Navigazione
 
13/01/2011

Direzione nazionale del Pd: il mio punto di vista

Direzione nazionale del Pd

Roma, 13 gennaio 2011

Intervengo per esprimere la mia opinione. Con amicizia e solidarietà, come si conviene. Condivido la diagnosi allarmata. La situazione del paese è seria. E da un pezzo. Ma siamo davvero, com’è stato detto, «al livello massimo di emergenza democratica»? Si pensa davvero che Berlusconi sia il fascismo? Che, come va dicendo Di Pietro, il Cavaliere somiglia a Mussolini? Non scherziamo: Berlusconi non ha la cultura politica del duce e in Italia non c’è una dittatura fascista. Oggi la democrazia non è in discussione. Piuttosto, è in discussione la sua qualità. Il che, ovviamente, non è poco. Anche perché l’anomalia italiana, vale a dire il fenomeno della concentrazione di potere politico, economico e mediatico nelle mani dell’attuale presidente del consiglio, non è certo un’invenzione di Travaglio. Ma il punto è che la nostra Repubblica non è più quella di prima, è già cambiata (in modo spesso involontario e imprevisto: Ilvo Diamanti l’ha definita argutamente una «repubblica preterintenzioanale») e oggi risulta incompiuta, a metà. Il nodo irrisolto non riguarda tanto la legge elettorale, quanto la forma di governo, cioè la qualità della forma di stato. E con questo rivestimento istituzionale, l’Italia prima o poi sbatterà la testa contro il muro. È da un pezzo che la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco. Al punto che si è fatto dell’investitura popolare diretta (o come se diretta) il perno attorno al quale ruota il sistema, senza, peraltro, introdurre alcun serio contrappeso.

Non si può però curare questa malattia (il rischio, cioè, di decadimento della democrazia che origina da mancate o incomplete riforme delle istituzioni) con una medicina e con trattamenti pensati per fronteggiare una presunta emergenza democratica. Finiremo per aggravare il disturbo e le nostre difficoltà. Dal crollo della Prima Repubblica, consentire ai cittadini di scegliere col voto un leader e una maggioranza, è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di governo e delle leggi elettorali. Oggi invece il bipolarismo, il maggioritario la personalizzazione, l’elezione diretta (tutti, indistintamente, accomunati sotto l’etichetta del populismo personalistico) sono diventati ai nostri occhi il segno della fine della democrazia, della abdicazione della politica e di altre terribili catastrofi.

Ma la politica non tornerà «normale» con l’uscita di scena di Berlusconi. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, una invasone degli Hyksos. Nel ’94 non si è causata una ferita che attende di essere sanata, ma sono saltate gerarchie culturali che non è possibile ripristinare. Non batteremo Berlusconi con la denuncia morale o con uno schieramento che si prospetta come una sorta di arco costituzionale «di scopo».  Il problema del Pd rimane quello di costruire un’alternativa credibile: questo governo si sta via via sfaldando senza però che i consensi per il centrosinistra aumentino. Il problema dell’Italia (e il nostro problema) sono proprio le cose da fare. E in discussione è proprio la nostra credibilità nel proporre e perseguire davvero politiche nuove.

Il partito non ha, dunque, altra possibilità che quella di provare a conquistare quelle parti di elettorato che si renderanno disponibili con il mutare dei rapporti di forza all’interno del centrodestra, facendo proprie le loro istanze. Facendo proprie, cioè quelle domande, quelle aspirazioni – sul fisco, sulla giustizia, sulle libertà economiche – che esse esprimono e che Berlusconi lascia ancora insoddisfatte. Il nodo è sempre lo stesso. Dopo il collasso dell’esperienza di governo del centrosinistra, alle elezioni abbiamo scelto non semplicemente di allargare l’alleanza, ma di ampliare l’area del radicamento. Perché, come abbiamo sperimentato con l’Unione, la contraddizione tra l’unità dell’alleanza e l’eterogeneità dei tanti «pezzi» che la compongono genera inevitabilmente instabilità, non consente di decidere e prima o poi esplode.

Ma se si punta ad ampliare l’area di consenso, bisogna mettere in discussione la propria identità. Non c’è verso: per conquistare nuovi elettori, bisogna liberarsi dei vecchi schemi ideologici e guardare la realtà senza pregiudizi. In altre parole, bisogna cambiare. Come dappertutto ha cercato di fare in questi anni la sinistra europea e i progressisti e i democratici nel mondo, ridefinendo la propria funzione e i tratti essenziali del proprio programma: il rapporto tra Stato e mercato, l’organizzazione dello Stato sociale, le relazioni con i sindacati e il rapporto tra politica, singoli cittadini e società civile. Il punto resta proprio questo. Prima della «grande crisi» e dopo la crisi. Ed è venuto il momento di combattere quella battaglia culturale all’interno del proprio «mondo di riferimento» che il centrosinistra italiano ha molte volte annunciato (tutti ricordiamo la promessa di una «rivoluzione liberale»), ma differenza di quanto è accaduto negli altri paesi europei, non ha mai saputo, potuto o voluto combattere. Ma si passa da lì: solo in questo modo si può affermare una cultura politica del primato dell’individuo, delle libertà, della cittadinanza. E cambiare in profondità significa mantenere le parole che abbiamo detto in campagna elettorale e batterci perché le riforme si facciano e non per bloccarle.

