione (19% fino a 6.000 Euro annui) su affitto pagato.
c- Prelievo fiscale ʹstraordinarioʹ sul valore assoluto della leva finanziaria degli istituti di credito, quando le dimensioni di questa leva superano livelli prudenziali (vedi proposta di legge Morando e altri, già citata, per fiscalità ʹprivilegiataʹ per le donne).
6c- Apertura dei mercati.
Un recente studio dellʹOCSE dimostra che lʹItalia recupererebbe in 10 anni una bella fetta della capacità competitiva che ha perduto se operasse una robusta azione di apertura dei mercati chiusi, in particolare nei settori dellʹenergia e dei servizi professionali.
Dieci anni sono tanti? Sì, ma se non si comincia mai... Il PD potrebbe, per esempio, proporre di dare finalmente attuazione - entro i prossimi tre anni - alla legge che dispone la separazione proprietaria di Snam ReteGas dallʹEni, adottando una soluzione analoga a quella da tempo in essere per la Rete elettrica. Non cʹè nemmeno bisogno di una legge del Parlamento. Basta che il Governo emani subito il decreto che da anni i Governi (questo, come quelli precedenti) sarebbero tenuti ad emanare.
6d- Trasparenza dei conti pubblici.
La vicenda Greca dimostra - se ce nʹera ancora bisogno - che la trasparenza dei conti pubblici - la loro affidabilità, la loro attendibilità ʹcertificataʹ - costituisce un fondamentale bene pubblico e un fattore fondamentale del merito di credito di un Paese. Di qualsiasi Paese. Se poi è un Paese con elevato debito pubblico... Nelle settimane scorse, grandi Paesi europei - il Regno Unito, col discorso della Regina per la formazione del nuovo Governo; lʹUngheria - hanno annunciato la formazione di autorità indipendenti dal Governo per lʹanalisi e la costruzione stessa dei conti pubblici. In Italia - specie per ciò che riguarda i dati, i criteri e le metodologie di costruzione del Bilancio a legislazione vigente - una struttura governativa (Ragioneria generale dello Stato) detiene il monopolio della conoscenza. Una situazione che non giova al Paese e neppure al Governo pro-tempore.
Di qui la proposta: anche in vista della piena attuazione del titolo V della Costituzione e della riforma del Parlamento, con la formazione della Camera delle Regioni, si costituisca subito lʹUfficio del Bilancio del Parlamento italiano, assumendo a modello il CBO degli USA. Ci vorranno molti anni per avere qualcosa di paragonabile? Sì, ma se ne facciamo passare altri senza fare nulla...















proposte.
Proposte per riforme strutturali: bene, semplificare in righe comprensibili e alzare la voce. Sono in parte cose che ha già proposto Di Pietro, accordarsi anche con lui.