Navigazione
 
22/06/2009

D’Alema o Veltroni?

Sarà colpa dei giornali, di una informazione che tende non a chiarire i problemi ma ad evidenziare lo scontro in quanto tale e a presentare le diverse opinioni politiche dentro gli schemi del battibecco più superficiale, ma agli occhi degli italiani che ancora guardano alla nostra discussione congressuale con partecipazione e (perfino) speranza, le candidature in campo sembrano essere un nuovo capitolo della lotta infinita tra D’Alema e Veltroni. I due schieramenti congressuali che si vanno delineando sono trasversali ai due partiti fondatori (è questa, per ora, è l’unica cosa positiva), ma le idee e le strategie a confronto sembrano essere le stesse degli ultimi quindici anni. Ancora una volta, qualunque cosa Franceschini e Bersani possano scrivere nel loro programma, la sfida sembra essere quella tra «continuisti» e «nuovisti». Con D’Alema ancora nei panni del garante della solidità degli apparati di partito e Veltroni che, come sempre, sta dalla parte del «nuovo». Diciamoci, allora, la verità: l’eterno duello fra i due azionisti di riferimento che sembrano ispirare le candidature di Franceschini e Bersani ha ormai stufato; e l’alternativa tra «continuisti» e «nuovisti» è fuorviante. In questo modo il Pd rischia di perpetuare le oscillazioni, le reticenze, gli sbagli che gli hanno fatto perdere il contatto con la gente. Perché sia le vecchie (e inutili) certezze che vengono da un’altra storia (fallita), tanto il nuovo veltroniano (disastroso alla prova dei fatti) non ci aiutano ad analizzare le ragioni della sconfitta, a tenere i piedi nella realtà e a porci le domande su che cosa deve essere oggi il Pd, su che cosa non ha funzionato e che cosa si deve cambiare. Come si fa a non vedere che sono le tradizioni, le culture politiche, da cui è derivato il Pd che hanno perso da tempo solidità e consistenza e che, ormai svuotate e prive di presa sulla realtà, sono inadeguate a interpretare le domande del paese? Come si fa a non vedere che è inadeguato un riformismo che non vuole pagare il prezzo delle scelte (chi ricorda la promessa di una «rivoluzione liberale»?) che da tempo invoca? La crisi del partito è anzitutto il frutto di un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e contraddetto. Gli errori della gestione Veltroni non sono imputabili solo a manovre correntizie. E’ mancata una lotta vera, è mancata la passione e il coraggio. Da qui l’opacità del conflitto interno e l’indebolimento del progetto, sempre più simile ad un’imbarcazione priva di rotta, piena di comandanti ciascuno con una sua idea del viaggio. Da qui il disincanto e la confusione delle prospettive. Quel che è in discussione, dunque, è proprio la nostra credibilità nel proporre e perseguire davvero politiche «nuove». E quindi il rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e i suoi elettori. Un rapporto che, dopo l’ultima fallimentare esperienza di governo e col riemergere della questione morale, si sta sfaldando. In discussione, in altre parole, è proprio la «versione dei fatti» fin qui proposta dal gruppo dirigente. Gli esempi potrebbero essere moltissimi. Ma come, la nostra scuola produce ripetutamente pessimi risultati, la spesa per studente è tra le più alte e i risultati medi degli studenti italiani sono tra i più insoddisfacenti dell’area Ocse e noi facciamo finta di niente? Ce lo deve dire l’Ocse (di nuovo giovedì scorso) che bisogna puntare su insegnanti «con una buona preparazione e ben motivati»? Che «è preferibile legare gli aumenti di stipendi dei professori a buone prestazioni, piuttosto che aumentare gli stipendi a tutti gli insegnanti incondizionatamente»? Che per migliorare la qualità della scuola bisogna introdurre un sistema nazionale di valutazione esterno? E potrei continuare: la risposta al bisogno di sicurezza dei cittadini continua a privilegiare la quantità sulla qualità. Ma il numero di agenti e la spesa in questo settore sono più che adeguati alle necessità italiane; e quello che manca, invece, è la volontà di affrontare i nodi che impediscono un loro utilizzo efficace ed efficiente. A cominciare da una chiara divisione di compiti tra le varie forze dell’ordine e da stipendi che tengano conto della diversità dei compiti svolti. Tutti sanno, inoltre, che buttare più soldi nelle università senza cambiare le regole arcaiche che la governano significa solo aumentare gli sprechi e i privilegi. E non è un mistero per nessuno che nel confronto internazionale, l’Italia risulta disporre di un numero di magistrati e di un impiego di risorse finanziarie non inferiore, e talvolta superiore, a paesi che pure mostrano performance giudiziarie migliori. Insomma, non sarebbe male ricordare che la politica è, in fondo, l’arte di risolvere problemi di sostanza. Per questo, stavolta ci dovremmo permettere una discussione che tenga i piedi nella realtà e nei problemi di oggi. In giro c’è troppa di gente che sembra illudersi di poter scansare le scelte difficili e spesso scomode che comportano necessariamente proprio quei principi che abbiamo (molte volte) affermato; che basti caratterizzasi come il «partito dell’allarme», nella convinzione che la crisi economica destabilizzi e rimescoli le alleanze politiche; che la crisi del berlusconismo sia ormai prossima e che sia alle porte una qualche forma di governo istituzionale; o che, decisa a seppellire la «vocazione maggioritaria» per tornare alle vaste alleanze del tempo che fu, accarezza l’idea di un Pd «di sinistra» pronto a coalizzarsi con il «centro» candidando Casini a palazzo Chigi (e pensa, in realtà, ad un partito che non ha un progetto di governo autonomo). Più modestamente, ritengo che l’unico modo per tornare a parlare al paese sia quello mantenere quella promessa che abbiamo fatto molte volte e molte volte contraddetto. Cominciando con l’appendere, come Lutero, le nostre tesi sul portale della chiesa del castello di Wittenberg. Non c’è da aver paura. «Sono sicuro – scriveva Keynes - che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee (…) presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male».
Azioni sul documento

1245793603

Inviato da cuciuti il 10:46, 23/06/2009

ma c'è speranza che tutto questo si traduca nella realtà del dibattito congressuale e nelle conseguente novità nelle persone chesi potrebbero candidare con reali possibilità di successo? la vedo dura. dura davvero..