Azioni sul documento

focus

Inviato da exodus il 13/01/2011 17:08

Illustre Onorevole, lei disegna un ritratto condivisibile della situazione italiana, mi permetta però ritrovare nel suo intervento, vista l'attualità, una dose eccessiva di "politicismo" o forse, per meglio dire, un punto di vista troppo generale. Vorrei pertanto sollecitarla ad esprimersi su un argomento denso di pregnanza concreta come quello della vertenza Mirafiori. Sono molto curioso di conoscere la sua opinione in merito.

cordialmente

se possibile prima dell'esito del voto delle officine

grazie

focus

Inviato da Alessandro Maran il 14/01/2011 13:06

La relazione di Bersani ha proposto (necessariamente) alla discussione temi generali che a mio giudizio richiedevano, nei limiti del tempo a disposizione per gli interventi, una riflessione d'insieme.

In ogni caso, sul punto credo che il Pd, come chiunque altro, debba guardare con considerazione e rispetto al tormento degli operai di Mirafiori che sono chiamati a scegliere. In via generale, perché, come insegna un vecchio proverbio degli Indiani d'America, non bisognerebbe giudicare mai nessuno prima di aver fatto un miglio nei suoi mocassini. Nello specifico, perché nelle urne forse si decide il destino del più grande gruppo manifatturiero italiano impegnato nel difficilissimo mercato globale dell’auto.

Personalmente, mi auguro che dalle urne esca un sì all’accordo. Il trasloco di Mirafiori avrebbe effetti disastrosi. In particolare, per la sorte di 5400 dipendenti Fiat e degli altri 27000 che ruotano attorno al loro lavoro. Mi auguro che la Fiom si convinca a prendere una posizione favorevole all’investimento in Mirafiori e «Fabbrica Italia» perché è un’opportunità che non possiamo assolutamente permetterci di perdere. Mi auguro che contemporaneamente vada risolto il problema della rappresentanza, perché l’esclusione della Fiom è inaccettabile. Per anni si è parlato di riforma della rappresentanza sindacale (il PD ha presentato da tempo una proposta di legge in tale senso) ma fin qui ha prevalso la logica di non toccare nulla, di non cambiare le regole. Quelle stesse regole che oggi permettono di escludere chi non firma (una norma pensata per combattere i Cobas e ora usata contro chi l’ha voluta).

Auspico infine che si entri (è del resto l’opinione di Susanna Camusso) in una nuova fase del confronto. Se i modelli a cui si guarda sono quelli delle altre nazioni occidentali con sistemi industriali evoluti e una lunga storia di relazioni sindacali (Marchionne a citato a più riprese il modello tedesco) allora della Germania e delle sue relazioni industriali bisogna importare anche il resto. E non c’è che l’imbarazzo della scelta: l’individuazione di una componente del salario legata ai profitti, l’azionariato diffuso, l’adozione di un modello duale nella governance aziendale.

focus

Inviato da Utente anonimo il 14/01/2011 19:39

La ringrazio molto per la tempestiva risposta. Sicuramente nessuno in questo momento vorrebbe trovarsi nei mocassini degli operai di mirafiori. Se si riuscisse, a sinistra, nel miracolo di far digerire alla cisl una legge sulla rappresentanza e portare la cgil a parlare di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa, sarebbe il primo segnale concreto di un partito che guida i processi e non è costretto a rincorrerli. Speriamo che il tormento che stanno passando gli uomini e le donne delle officine fiat non sia vano.

saluti

focus

Inviato da elettore pd il 19/01/2011 17:58

gentile Onorevole. scrivo a urne chiuse e risultato acquisito. ho letto la Sua risposta dove si auspica la vittoria del si perchè, la cito " Il trasloco di Mirafiori avrebbe effetti disastrosi. In particolare, per la sorte di 5400 dipendenti Fiat e degli altri 27000 che ruotano attorno al loro lavoro. Mi auguro che la Fiom si convinca a prendere una posizione favorevole all’investimento in Mirafiori e «Fabbrica Italia» perché è un’opportunità che non possiamo assolutamente permetterci di perdere." orbene: ma non le pare che messa così, seppur elegantemente, la scelta degli operai sottostia ad un ricatto nemmeno tanto mascherato? E, davanti ad un piano industriale che non si conosce, Lei crede che i problemi della fiat e in generale della competitività delle imprese italiane - si risolvano spremendo un po' di più gli addetti alle catene di montaggio? ho apprezzato la metafora dell'indiano e dei mocassini, ma vorrebbe spiegarci qual'è la sua opinione nel merito all'accordo? conosco la posizione del pd - che già in epoche antiche disse "con Attila ma anche con Aquileia" e da li non si muove - Vorrei sapere la sua. Cordiali Saluti