Eluana e la lezione di Moro
Se, anziché indossare i panni del difensore della fede, Gianfranco Moretton si fosse concesso il tempo di riflettere, forse avrebbe potuto meglio valutare le ragioni dell’attenzione dei media e della gente al caso di Eluana Englaro.
Su queste ragioni si è soffermato lunedì scorso Umberto Veronesi: «La spinta verso il Testamento biologico è nata in Europa e negli Stati Uniti dal timore di una parte della popolazione di essere mantenuta in una condizione di vita artificiale per anni o decenni, nel cosiddetto stato vegetativo permanente, senza pensiero, senza parola, senza capacità sensoriali, cioè senza vista e senza udito, senza percezione del dolore, della fame, della sete. Una vita quindi simile a quella di una pianta. Per secoli la gente ha avuto paura di morire, ma ora nasce una nuova paura perché le capacità di intervento della medicina moderna sono cresciute fino a raggiungere la possibilità di mantenerci tecnologicamente in vita all’infinito. Più che vita, uno stato intermedio tra la vita e la morte, che ci può inquietare più della morte stessa. Solo l’intensità e la diffusione insospettata di questa paura può spiegare l’attenzione quasi ossessiva della gente e dei media al caso di Eluana Englaro». Come si fa a non tener conto di questa paura? E, aggiungo, perché negare ai cittadini italiani la possibilità di poterla scacciare, esprimendo in piena coscienza e lucidità il rifiuto di trattamenti che imporrebbero loro questo limbo di esistenza?
Checché ne dica Moretton, la libertà della Chiesa di fare ciò che vuole non è ovviamente in discussione. I vescovi sostengono legittimamente i principi dell’etica cattolica. E le posizioni dei cattolici hanno ampio spazio su tutti i media. Aggiungo anche che la politica deve tenerne conto. Ma l’adesione o il rifiuto nei confronti di un convincimento religioso non può essere il criterio discriminante per la nostra Repubblica. L’unico parametro della Repubblica è la sua Costituzione. E quando la Chiesa cerca di influenzare la legge civile (in nome di quella divina) deve accettare che ci sia chi non ne condivide le convinzioni e ne sostiene altre di segno opposto. La democrazia è lo spazio istituzionale entro cui tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti, confrontano i loro argomenti, affermano le loro identità e rivendicano il loro diritto di orientare liberamente le loro vite, senza ledere l’analogo diritto degli altri. Si tratta di un equilibrio difficile garantito da un insieme di procedure che impediscono il prevalere autoritativo di alcune pretese di verità sulle altre. E vale per tutti. O, si pensa davvero, che sia corretto chiedere, come fa la Cei, che una legge dello Stato sposi un convincimento proprio dell’etica cattolica, obbligando a sottostarvi anche chi non condivide quella convinzione?
Dal capogruppo in consiglio regionale del mio partito mi aspetto solo che, oltre a rivendicare il suo credo religioso, riconosca:
- che in una società aperta e plurale è imprescindibile abbandonare gli integralismi, sia religiosi che scientifici, e abbracciare la libertà di pensiero, che può essere pensiero cattolico, mussulmano, ebreo, ateo o scientista. In altre parole: nessuno chiede ai cattolici di rinunciare a testimoniare la loro fede, ma tutti chiedono loro di non imporre le loro scelte agli altri;
- che i valori etici e morali (cui «conformarsi») non sono patrimonio esclusivo dei cattolici e della Chiesa. L’etica laica non si fonda su un’entità esterna e superiore all’uomo, ma sulla centralità dell’uomo come fine e sulla democrazia procedurale. E oggi in discussione sono i diritti della persona (la pietra fondante delle società moderne) e il potere dello Stato nella vita dei cittadini;
- non solo «l’aspetto laico della politica», ma anche la doverosa laicità delle istituzioni della Repubblica e lo Stato di Diritto. Fondamento di questa forma di stato è la salvaguardia della supremazia del diritto e delle connesse libertà dell’uomo. Il che presuppone che l'agire dello Stato sia sempre vincolato e conforme alle leggi vigenti: dunque lo Stato sottopone sé stesso al rispetto delle norme di diritto. In altre parole, nessuno è al di sopra della legge (nemmeno Sacconi) e, come recita la Costituzione, la libertà personale è inviolabile;
- che l’accettazione presso la struttura sanitaria pubblica non può essere condizionata alla rinuncia del malato ad esercitare un suo diritto fondamentale.
Sarebbe un passo avanti, cui potrebbe seguirne un altro. Aldo Moro, nel Consiglio nazionale della Dc che si tenne dopo la sconfitta del suo partito nel referendum sul divorzio disse: «Settori dell’opinione pubblica (…) sono ora ben più netti nel richiedere che nessuna forzatura sia fatta con lo strumento della legge, con l’autorità del potere al modo comune di intendere e di disciplinare in alcuni punti sensibili i rapporti umani. Di questa circostanza non si può non tener conto perché essa tocca ormai profondamente la vita democratica del nostro Paese, consigliando talvolta di realizzare la difesa di principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale». Sottoscrivo.















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