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31/03/2009

E se, per l’Europa, i costi del non allargamento fossero maggiori degli oneri dell’allargamento?

L’Europa è una moneta svalutata? In vista delle elezioni europee c’è da chiederselo, anche perché, come rivela una recente inchiesta LaPolis-Limes diretta da Ilvo Diamanti, la dirompente sfiducia degli italiani nello Stato ne investe ogni livello territoriale e non viene più surrogata dalla fede in un superiore destino europeo. Anzi gli italiani, il popolo più europeista fino a ieri, oggi appare disilluso. Debole e divisa, identificata con la Bce e con la burocrazia di Bruxelles molto più che con il parlamento di Strasburgo, oggi l’Europa non suscita più speranza. Nell’ultimo decennio l’incidenza dei cittadini che si riconoscono nell’Europa è calato sensibilmente: dal 21% al 16%. Ed è scesa, in misura notevole, la quota di quanti vedono nella Ue la vera istituzione territoriale di riferimento, più importante degli Stati nazionali. Negli ultimi anni le persone che immaginano un futuro in cui ci si sentirà europei prima che italiani sono infatti diminuite di 10 punti percentuali e oggi non sono più la maggioranza assoluta (45%). E l’Ue tende ad essere percepita sempre più come un costo, un vincolo e una fonte di incertezza. Un costo perché l’introduzione dell’euro è avvertita come causa dell’aumento dei prezzi e uno svantaggio per le esportazioni. Sono, al contrario, in pochi a riflettere su quanto possa essere utile (come freno all’inflazione e come garanzia di fronte alla competizione globale) ad un paese schiacciato da un debito pubblico enorme. Inoltre, l’Ue è percepita anche come un vincolo per il peso crescente assunto dalla legislazione e dalle regole europee non solo sull’attività economica, ma anche sulla vita sociale e individuale. Infine, l’Ue è sentita come fonte di incertezza, per l’accelerazione dei flussi migratori prodotti dall’allargamento a est.

Oggi di fronte alle delusioni del processo di integrazione europeo e di fronte alle difficoltà che il necessario approfondimento del legame tra i paesi membri dell’Unione continua a incontrare, è venuto in uso di parlare dell’allargamento post 1989 come di un «errore». Fu invece uno straordinario atto di lungimiranza e di audacia politica del quale tutti i governi della Ue dovrebbero essere orgogliosi; un azione in grado di condizionare positivamente l’evoluzione di quei paesi verso forme stabili di democrazia, attirandoli a sé e nella propria area di sicurezza. L’allargamento (all’ombra dell’allargamento della Nato) contribuì infatti in maniera decisiva alla stabilizzazione dell’Europa ex comunista, soprattutto accelerandone e garantendone l’irreversibilità della transizione alla democrazia. Ed è proprio il successo degli anni Novanta che spinge uno studioso come Parag Khanna a parlare di «impero europeo», mettendolo sullo stesso piano di quello americano e di quello cinese. «La Ue – sostiene Khanna - è diventata l’unico impero contemporaneo che continua a espandersi, anno dopo anno, annettendo nuove nazioni, con molte altre ordinatamente in fila ad implorare di essere accolte». Resta il fatto che «la casa comune europea» si è trasformata in un commonwealth a più livelli fatto di membri, partner e associati con diversi gradi di privilegi, impegni e sussidi; e la Ue sta dando prova della sua capacità di trasformare ogni nazione compresa nella sua area di influenza, e lo fa meglio di qualsiasi altra superpotenza. All’interno dell’Europa, oggi i curdi sono protetti dai turchi, i bosniaci e i kosovari dai serbi, gli ucraini dai russi (gli sloveni, i croati, gli albanesi, ecc. dagli italiani), con la Ue che usando il suo minestrone di lingue ufficiali, li fa lavorare insieme nel miglior modo possibile. Promuovendo allo status di lingua ufficiale quella di ciascun nuovo Stato membro, la Ue ha tolto di mezzo una delle cause di sciovinismo più frequenti della storia, aprendo la via ad un impero poliglotta ed eterogeneo: un mutamento radicale rispetto all’inglorioso passato europeo di buona parte del Novecento.

Quando le condizioni economiche peggiorano (e dal dopoguerra ad oggi le condizioni non sono mai state così precarie) non c’è da sorprendersi che il sostegno politico e popolare per abbracciare nuovi paesi diminuisca. Non per caso, il manifesto che la CDU tedesca (il partito del cancelliere Angela Merkel) ha adottato la settimana scorsa per le elezioni di giugno del parlamento proclama che, poiché la recente espansione della Ue ha richiesto uno sforzo straordinario, «la CDU propone una fase di consolidamento, durante la quale il rafforzamento della identità dell’Unione europea e delle sue istituzioni ha la precedenza su ulteriori allargamenti». Ma i paesi della Ue devono trovare il coraggio di risolvere le diatribe che stanno bloccando l’allargamento. I Balcani e la Turchia sono senza dubbio politicamente fragili ed economicamente vulnerabili, ma sono strategicamente parti importanti dell’Europa. Se ricevono il messaggio che non sono graditi, il prezzo che la Ue pagherà sarà molto grande. L’espansione europea è una scommessa più dispendiosa della guerra americana in Iraq, ma sta pagando davvero. E la stabilità che assicuriamo in questo modo è a malapena misurabile. Non c'è dubbio infatti che i costi del non allargamento sarebbero maggiori degli oneri dell’allargamento. L’Europa  ha bisogno dei Balcani. Come ha dichiarato Lord Paddy Ashdown, alto rappresentante Ue in Bosnia:«E’ semplicissimo: o si impianta stabilità nei Balcani o si importa instabilità e crimine in Europa». Inoltre, l’Europa ha sempre più bisogno della Turchia, sia come ponte energetico dell’Eurasia, sul quale il petrolio e il gas della Russia, del Caspio e dell’Iran arrivano fino ai Balcani, sia come fattore di stabilizzazione nel Caucaso. La Turchia resta l’esempio di come islam e modernità possano non solo coesistere, ma prosperare insieme. Oggi la Ue ha l’opportunità di offrire un sostengo alla modernizzazione della Turchia sostituendo l’autorevolezza delle proprie istituzioni all’autorità dell’esercito turco. E se anche l’islam europeo trovasse posto accanto alle altre tradizioni che, in misura maggioritaria ma non esclusiva, hanno costruito l’Europa plurale che conosciamo, renderemmo un servizio ad entrambi. E l’Italia? Il nostro paese deve guarire da quello che Riccardo Perissich a chiamato «complesso di Calimero». L’Europa ha costituito in passato per gli italiani una risorsa compensativa al deficit di fiducia nelle istituzioni di governo. Ora però l’Italia «deve riuscire a chiudere la forbice fra l’adesione ideale, puramente politica, all’integrazione europea e la necessità che il paese diventi europei anche nei fatti. In altri termini, per poter essere protagonisti dell’Europa bisogna poter essere protagonisti di noi stessi».

 

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