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13/06/2011

E’ L’ELEZIONE DIRETTA, BELLEZZA…

Forse c’è un malinteso. C’è chi dice che la vera lezione di questa tornata elettorale è che il Pd, per costruire una alternativa di governo, dovrà puntare sulle alleanze: Udc, Fli, Api, Idv, Sel e chi più ne ha più ne metta. Sbaglierò, ma credo che queste elezioni abbiano dimostrato che agli elettori (più che i partiti) interessano i candidati e che delle alleanze non gliene importa nulla. Infatti, c’è chi ha evidenziato la «ritrovata indipendenza della valutazione personale». «Ha vinto – ha scritto Renato Mannheimer - soprattutto la rinnovata capacità di molti elettori di scegliere autonomamente, sulla base della propria valutazione della figura dei candidati, al di là (o talvolta contro) l’appartenenza o la simpatia di partito». Secondo l’Istituto Cattaneo la quota di elettori che ha votato il solo candidato sindaco è stata del 9,1%, nelle città capoluogo di regione il peso del voto personalizzato è stato più elevato (11,0%) e la sua incidenza è stata più forte al Nord che al Sud. Infatti, la città capoluogo di regione in cui l’appeal personale del candidato sindaco è risultato più significativo è stata Trieste (20,4%).  

Insomma, che l’uscita di scena di Berlusconi prepari la rivincita dell’anti-leaderismo e la riscossa postuma dei partiti resta un’illusione. Tutta colpa della «personalizzazione estrema» e del «populismo»? Macché. Semplicemente, c’è l’elezione diretta del sindaco. Il guaio è che si tende a trascurare la rivoluzione avvenuta con la prima e, finora, la più felice delle riforme. Con il sindaco (e con i presidenti di provincia e di regione), i cittadini scelgono un leader e la sua maggioranza. Ed è questo contesto istituzionale che incanala il processo e gli attori. Non è un caso che il Pd a Milano vinca con il nome del candidato sindaco nel simbolo; che, dappertutto, la coalizione (grazie alle primarie che ne delineano il profilo) sia il vero soggetto politico; che si rafforzi una democrazia «delle istituzioni», partecipata e competitiva, e che i partiti siano sempre più strutture «di servizio»; che la personalizzazione implichi polarizzazione e non si vinca «al centro». In altre parole, l’alleanza è coesa e credibile proprio perché è organizzata attorno alla leadership. Inoltre, con l’elezione diretta dei sindaci e i maggiori poteri da loro esercitati, la responsabilità personale del capo del governo (insieme con la stabilità della carica e una maggiore autorevolezza nei confronti dei partiti che lo appoggiano) è diventata un carattere «ordinario» della nostra vita politica.

Insomma, l’elezione popolare dei sindaci ha modificato alle radici il nostro sistema politico. Ha fatto della politica presidenziale un’esperienza quotidiana di milioni di cittadini, sottraendola all’ingegneria istituzionale e affrancandola dal berlusconismo. E proprio l’elezione diretta crea le condizioni per mobilitare cittadini e gruppi sociali esclusi (o autoesclusi) dalla politica partigiana e per rompere gli equilibri conservativi interni ai partiti. Inoltre, crea i presupposti della responsabilità politica. Come sottolinea Sergio Fabbrini, impedire l’ascesa del principe è sbagliato (oltre che irrealistico) e si tratta piuttosto di «addomesticarne l’ascesa». Del resto, è dal ’93 che ci siamo abituati ad eleggere direttamente sindaci, presidenti di provincia e (poi) di regione. E sono passati diciotto anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda di base del referendum del ’93: sono i partiti o i cittadini a scegliere il governo, e questo risponde ai partiti o ai cittadini? Per questo non sarebbe male smettere di rifiutare con sospetto la forma di governo che è tra i fattori principali del successo del centrosinistra.

 

 

 

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