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16/11/2011

E' l'economia, bellezza...

In queste ore il presidente del Consiglio incaricato Mario Monti sta ultimando le consultazioni che dovrebbero sfociare nella costituzione di un nuovo governo che, come auspica il Capo dello Stato, «possa ottenere il più largo appoggio in Parlamento su scelte urgenti di consolidamento della nostra situazione finanziaria e di miglioramento delle prospettive di crescita economica e di equità sociale per il paese considerato nella sua unità». Forse l’ultimo appiglio perché l’Italia possa riemergere dal baratro e perché la crisi europea del debito sovrano possa allentarsi.

Nei giorni scorsi il New York Times ha scritto: «Alla fine, ciò che è sembrato mettere fine ai diciassette anni di Berlusconi come figura dominante nella vita politica italiana non sono stati gli scandali sessuali, i processi per corruzione e neppure la perdita del consenso popolare. E’ stata, invece, la pressione dei mercati – che questa settimana ha fatto schizzare i differenziali di rendimento a livelli record – e l’Unione europea, che non poteva rischiare di trascinare a fondo l’euro e con esso l’economia mondiale». A dire il vero, non c’è stato solo lo spread; e Dario Franceschini ha rivendicato (giustamente) la prova di democrazia del Parlamento: «Martedì scorso – ha detto a Repubblica - quando ho visto quei 308 voti sul tabellone, ho pensato non solo al successo di un’azione che avevamo preparato da tempo ma a una vittoria delle regole democratiche».

Ma non c’è dubbio che, se quando James Carville scrisse ‘It’s the economy, stupid’ su un cartello nel quartier generale della campagna presidenziale di Bill Clinton nel 1992, le sue parole forse non erano del tutto veritiere, ora, dopo vent’anni, che il problema sia l’economia lo vedono anche i ciechi.

Niente di nuovo, sia chiaro: Erst Kommt das Fressen, dann die Moral (‘prima viene lo stomaco, poi la morale’) lo scriveva Bertolt Brecht parecchio tempo fa; ma se nel 1992 molto probabilmente il cattivo andamento dell’economia degli Stati Uniti ha davvero fatto eleggere Clinton, ciò non toglie che «chiunque allora sperasse di guidare il mondo libero – come rimarca Simon Kuper in un spiritoso articolo sul supplemento domenicale del Financial Times - doveva rispondere ad alcune altre fondamentali domande. Clinton ha mai fumato marijuana? E’ andato a letto con Gennifer Flowers? Nei paesi occidentali, agli elettori importavano ancora questioni d’identità. Volevano leader che almeno fingessero di condividere i loro valori. Ora è finita. Vent’anni dopo, Carville ha definitivamente ragione. Il sesso, la droga e le vecchie guerre stanno svanendo dalla testa degli elettori, lasciando l’economia come l’unica vera questione in politica. Non è detto che il cambiamento sia un bene. Ogni paese era solito avere il suo tipo peculiare di identità politica. Il Sesso, la razza e la forza virile americana hanno avuto una grande influenza negli Stati Uniti».

«Nel 2000 – prosegue Kuper - George W Bush fu eletto promettendo ‘di restaurare onore e dignità nell’Ufficio Ovale’, il che nel codice del tempo significava ‘niente sesso orale’. Vinse ancora nel 2004 dopo che gli annunci Swift Boat insinuarono il dubbio sul coraggio di John Kerry durante la guerra in Vietnam. Gli elettori inglesi furono a lungo guidati (in parte) dalle loro convinzioni sugli omosessuali, gli adulteri e le ragazze madri. Gli elettori italiani si dividevano tra chi credeva in Dio e chi no. In Olanda, quel che contava era appunto quale fosse il Dio in cui credere. E dovunque incombeva l’ombra della seconda guerra mondiale. Charles De Gaulle guidò la Francia fino al 1969 in buona parte perché rappresentava quel pezzo di Francia che aveva scelto la parte giusta nel 1940. Dopo la guerra, l’intero paese voleva quella reputazione».

Insomma, Simon Kuper ritiene che lo spostamento dall’identità politica a quella economica, abbia avuto una lunga gestazione ma sia stato consacrato il 15 settembre 2008 quando collassò la Lehman Brothers: «John McCain era il candidato repubblicano, soprattutto perché era stato torturato in Vietnam e sembrava, perciò, incarnare il coraggio americano. Non ha mai finto di capire l’economia. Ma nel dopo-Lehman, l’economia era improvvisamente decisiva. E McCain perse le elezioni».

Ora agli elettori importa pochissimo dell’identità dei politici. «Gli Stati Uniti – insiste Kuper - sono guidati da un nero, l’Islanda da una lesbica, i conservatori scozzesi da una kick-boxer lesbica e il Regno Unito da un vecchio Etoniano. Nessun politico oggi pagherebbe Carville per farsi dire ‘It’s the economy, stupid’, perché la verità è sotto gli occhi di tutti. Perfino i partiti razzisti dell’Europa settentrionale stanno cambiando e dal colpevolizzare i mussulmani passano a condannare il salvataggio greco. I nuovi movimenti di massa americani, il Tea Party e Occupy Wall Street, hanno nomi esplicitamente economici. Il grido di guerra di quest’ultimo,‘We are the 99 per cent’, si riferisce a una rilevazione statistica sulla distribuzione del reddito che prima del 2008 era a stento conosciuta all'esterno delle facoltà di economia delle università. Solo nel tempo deformato delle primarie americane dei Repubblicani possono ancora imperversare davvero discussioni su Dio, le armi e gli omosessuali». 

Insomma, gli italiani si stanno liberando di Berlusconi per l’incapacità del governo di arginare il drammatico aggravarsi e l’annunciata caduta nel baratro dell’economia italiana e non per le sue abitudini sessuali. Un passo avanti? In Italia, sicuro. Specie se si considera che a forza di carnevalate abbiamo sprecato almeno un decennio. Ma Kuper insinua il dubbio: «Votare sulle questioni economiche sembra una cosa da adulti. Sfortunatamente, gli elettori non sono attrezzati a farlo. Bisogna riconoscere che il vantaggio del sesso orale è che ciascuno ha un’opinione sull’argomento. Ma ora gli elettori stanno cercando di giudicare questioni che confondono perfino gli economisti di professione (…) Gli Stati Uniti hanno bisogno di uno stimolo fiscale? I Greci hanno bisogno dell’euro?» Insomma, «gli elettori sono lasciati a compiere scelte alla cieca. Se solo potessimo ancora dibattere su Monica Lewinsky».

 

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