Dal 25 luglio all'8 settembre?
«Neanche il democratico più ottimista – ha scritto ieri Europa – avrebbe sperato, due anni fa, di ritrovarsi oggi a contemplare lo squagliamento dello schieramento avversario che aveva stravinto». Vero. Tuttavia, non sappiamo se la leadership di Silvio Berlusconi sia davvero prossima al tramonto. Non sappiamo neppure se Berlusconi si farà da parte e si arriverà a un governo di transizione: c’è da dubitare che il Cavaliere abbia davvero intenzione di mollare; è più probabile che cercherà di arrivare al voto anticipato e di farsi eleggere al Quirinale.
Cosa sappiamo, allora?
Sappiamo che cambiare il sistema di voto (ogni ipotesi di governo di transizione in circolazione ha al suo centro la riforma della legge elettorale) non è così semplice. E’ certo facile criticare il sistema elettorale in vigore (la «porcata» di Calderoli), ma è molto più complicato proporre un nuovo sistema elettorale in grado di raccogliere un consenso sufficiente. E non è un mistero per nessuno che anche nel Pd c’è chi ritiene debba essere consentito di scegliere i propri rappresentanti e chi pone la condizione di non manomettere il diritto degli elettori a scegliere il governo.
Sappiamo che il ritorno al proporzionale e ad un sistema che non sarebbe più bipolare, significherebbe, per il Pd, abbandonare l’ambizione di esercitare una funzione centrale. Ma il bipolarismo è la ragione stessa dell’esistenza del Pd: l’idea di aggregare e fondere esperienze, tradizioni e culture politiche diverse in un unico partito ha senso solo nella logica del bipolarismo.
Sappiamo che la politica non tornerà «normale» con l’uscita di scena del Caimano. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un’invasione degli Hyksos. Con il berlusconismo dovremo fare i conti; e all’opposizione di oggi serve un nuovo «corso sugli avversari», cioè uno sforzo di analisi paragonabile a quello che, in tutt’altra e ben più grave circostanza storica , richiesero i conti con il fascismo.
Sappiamo anche che il problema del Pd rimane quello di costruire un’alternativa credibile: questo governo si sta via via sfaldando senza però che i consensi per il centrosinistra aumentino.
Sappiamo inoltre che, per conquistare la credibilità necessaria per costruire (ovviamente, con le necessarie alleanze) una alternativa di governo, il Pd deve definire la propria identità e la propria cultura politica. «E - scrive Claudia Mancina - proprio perché non ha ancora completato il suo processo di conversione a un liberalismo sociale, il Pd avrebbe bisogno di una riflessione ancora più vasta e profonda su cosa significa oggi essere di (centro)sinistra».
Sappiamo, infine, che per capire davvero dove andare, dobbiamo sforzarci di capire dove va il mondo. Si è detto che, alla fine di questa crisi (inedita, indomabile e globale), nulla sarà come prima; ma già adesso nulla è come nel passato.
Con il no alla mozione di sfiducia contro il sottosegretario Caliendo, la Camera dei Deputati ha iniziato la pausa estiva dei lavori. Approfittiamone per rifletterci su. La vera partita comincerà in autunno.
P.S.: Sappiamo anche che la crisi politica della destra ha ragioni profonde. Non per caso Europa mercoledì scorso ha aperto con un pezzo sul terzo polo intitolato "Il vero patto dei quattro è contro il federalismo di Bossi". Ragioni che, come sostiene Mario Barbi, "attengono alle contraddizioni generate dalla crisi economica e finanziaria e dalle tensioni sociali e territoriali che ne dervano e che sono acuite dalle misure dure, ancorchè frammentarie e indiscriminate, resesi necessarie per arginare le emergenze del debito e della spesa pubblica. Se la maggioranza di destra si sfasciasse in modo palese in Parlamento significherebbe che la destra ha fallito la prova di governo". Partiamo da qui.














